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Mariaelena Mirabile e Francesco Guzzo Magliocchi

Intervista all’attore cosentino Francesco Guzzo Magliocchi: “Il teatro è vita”

Francesco Guzzo Magliocchi, ventotto anni, cosentino. E’ già sulle scene da ormai un decennio. Ha calcato molti palcoscenici nazionali prestigiosi. Istrione, magnetico e “latin lover” come ama definirsi, è il giovane attore calabrese del momento.

Mariaelena Mirabile e Francesco Guzzo Magliocchi
Mariaelena Mirabile e Francesco Guzzo Magliocchi al Festival del cinema di Milazzo

Francesco, due mesi fa hai partecipato al Festival del cinema di Milazzo, è stato emozionante per te parteciparvi?

Sì, sono stato ospitato dall’organizzazione ed è stato un bellissimo Festival. Lì ho potuto fare tante conoscenze, prima fra tutte Massimiliano Buzzanca, il figlio di Lando.

C’erano anche Matt Dillon, Maria Grazia Cucinotta e Rocco Papaleo. E’ stato un grande piacere prendervi parte. Siamo stati premiati con la stella d’argento, abbiamo sfilato sul Red Carpet e ci siamo goduti il gran galà condotto in maniera magistrale da Veronica Maya. Inoltre eravamo circondati dalle bellezze della Sicilia.

Come descriveresti il mestiere dell’attore?

Dici bene, è un mestiere. E come tutti i mestieri, si tratta di essere degli artigiani. Perché fai del tuo corpo e della tua voce uno strumento; infatti un attore di metodo si differenza da tutti gli altri.

Perché mentre molti si soffermano soltanto al lato divertente, questo tipo di interprete non smette mai di imparare, vuole sempre esplorarsi. Poi un grande attore è colui che la mattina non ha bisogno di sveglie, io mi svegliavo alle 4:30 e facevo tanti minuti di metro per arrivare a teatro.

La maggior parte degli attori italiani invece “cazzeggiano”, uso questo francesismo. Per il resto credo che il mondo abbia bisogno di medici, di avvocati, di fabbri anche, ma non di attori. Perché chi vuole fare questo lavoro deve dare il duecento per cento. E non deve mai e poi mai risparmiarsi.

Vincenzo Campanella intervista l'attore cosentino Francesco Guzzo Magliocchi
Vincenzo Campanella e l’attore cosentino Francesco Guzzo Magliocchi in un momento durante l’intervista

Parliamo dei progetti a cui hai preso parte, come il docufilm su Mia Martini e il tuo primo ruolo da protagonista in un lungometraggio

Sì, dunque appena sono rientrato da Milano, ho avuto la possibilità di fare questo film con la Calabria Film Commission e la produzione di Stefano Baldrini e Sandro Fabiano.

In “Mimì, tutti ne parlano, io l’ho conosciuta’” di GianFrancesco Lazotti, ho interpretato questo fan sfegatato di Mia Martini, che vuole costantemente imitarla e la segue dappertutto. Svanisce in poche parole la sua identità, possiamo dire che Franco è un ragazzo giovane intento a scoprire il mondo e in questo frangente la insegue, quindi la Martini viene raccontata attraverso questa sua ammirazione smisurata.

Cosa ti spinge ad accettare un ruolo piuttosto che un altro?

Ci tengo a fare una premessa, per scelta personale sono dieci anni che vado avanti con il teatro, perché provengo dal palcoscenico.

Mentre ho iniziato a fare anche cinema da due anni. Tornando alla tua domanda, io scelgo un personaggio in base a ciò che può raccontare e alla sua storia. Alla comunicabilità che ha con il pubblico e con sé stesso in particolare. Io come attore mi definisco “un messaggero”.

Perché l’importante è il messaggio da trasferire. Poi mi piace tanto tirare fuori una frase di Stanislavskij: “Imparate ad amare l’arte in voi stessi, e non voi stessi nell’arte”.

E le mie scelte derivano proprio da questo, cioè dall’intensità che un personaggio può comunicare.

Cosa consiglieresti a chi è agli inizi, nel mondo del teatro?

Di non ascoltare chi dice che farlo è controproducente. Seguite quello che avete dentro, in qualsiasi campo.

Credeteci e studiate fino a che non morite. Una volta andai in scena persino con la febbre, perché ricordavo una cosa che mi disse un regista con cui ho lavorato: “Un attore quando è a teatro, non può mai mancare, soltanto quando muore”. Perché se questa è la nostra vita, come diceva il grande Salvo Randone, bisogna accordare le giuste corde.

Siate meravigliosi, siate incredibili, fate parlare di voi, sia nel bene che nel male. E non fatevi mai buttare a terra da niente. Perché è la ragione per la quale esistete. Si vive due volte, la prima quando si nasce e la seconda quando scopri per cosa sei nato.

Ti definiresti un “Eretico del Teatro” come Artaud o Carmelo Bene?

Capisco cosa vuoi dire quando mi parli degli “Eretici del Teatro”’. Vuoi intendere coloro che non vogliono seguire le regole tradizionali. Forse, con ironia, mi potrei definire un eretico erotico. Poiché l’eros fa da padrone alla mia esistenza.

Il teatro per un attore, deve essere sangue, ossa, pathos, phoné. Parlavamo del fatto che l’eretico è contro la dittatura del testo, perché il testo non fa teatro, è il corpo che lo fa. Io prendo Artaud, Carmelo Bene e Stanislavskij e li sviscero in un teatro particolare che guarda alle origini.

Ma chi sono i tuoi riferimenti principali?

Su tutti, Tristano Martinelli, Conrad Veidt, lo stesso Carmelo Bene. E cito anche l’immenso Eduardo De Filippo.

Se dovessi chiudere l’intervista con una frase quale diresti?

Il teatro è vita, perché se non è vita, non è teatro.

Francesco Guzzo Magliocchi
Francesco Guzzo Magliocchi
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