Dalla fatica di Esiodo all’algoritmo: l’eterna ricerca di senso nel fare umano.
Ogni anno, il Primo Maggio torna come una pausa nel tempo: una giornata che celebra il lavoro e invita a interrogarsi sul suo significato.
È proprio questa ricorrenza a diventare l’input per una riflessione più ampia, che la letteratura attraversa da millenni: cosa significa lavorare? È fatica, destino, identità, oppressione, oppure possibilità di realizzazione?
Per cercare una risposta, vale la pena seguire le tracce lasciate da scrittori di ogni epoca, perché il lavoro, prima ancora che tema economico, è stato uno dei grandi racconti dell’esperienza umana.
Nel mondo greco antico, il lavoro non ha ancora il valore che gli attribuiamo oggi, di diritto e forma di realizzazione personale. Al contrario, è spesso percepito come una necessità legata alla condizione umana, qualcosa da cui, idealmente, ci si libererebbe. L’ideale è l’uomo libero dal bisogno di lavorare, capace di dedicarsi alla vita pubblica, alla guerra, al pensiero. Il lavoro manuale resta ai margini, affidato agli schiavi o alle classi subordinate.
Anche il mito racconta questa distanza: dopo un’età dell’oro senza fatica, gli uomini sono costretti a lavorare. Il lavoro nasce come perdita, come risposta a una frattura originaria.
Ed è proprio qui che si inserisce la voce di Esiodo, dell’ ottavo secolo a.C. Ne “Le Le opere e i giorni”, il lavoro resta duro, ma cambia significato. Da condanna diventa misura, giustizia, ordine umano. Lavorare significa abitare il mondo nel modo giusto, riconoscerne i ritmi, accettarne i limiti. È nella fatica quotidiana che si distingue l’uomo giusto da quello ingiusto.
Nel mondo romano, questa visione si amplia e si complica.
Da un lato, Roma eredita dalla Grecia la concezione che il lavoro manuale resta subordinato. L’ideale del cittadino romano è l’uomo libero, impegnato nella vita pubblica, nella politica, nella guerra. Il lavoro produttivo, soprattutto quello più faticoso, è affidato agli schiavi. In questo senso, il lavoro continua a non essere pienamente nobilitato.
Ma la letteratura latina introduce una sfumatura nuova, più concreta, più legata alla costruzione della civiltà.
Nelle “Georgiche”, Virgilio trasforma il lavoro agricolo in un modello di armonia tra uomo e natura. La fatica dei campi è sì necessità, ma è anche disciplina, sapere, pazienza. È il fondamento stesso della romanità, un gesto che costruisce ordine nel mondo.
Questa idea ritorna, in forma più pratica, negli scritti di Catone il Censore, autore del “De agri cultura”, dove il lavoro agricolo è organizzazione, amministrazione, controllo. Qui il lavoro è gestione razionale, anticipazione di una mentalità produttiva.
Ma la letteratura latina non è univoca.
Con Orazio, emerge anche il desiderio di misura e distacco. Nei suoi testi, il lavoro e l’attività incessante della città vengono spesso contrapposti alla ricerca di una vita equilibrata, lontana dall’eccesso. Il lavoro diventa valore solo quando non divora l’esistenza.
E ancora più radicale è la posizione di Seneca. Nelle sue opere filosofiche, il lavoro non è mai fine a sé stesso, ciò che conta è il tempo interiore. L’uomo che si perde nelle occupazioni senza senso, anche se produttive, spreca la propria vita.
Così, nel mondo romano convivono più idee di lavoro: il lavoro come base concreta della civiltà (Virgilio);
il lavoro come organizzazione e gestione (Catone);il lavoro da limitare per vivere bene (Orazio);
il lavoro da subordinare alla libertà interiore (Seneca).
È un passaggio fondamentale. Per la prima volta, il lavoro diventa oggetto di scelta, di misura, di riflessione.
Ed è proprio da questa complessità che nasce il percorso successivo.
Con il Medioevo, il lavoro entra in una visione morale e gerarchica. Nella Divina Commedia, Dante Alighieri incontra artigiani, mercanti, usurai: ognuno è giudicato anche per il modo in cui ha vissuto il proprio lavoro. Non conta solo ciò che si fa, ma come lo si fa.
Poi, lentamente, cambia lo sguardo sull’uomo.
Nel Rinascimento, il lavoro si lega all’idea di capacità e iniziativa. Ne “Il Principe”, Niccolò Machiavelli introduce la virtù, cioè la possibilità dell’uomo di agire sulla realtà. Il lavoro diventa espressione dell’ingegno.
