SP120, riapertura a tempo di record dopo il sopralluogo di Faragalli. Ma tra fango e infiltrazioni, l’ombra della frana resta: è un vero risanamento o solo un “miracolo” passeggero?
22 Aprile. Una data che, sul calendario della viabilità nostrana, rischia di essere segnata con il circoletto rosso dei prodigi inspiegabili. La SP120 riapre. Così, d’emblée, dopo neanche una settimana dal passaggio regale del Presidente della Provincia, Biagio Faragalli. Un sopralluogo, una promessa di messa in sicurezza del piano stradale martoriato e via: i cancelli si riaprono. Ma la domanda che ronza nelle orecchie dei residenti, pungente come una zanzara fuori stagione, è una sola: fino a quando?
Durante quella visita, Faragalli era stato chiaro: prima un intervento d’urgenza per stabilizzare la “pelle” della strada, poi l’affondo decisivo per una soluzione definitiva. Un copione già visto, se non fosse per quell’accordo lampo raggiunto la scorsa settimana tra la Provincia e il proprietario del terreno sottostante. Senza quel pezzo di carta, la geologia parla chiaro: niente esproprio, niente opere di contenimento, niente di niente. La corona di quella frana a scivolamento resterebbe lì, a guardare il vuoto con la fame di chi vuole mangiarsi l’asfalto.
Il Presidente aveva puntato il dito sul cuore del problema: bisogna risalire alla fonte, scovare l’origine di quelle infiltrazioni che rendono l’argilla scivolosa come una saponetta in una vasca da bagno. Sacrosanto. Eppure, sette giorni sembrano un soffio di vento per mappare le vene sotterranee e progettare la cura definitiva. A meno di non essere dotati di mantello, calzamaglia e superpoteri. A meno di non chiamarsi, per l’appunto, “SuperBiagio”.
Ma la realtà, purtroppo, non si corregge con Photoshop. Le immagini rubate dal drone raccontano un’altra storia, più umida e meno eroica. Nonostante il sole abbia baciato la terra in questi ultimi giorni, dall’alto la ferita è evidente: accumuli d’acqua che ristagnano in pozzanghere ostinate e vene di argilla bagnata che affiorano, lucide come sudore freddo sulla fronte di un malato.
È una terra che trasuda, che non ha ancora smesso di piangere. Persino le rondini, architetti instancabili della primavera, hanno capito l’andazzo: sono lì, a banchettare con quei chicchi di fango fresco, prelevando materiale ottimo per i loro nidi da zone che dovrebbero essere, teoricamente, asciutte e risanate. Se la natura trova nel disastro stradale la sua cava di materie prime, significa che l’acqua è ancora la padrona di casa.
Riaprire è un atto di coraggio o un esercizio di ottimismo elettorale? Lo scopriremo alla prima pioggia seria, quando l’argilla tornerà a fare il suo mestiere di scivolatrice. Per ora, godiamoci il “miracolo”. Ma teniamo gli occhi aperti, perché tra il dire e il fare, di mezzo, c’è ancora troppa acqua.

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