Laboratorio Civico contro il progetto Smart City Life. «Si maschera la rendita privata con i bisogni degli studenti. A Rende prezzi come a Milano, rischio bolla immobiliare».
C’è una linea che non dovrebbe mai essere oltrepassata da chi governa una città: quella tra l’interesse pubblico e la convenienza privata. Eppure è esattamente ciò che sta accadendo con il progetto “Smart City Life”, presentato come risposta moderna ai bisogni degli studenti ma, nei fatti, configurato come l’ennesima operazione di trasformazione urbana piegata a logiche speculative.
Per mesi abbiamo ascoltato questa amministrazione ergersi a paladina del principio del “consumo di suolo zero”, utilizzandolo come arma politica contro le scelte del passato. Oggi scopriamo che quel principio non era una visione, ma un semplice orpello retorico, buono per la propaganda ma facilmente aggirabile quando si tratta di autorizzare interventi economicamente appetibili.
Perché qui non siamo di fronte a una discussione astratta. Le aree in questione erano destinate a servizi: una previsione urbanistica chiara, precisa, che indicava una funzione pubblica, collettiva, non orientata al profitto. Trasformarle in residenze a mercato e spazi commerciali significa compiere un salto sostanziale, non formale. Significa cambiare la natura stessa di quei suoli, tradendo lo spirito della pianificazione originaria.
Si può chiamare “consumo di suolo zero”, ma la realtà è un’altra: è consumo di città pubblica. È sottrazione di spazi potenzialmente destinati alla collettività per destinarli a operazioni immobiliari che generano rendita.
Nessuno mette in discussione il fabbisogno abitativo degli studenti. Sarebbe miope e irresponsabile. Ma proprio perché la domanda è alta, il tema non può essere lasciato nelle mani del mercato senza regole. La storia urbana italiana ci insegna che quando l’housing viene trattato come occasione di profitto, il risultato è sempre lo stesso: aumento dei prezzi, esclusione sociale, polarizzazione.
A questo si aggiunge un dato che rende il quadro ancora più grave e contraddittorio: in città stanno già sorgendo numerosi altri palazzi, con costi al metro quadro che raggiungono livelli paragonabili, se non superiori, a quelli delle grandi metropoli come Milano. Un’anomalia evidente per un contesto come quello di Rende, che rischia di produrre un paradosso urbanistico: edifici nuovi, costosi, destinati a restare in larga parte vuoti perché fuori dalla portata reale della domanda. Una bolla immobiliare che nulla ha a che vedere con il diritto all’abitare e molto con la logica della rendita.
Quello che si prospetta è un modello pericoloso: studentati di fascia alta, accessibili solo a chi può permettersi canoni elevati, mentre una larga parte della popolazione studentesca sarà spinta ai margini, costretta a soluzioni precarie o al pendolarismo. È questa l’idea di città universitaria? Una città divisa tra chi può pagare e chi resta fuori?
A questo si aggiunge un altro elemento allarmante: la progressiva trasformazione del tessuto urbano in senso intensivo, con un aumento della volumetria e della pressione edilizia che rischia di compromettere l’equilibrio già fragile del territorio. La cementificazione non si misura solo in metri quadri di suolo “nuovo”, ma anche nella densità e nella qualità degli interventi.
E mentre tutto questo accade, i cittadini vengono sempre più relegati ai margini delle scelte. Decisioni strategiche, che ridisegnano interi pezzi di città, vengono assunte senza un reale confronto pubblico, senza un dibattito trasparente sul modello di sviluppo che si intende perseguire.
Questa non è innovazione urbana. Non è visione. È una scelta politica precisa, che privilegia la rendita rispetto al diritto alla città.
Non è questa la città inclusiva che vogliamo. Non è questa la risposta che meritano gli studenti. Non è questa la direzione che può garantire equilibrio, equità e qualità urbana.
Se davvero si vuole affrontare il tema dell’abitare studentesco, lo si faccia con strumenti pubblici, con politiche di calmierazione dei prezzi, con un’idea di servizio e non di profitto. Altrimenti, si abbia almeno il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Laboratorio Civico

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