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Genealogie del potere e forme della libertà

   Di Anna Maria Ventura 

“La Padrina” di Palma Comandè,  Rubbettino Editore, 2021, è un romanzo denso e stratificato che si colloca nel cuore della narrativa calabrese contemporanea, là dove la letteratura diventa strumento di indagine antropologica e riflessione culturale sul potere, sull’appartenenza e sulla libertà. Non si tratta di un semplice romanzo sulla ’ndrangheta, né di una cronaca mascherata da finzione, ma di una tragedia moderna che interroga le radici profonde di un sistema sociale capace di modellare i destini individuali prima ancora che le scelte personali.

Non è irrilevante, in questo senso, il legame dell’autrice con Saverio Strati, di cui è nipote: come Strati, Comandè guarda alla Calabria dall’interno, rifiutando stereotipi e semplificazioni, ma mentre lo scrittore raccontava spesso la fatica del lavoro, l’emigrazione e l’attesa come condizioni esistenziali, “La Padrina” esplora una Calabria più chiusa, più cupa, segnata dalla fissità del potere e dalla difficoltà di sottrarsi a un’identità ereditaria.

 La Calabria descritta nel romanzo non è uno sfondo neutro, ma un corpo vivo, una terra che modella i destini dei personaggi. È una Calabria fatta di silenzi, gerarchie invisibili, ritualità non dette, spazio antropologico attivo, in cui la montagna assume un valore simbolico centrale: madre arcaica e prigione insieme, luogo di protezione e di dominio, forza magnetica che attrae i personaggi e ne orienta le vite. È in questo spazio che la ’ndrangheta non appare come un corpo estraneo, ma come una forma di ordine culturale, un sistema che assegna ruoli, garantisce appartenenza, offre riconoscimento sociale in cambio di obbedienza assoluta. La sua forza non risiede solo nella violenza, ma nella capacità di presentarsi come destino.

 Il cuore del romanzo è la complessità psicologica dei personaggi, in particolare delle due protagoniste femminili, legate da un rapporto che è insieme genealogico, simbolico e conflittuale.

La Padrina è personaggio tragico e complesso. La sua scelta della violenza e del dominio nasce da una biografia segnata dal dolore, da perdite affettive e da una condizione di vulnerabilità che, in un mondo privo di alternative per le donne, si trasforma in volontà di potere. La Padrina non esercita il comando nonostante sia donna, ma attraverso una declinazione femminile del potere che passa per il controllo degli affetti, della memoria familiare, dell’educazione delle nuove generazioni. È custode dei codici, garante della continuità, interprete di una cultura in cui l’onore, la vendetta e la disciplina costituiscono un linguaggio identitario. In questo senso, Comandè mette in luce una verità spesso rimossa: la centralità delle donne nella riproduzione del sistema ’ndranghetista, non come figure marginali, ma come soggetti culturali, educatrici, depositarie del senso dell’appartenenza.

Accanto a questa figura si muove Mirià, nipote della Padrina e vero centro emotivo del romanzo. Mirià non è un’eroina della ribellione, ma una coscienza inquieta, lacerata da un bisogno di libertà che nasce prima ancora di diventare progetto consapevole. In lei il desiderio di scegliere il proprio cammino di vita, di sognarlo, di immaginarlo diverso da quello già scritto, assume una forza quasi fisica. Nel mondo in cui vive, sognare è già una forma di disobbedienza, perché significa mettere in discussione l’idea che l’identità coincida con la famiglia e con il luogo d’origine. La psicologia di Mirià è attraversata da una tensione continua tra il desiderio di autonomia e il senso di colpa, tra l’amore per la propria gente e la consapevolezza che restare significherebbe rinunciare a sé stessa. La sua libertà non è mai leggera né trionfante, ma dolorosa, gravata dal peso degli affetti e dalla paura della solitudine. Il conflitto tra Mirià e la Padrina non è un semplice scontro generazionale, ma una dialettica profonda tra continuità e rottura. La padrina non è soltanto antagonista, è anche madre simbolica, modello, specchio deformante. La nipote, a sua volta, non è un’eroina pura, ma una figura fragile, spesso ambivalente, incapace di una ribellione netta.

