Di Anna Maria Ventura
In apertura di questo articolo mi piace menzionare la Dottoressa calabrese Francesca Perri, medico pro Gaza e fra i protagonisti dell’evento di oggi.
Più di 15.000 tra medici, infermieri, farmacisti e operatori sanitari hanno aderito alla giornata nazionale di mobilitazione davanti a oltre 500 ospedali e strutture sanitarie del Paese. Durante la pausa pranzo, molti di loro hanno mostrato cartelli con la scritta “Digiuno contro il genocidio a Gaza”, condividendo immagini e testimonianze con l’hashtag #digiunogaza: un atto di testimonianza che ha trasformato la cura quotidiana in un gesto politico e di coscienza.
Quella che oggi appare come una mobilitazione di portata nazionale è nata in Toscana a fine luglio, quasi per caso, da una chat tra colleghi che si domandavano: “Davvero possiamo restare in silenzio?”. La risposta è stata rapida e corale. Prima poche adesioni, poi centinaia, fino a migliaia: in Emilia-Romagna hanno aderito oltre 1.400 professionisti e, in poche settimane, la mobilitazione si è estesa in tutto il Paese, fino a diventare la prima grande giornata di digiuno dei sanitari italiani per Gaza.
La partecipazione ha coinvolto ospedali e città in ogni regione, da Roma, al Policlinico Umberto I, a Torino con le Molinette, da Pavia con il San Matteo a Bari con il Policlinico, fino a Parma, Modena, Firenze, Bologna e persino l’isola di Capraia, dove medici e infermieri in servizio hanno deciso di unirsi all’iniziativa. In tutti questi luoghi il digiuno si è tradotto in un’ora di pausa pranzo trasformata in protesta muta ma eloquente, capace di unire voci e corpi in un’unica richiesta di giustizia.
Le richieste avanzate dai promotori sono chiare e urgenti: al Governo italiano viene chiesto di sospendere forniture e accordi militari con Israele, aprire corridoi umanitari e impegnarsi per un cessate il fuoco immediato; agli ordini professionali, alle università e alle associazioni scientifiche di riconoscere pubblicamente il genocidio in corso e di firmare la petizione internazionale Stop the Silence; ai colleghi sanitari e ai pazienti di aderire al boicottaggio della multinazionale farmaceutica israeliana Teva, come gesto di resistenza nonviolenta e simbolica.
Il digiuno di oggi si lega direttamente alla catastrofe sanitaria che sta travolgendo la popolazione di Gaza: secondo l’OMS, dall’ottobre 2023 oltre 1.400 operatori sanitari sono stati uccisi, molti ospedali sono stati distrutti o resi inagibili, mentre farmaci, dispositivi medici e persino acqua potabile scarseggiano drammaticamente. A ciò si aggiunge la nuova emergenza alimentare, con più dell’80% dei bambini affetti da denutrizione grave. “Il digiuno che scegliamo qui, per un giorno, è la fame che i colleghi e i pazienti di Gaza vivono ogni giorno senza possibilità di scelta”, hanno spiegato alcuni partecipanti.
Questa mobilitazione non è stata soltanto un sacrificio individuale, ma un atto di cura collettiva che ha unito gli operatori sanitari oltre i confini delle loro professioni. Molti di loro hanno raccontato di aver percepito questo gesto come parte integrante della propria identità: “Curare significa anche non tacere di fronte all’ingiustizia. Il silenzio, oggi, è complicità”. In un’Italia spesso frammentata, la comunità sanitaria ha dimostrato di saper dare l’esempio, assumendosi la responsabilità di alzare la voce anche quando sarebbe più semplice guardare altrove.
Il digiuno dei sanitari per Gaza, tuttavia, non si chiude con la giornata odierna. I promotori hanno già annunciato nuove iniziative di sensibilizzazione e invitano cittadini, colleghi e istituzioni a rompere il silenzio, a diffondere l’hashtag #digiunogaza, a sostenere le raccolte firme e a fare pressione sulle istituzioni nazionali e internazionali perché si muovano concretamente.
Il gesto di oggi ha mostrato con forza che la solidarietà non ha confini e che la cura può trasformarsi in resistenza civile. Davanti agli ospedali italiani, migliaia di camici bianchi hanno scelto di digiunare non per privarsi, ma per dare voce a chi non ce l’ha più. Perché non si può curare il corpo e restare indifferenti di fronte a un popolo che muore di fame, di bombe e di silenzio.

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