Questa fiducia attraversa anche “L’Orlando furioso” di Ludovico Ariosto, dove l’azione umana è invenzione continua.
Con l’Illuminismo, il lavoro diventa strumento di ordine e progresso. In “Candido”, Voltaire invita a “coltivare il proprio giardino”: lavorare significa costruire una misura umana del mondo.
Da qui nasce la modernità.
In “Robinson Crusoe”, Daniel Defoe immagina un uomo solo su un’isola: senza lavoro, non esiste civiltà. Crusoe costruisce, organizza, produce. Il lavoro diventa autonomia, quasi creazione. Il lavoro è identità.
Poi arriva la frattura dell’Ottocento. Con la rivoluzione industriale, il lavoro perde il contatto con la natura e si trasferisce nelle fabbriche. Charles Dickens, in “Tempi difficili”, racconta un mondo in cui il lavoro disumanizza.
In Italia, Giovanni Verga, ne “I Malavoglia”, mostra una fatica senza riscatto, una lotta quotidiana contro il destino.
Nel Novecento, il lavoro entra nell’interiorità. Luigi Pirandello mostra identità frammentate, ruoli che non coincidono più con l’essere.
Con Primo Levi, in “La chiave a stella”, il lavoro torna a essere dignità, precisione, sapere. Ma con Paolo Volponi, in “Memoriale”, riemerge come alienazione profonda.
Italo Calvino intravede già il passaggio successivo: un lavoro sempre più immateriale, fatto di segni, informazioni, relazioni.
Nel presente il lavoro si frammenta.
Silvia Avallone racconta la fine della fabbrica, Michela Murgia il lavoro come performance, Vanni Santoni la precarietà diffusa.
E poi arriva l’ultima trasformazione: l’intelligenza artificiale.
Per la prima volta nella storia raccontata dalla letteratura sono messi in discussione sia il lavoro manuale che quello intellettuale. Se la rivoluzione industriale aveva sostituito il corpo, l’intelligenza artificiale entra nel territorio della mente: scrivere, analizzare, progettare, tradurre, prendere decisioni.
Il cambiamento è profondo perché modifica tre elementi fondamentali del lavoro.
Il primo è la competenza. Per secoli, il valore del lavoro è stato legato al sapere: saper fare qualcosa meglio degli altri. Oggi, molte di queste competenze possono essere replicate o assistite da sistemi artificiali. Questo sposta il lavoro umano senza eliminarlo: non basta più sapere, bisogna saper usare, interpretare, scegliere.
Il secondo è il tempo. L’intelligenza artificiale non cambia solo “quanto” lavoriamo, ma il ritmo e la qualità del tempo del lavoro: lo rende più veloce, ma non necessariamente più leggero, e spesso meno capace di generare senso.
Il terzo è l’identità. Se per lungo tempo, da Primo Levi a Giovanni Verga ,il lavoro contribuiva a definire chi siamo, oggi questa identificazione si indebolisce. Se le funzioni possono essere svolte anche da una macchina, il lavoro non basta più a dire “io sono questo”.
È qui che le intuizioni della letteratura contemporanea diventano centrali.
In Paolo Giordano, il lavoro appare già fragile prima ancora dell’IA. Nei suoi romanzi, come “Tasmania”, i personaggi abitano professioni intellettuali ma non trovano in esse una stabilità o un’identità piena. Lavorano, ma restano esposti, incerti.
Con l’intelligenza artificiale, questa condizione si radicalizza: ciò che resta umano non è la funzione svolta, ma la capacità di orientarsi nella complessità, di assumersi responsabilità, di dare senso alle informazioni. Il lavoro diventa meno “fare” e più interpretare.
Accanto a questa prospettiva, Igiaba Scego introduce un elemento ancora più decisivo. Nei suoi testi, il lavoro è anche riconoscimento: essere visibili, essere parte di una comunità, avere voce.
In un mondo in cui le macchine possono svolgere molte attività, il rischio non è solo la perdita del lavoro, ma la perdita di presenza. Chi lavora e come lavora determina chi conta e chi resta ai margini. L’IA, in questo senso, non è neutrale: può amplificare esclusioni già esistenti oppure ridisegnarle.
Così il lavoro, mentre diventa sempre più immateriale, algoritmo, processo, funzione, si carica di una domanda nuova.
Non basta più chiedersi che cosa facciamo.
Bisogna chiedersi che ruolo abbiamo, che responsabilità assumiamo, che relazione costruiamo con gli altri.
E in questo scenario, la letteratura torna a essere uno strumento prezioso. Perché da Esiodo fino ad oggi ha sempre mostrato che il lavoro è sia produzione che esperienza umana.
Oggi, forse, più che mai.

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