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Il Rimedio di Talion: quando il teatro diventa cura

Di Anna Maria Ventura

Giovedì, 11 dicembre, sul palcoscenico del Palacultura Giovanni Paolo II di Rende, animato da una fitta rete di associazioni del territorio di Cosenza e Rende, prenderà vita uno degli eventi teatrali più significativi di questi ultimi mesi, dove teatro, psicologia e comunità si intrecciano in una forma d’arte capace di diventare cura.

Lo spettacolo “Il Rimedio di Talion”, ispirato all’omonimo romanzo di Pietro Calomino si presenta infatti come un’esperienza scenica carica di simboli, emozioni e trasformazioni interiori, ma la sua forza più profonda non risiede unicamente nella qualità letteraria dell’opera o nella suggestione del genere fantasy.

Ciò che rende questo evento un unicum è che a interpretarlo non sono attori professionisti, bensì gli ospiti del Centro Diurno del Centro di Salute Mentale di Montalto Uffugo: persone speciali , con fragilità cognitive ed emotive, con storie di sofferenza e resilienza che trovano sul palco non solo un ruolo, ma una voce. A guidarli in questo viaggio artistico e terapeutico è la Dott.ssa Caterina Calomino, psicoterapeuta specializzata in approcci espressivi e danza-movimento terapia, e – fatto che dona allo spettacolo un valore quasi mitico ed emotivamente stratificato – sorella di Pietro, l’autore del romanzo da cui tutto prende forma.

L’intreccio familiare è ancora più profondo se si considera che la madre dei due, la Dott. ssa Gianfranca Cosenza, è anch’essa psicologa e psicoterapeuta, oltre che pittrice e poetessa, mentre il padre, Franco Calomino, ingegnere idraulico, è poeta in vernacolo: un ambiente familiare impregnato di arte, psicologia, creatività ed espressione, che sembra aver naturalmente generato questa alchimia in cui la parola scritta si trasforma in gesto scenico e il gesto scenico in cura.

Se il romanzo racconta di Liriel, un elfo fragile e geniale, una figura neurodivergente capace di percepire il mondo in modi altri, la scena teatrale offre ai pazienti un’occasione concreta per esplorare e raccontare le proprie differenze, trasformandole in forza, gesto, movimento, relazione. Nelle attività quotidiane del centro, molti di loro faticano a comunicare verbalmente, restano chiusi in posture rigide, evitano lo sguardo; eppure, durante le prove, sotto la guida della Dott.ssa Calomino e del team di educatori e psicologi, il corpo si riaccende, la voce emerge, la presenza si riappropria del proprio spazio: il teatro diventa un’estensione del setting terapeutico, un laboratorio vivente di identità. Lo spettacolo nasce infatti all’interno di un percorso di psicoterapia espressiva che unisce movimento, musica e narrazione, costruendo una trama di cura che passa prima di tutto dal corpo.

La storia di Liriel, con la sua ipersensibilità, le sue difficoltà nel linguaggio, la sua percezione amplificata del mondo, diventa specchio e metafora delle esperienze neurodivergenti di molti pazienti: il fantasy non è più evasione, ma linguaggio della verità.

Quando gli attori-pazienti si muovono in scena, non interpretano un ruolo prefabbricato: danno corpo ai propri paesaggi interiori, e nel farlo trasformano la loro presunta fragilità in una forma di bellezza. C’è chi, dopo anni di isolamento psichico, riesce a muoversi con fluidità; chi, abitualmente silenzioso, impara a pronunciare una frase davanti al pubblico; chi, attraverso la danza, riconnette emozioni che non riusciva più a nominare.

Momenti così diventano non solo conquiste individuali, ma un insegnamento collettivo su cosa significhi includere, accogliere, ascoltare. Il coinvolgimento delle numerose associazioni del territorio non è dunque una cornice, ma parte integrante del senso profondo dell’evento: la comunità non assiste soltanto, partecipa.

L’arte si fa allora tessuto sociale, spazio di relazione, occasione per ripensare la salute mentale non come un luogo separato, ma come una dimensione che riguarda tutti. In una società che spesso vive la diversità come distanza, questo spettacolo costruisce vicinanza: il viaggio dell’elfo Liriel diventa il viaggio di chiunque si sia sentito fuori posto almeno una volta nella vita, di chi cerca un equilibrio tra fragilità e potere personale, di chi aspetta uno sguardo che non giudichi ma riconosca.

In questa alchimia fra letteratura, terapia e scena, la presenza della famiglia Calomino si avverte come una vibrazione costante: una madre psicoterapeuta e artista che ha fatto della cura un gesto creativo e dell’arte un gesto clinico, un padre ingegnere e poeta di vernacolo che racchiude in sé il rigore della tecnica e l’anima della tradizione, due figli che trasformano queste eredità in un progetto culturale e umano che abbraccia la comunità.

È come se questo spettacolo fosse il punto d’incontro di tre  sensibilità: la cura, l’arte, la parola, che insieme generano un contenitore terapeutico collettivo. L’11 dicembre, dunque, il pubblico non assisterà soltanto alla messa in scena di un romanzo: assisterà alla manifestazione di un processo umano condiviso, un’opera che dimostra come l’arte possa farsi medicina simbolica e come il teatro possa farsi luogo in cui l’anima parla quando le parole da sole non bastano.

Rimedio di Talion
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