In questo legame si riflette il meccanismo stesso della ’ndrangheta: un sistema che non impone soltanto con la violenza, ma attraverso l’amore distorto, il senso del dovere, la gratitudine, il ricatto affettivo.

Dal punto di vista sociologico “La Padrina” mostra come la criminalità organizzata agisca come una forza di determinazione del destino. Chi nasce in certe famiglie eredita ruoli, aspettative, colpe e privilegi. Il tentativo di sottrarsi non è mai indolore: comporta isolamento, perdita, talvolta una forma di esilio interiore.

Comandè è particolarmente attenta a mostrare il prezzo della libertà: non lo idealizza, non lo rende eroico, ma profondamente e inevitabilmente doloroso e lacerante.

La fuga dal sistema non coincide automaticamente con la salvezza, ma apre a una terra di nessuno, dove l’identità va ricostruita da zero.                     

Perfino la maternità di Mirià nasce da un atto di violenza, ma lei decide di non interrompere la gravidanza, proprio per chiudere definitivamente con la famiglia e con la Padrina. Il figlio diventa il luogo in cui la libertà si trasforma in responsabilità etica: non si tratta più solo di salvarsi, ma di interrompere una genealogia della violenza, di non trasmettere come eredità ciò che è stato subito. E pur se la montagna, con il suo fascino arcaico, continua a esercitare la sua attrazione anche sul figlio, alla fine, Mirià capisce che non è più per lui fonte di pericolo, perché lei madre ha vinto  la vera sfida, che non è più solo la fuga fisica, ma la trasformazione culturale, che permette di disinnescare culturalmente l’eredità.

Dal punto di vista stilistico, “La Padrina” adotta una scrittura misurata, essenziale, priva di compiacimenti. È una lingua che non cerca l’effetto, ma la densità del senso, attenta alla dimensione interiore e antropologica dei personaggi.

La cifra culturale del romanzo sta proprio qui: nel rifiuto di ogni semplificazione morale, nella capacità di mostrare come il male non sia un’eccezione, ma una possibilità inscritta nei sistemi culturali quando questi diventano chiusi, autoreferenziali, impermeabili al cambiamento.

“La Padrina” è un romanzo che interroga il lettore più di quanto lo rassicuri. Palma Comandè non offre redenzioni facili, ma mette in scena la complessità del vivere in una terra dove l’appartenenza è destino.

In questo senso, “La Padrina” dialoga idealmente con le storie reali di donne come Lea Garofalo e Giuseppina Pesce, che hanno scelto di rompere il patto dell’appartenenza, pagando spesso con l’isolamento o con la vita. La loro ribellione, come quella narrata nel romanzo, non è solo giudiziaria, ma simbolica: interrompe la trasmissione del potere come destino di sangue e mette in crisi la funzione educativa delle famiglie mafiose.

 Il romanzo della Comande’ mostra con lucidità che la ’ndrangheta non si riproduce soltanto attraverso le armi, ma attraverso una pedagogia affettiva quotidiana fatta di silenzi, frasi allusive, gesti ripetuti, modelli interiorizzati. Da qui nasce uno dei nuclei più profondi del libro: il cambiamento non può essere solo repressivo o legale, ma deve essere culturale, deve riguardare i modelli di valore, le forme di rispetto, le narrazioni dell’identità.  Il futuro, suggerisce Comandè, comincia quando qualcuno, spesso una donna, nel romanzo Mirià, osa immaginare un’altra storia e accetta il rischio di viverla, anche attraversando il dolore e la solitudine che la libertà inevitabilmente comporta.

Palma Comandè,, il libro La Padrina
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