Nella “ Giornata della terra” del 22 aprile del nostro tempo, tra guerre e degrado ambientale, la poesia si fa voce e invita l’umanità a custodire ciò che rischia di perdere
Di Anna Maria Ventura
Il 22 aprile ritorna, ogni anno, come una ferita che chiede di essere guardata e come una carezza che ancora resiste. La Giornata della Terra è un momento di verità. Perché mentre celebriamo la bellezza del mondo, non possiamo ignorare il rumore sordo che lo attraversa.
La Terra, da sempre concepita come grembo che accoglie, oggi è campo di battaglia. Le guerre la incidono come cicatrici vive, le bombe la squarciano, sollevano polvere e silenzio, trasformano paesaggi in deserti senza memoria. Là dove un tempo cresceva l’erba, restano crateri; dove scorrevano fiumi, scorre paura; l’aria è resa irrespirabile e il cielo si è fatto cenere.
In questa devastazione risuona un’eco tragica, quasi antica, come se la “hybris” dalla Grecia mitica continuasse a colpire. L’uomo che si crede padrone diventa distruttore, e nel tentativo di dominare la Terra finisce per ferirla e con essa, inevitabilmente, se stesso.
E poi c’è una violenza più lenta, meno visibile ma altrettanto profonda. L’inquinamento che si deposita come una polvere invisibile sulle cose, nei mari soffocati dalla plastica, nei cieli saturi di fumi. È una guerra silenziosa, quotidiana, che consuma. La natura, violentata, continua a offrire i suoi frutti, ma con un respiro sempre più affaticato.
Viene in mente, allora, una natura che non suggerisce più bellezza e contemplazione, ma testimonia distruzione, inquinamento e degrado. E allora l’“ermo colle” di leopardiana memoria, diventa paesaggio ferito; l’ armonia francescana, fraternità tradita.
Tuttavia, proprio in questa frattura, la poesia contemporanea trova nuove urgenze espressive, diventa resistenza.
In Gary Snyder la Terra è un ordine profondo da cui siamo usciti e a cui dobbiamo tornare: la sua poesia invita a cambiare vita, non solo pensiero. In Helen Moore la parola diventa denuncia degli ecocidi, atto di resistenza contro un mondo che consuma e dimentica. Nei versi di Antonella Anedda la natura è fragile ma tenace, custode silenziosa di ciò che resta.
E ancora, Wisława Szymborska ci ricorda con ironia che il mondo può continuare anche senza di noi, mentre Valerio Magrelli intravede nella natura uno spazio che resiste all’artificio totale. Più aspra è la voce di Pasquale Martiniello, dove paesaggi e creature portano i segni della violenza e dei rifiuti del nostro tempo. E in Davide Rondoni riaffiora l’idea che senza uno sguardo rinnovato, nessuna ecologia sarà davvero possibile.
In questi poeti la natura da oggetto di canto si trasforma in creatura da difendere e salvare, voce che chiede di essere ascoltata.
Già nell’antichità, Virgilio affidava alla Terra una promessa che attraversa i secoli:
“Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo” (Virgilio, Bucoliche, Ecloga IV) “Un nuovo ordine di secoli nasce di nuovo”.
E nella voce luminosa di San Francesco d’Assisi, il mondo restava ancora una famiglia:
“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra madre Terra,
la quale ne sustenta et governa”
A questa lode si collega, secoli dopo, Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’, dove la Terra diventa “casa comune” ferita, e dove ogni crisi, ambientale, sociale, umana, si rivela una sola.
Ma oggi, mentre queste parole continuano a risuonare, la storia si muove sotto i nostri occhi.
In questo stesso giorno, 22 aprile, Papa Leone XIV attraversa la Guinea Equatoriale: da Malabo a Mongomo, fino a Bata, dove sceglie di entrare in una prigione. Più che un gesto simbolico soltanto, è un atto concreto: portare lo sguardo là dove la dignità è ferita, dove la violenza è quotidiana. In quelle terre segnate da disuguaglianze e sfruttamento, richiama alla giustizia, alla responsabilità verso i più fragili e verso le risorse naturali, perché siano davvero un bene condiviso.
Nella scelta di visitare i carcerati, in continuità con Papa Francesco, emerge un legame profondo: non si può guarire la Terra senza guarire le ferite dell’uomo. L’ecologia non esiste senza giustizia.
È una speranza che non nasce nei giardini intatti, ma nei luoghi feriti.
Lo aveva intuito Giacomo Leopardi ne “La Ginestra”:
“E quell’orror che primo
contro l’empia natura
strinse i mortali in social catena”
E lo sussurra con leggerezza Emily Dickinson:
“Hope is the thing with feathers
that perches in the soul” (È la speranza una creatura alata
che si annida nell’anima).
Mentre Giuseppe Ungaretti ci ricorda quanto fragile sia ogni esistenza:
“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie”
Eppure, nonostante tutto, la parola finale resta aperta. La affida alla terra stessa, la voce di Pablo Neruda:
“Potranno tagliare tutti i fiori,
ma non fermeranno la primavera”
Così la Giornata della Terra, grazie alla voce dei poeti, che attraversa spazio e tempo, diventa una soglia tra le bombe e i semi, tra le macerie e le radici, tra la prigione e la speranza.
Perché “scegliere la Terra” non deve essere una parola alta da pronunciare una volta all’anno. È una decisione che si rinnova nel quotidiano, nel modo in cui abitiamo il mondo e riconosciamo l’altro come parte di noi.
Ce lo ricorda ancora Papa Francesco: la cura della casa comune è inseparabile dalla cura delle relazioni, dalla giustizia, dalla dignità. E il gesto di Papa Leone XIV, che entra in una prigione africana proprio mentre il mondo celebra la Terra, assume allora un significato più profondo: non esiste speranza ecologica senza compassione concreta, senza il coraggio di attraversare i luoghi della sofferenza.
Scegliere la Terra significa, in fondo, scegliere di non voltarsi dall’altra parte.
Significa riconoscere che ogni ferita nel suolo, nell’aria, nei corpi, è una sola ferita che ci riguarda. Significa accettare di rinunciare a qualcosa per restituire respiro a ciò che abbiamo soffocato. Significa passare da un’idea di dominio a una pratica di custodia, perché nel momento in cui smettiamo di trattare il mondo come oggetto, torniamo a percepirlo come presenza. E allora cambia tutto: il tempo si dilata, le cose acquistano peso, la vita si rivela come relazione.
Forse è questo il senso più profondo della speranza che la poesia trasmette attraverso i secoli, da Virgilio a Pablo Neruda: la possibilità che qualcosa di nuovo possa nascere, se noi lo permettiamo.
Perché la primavera di cui parlano i poeti è fragile, ha bisogno di spazio, di tempo, di cura.
E allora la vera domanda, quella che resta sospesa oltre ogni celebrazione, è semplice e radicale:
siamo ancora capaci di custodire ciò che non possiamo possedere?
Se la risposta sarà sì, anche solo in parte, anche solo per qualcuno allora forse, davvero, la Terra continuerà a fiorire.

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