Banner Conad

Maturità 2026, la lettera della docente Anna Morrone ai ragazzi di Castrolibero: “Siete persone, non voti”

L’ex consigliere comunale analizza i cambiamenti della scuola di oggi e lancia un messaggio di empatia agli studenti calabresi alla vigilia degli esami.

Carissimi maturandi,

sento la necessità di scrivervi questa lettera aperta, a conclusione dell’anno scolastico, in un momento in cui è inevitabile fare un bilancio di come sia andato.

Quest’anno, per la prima volta, ho insegnato in due diversi istituti. È naturale fare dei confronti e osservare come, pur a fronte delle medesime regole nazionali, l’autonomia scolastica dei dirigenti porti a modalità e scelte di gestione molto differenti.

Due scuole con indirizzi diversi, dunque, ma entrambe con la responsabilità di formare i cittadini e le cittadine che animano e guideranno la società civile di oggi e di domani.

Una scuola che forma cittadini

Regole uguali e programmi diversi, dunque, ma con indicazioni ministeriali ormai trasversali e fondamentali: in particolare l’educazione civica, lo sviluppo delle competenze, i percorsi di PCTO e, infine, l’Esame di Stato, che diventa la sintesi del percorso dei cinque anni, il banco di prova sia per gli insegnanti sia per gli alunni.

In questi giorni in cui vi preparate a varcare la soglia della scuola per l’esame, voi e noi insegnanti ci troviamo ad affrontare l’ennesima riforma che ne disciplina le modalità di svolgimento.

Per me è assolutamente naturale ritornare al ricordo del mio Esame di Stato.

Ritengo che sia fondamentale, per chi ha il ruolo di educare, avere empatia per i colleghi ma soprattutto per gli alunni.

E come si può essere empatici se non mettendosi nei loro panni, riportando alla memoria personale quei giorni e le emozioni provate?

L’ansia, la tensione, l’aspettativa, l’entusiasmo, la delusione, la gioia e, infine, il sospiro di sollievo.

Quando la valutazione rischia di sostituire l’educazione

Purtroppo, anche se esistono realtà in cui – grazie a dirigenti virtuosi e fortemente empatici – prevale ancora il principio di mettere il valore umano dell’alunno al centro della macchina burocratica, nella maggior parte dei casi la sensazione è che la scuola si sia trasformata in un ingranaggio che valuta anziché educare.

La retorica del “merito” si è tradotta tra i banchi in una competizione esasperata e in un’autentica ansia da prestazione.

Lo abbiamo visto lo scorso anno, quando la disperazione e il rifiuto di questo sistema hanno spinto alcuni vostri coetanei alla “rivolta del silenzio”, facendo scena muta volontaria all’orale.

Lo hanno gridato forte Jacopo Giaconi, Linda d’Iddio, Samuele Ceruti e tanti altri studenti eccellenti che, pur avendo raggiunto il massimo dei voti, hanno rifiutato i premi di facciata e hanno confessato sui social e nelle piazze il prezzo alienante di quel successo.

Le loro parole risuonano come un monito per tutti noi:

“Non vogliamo essere usati come spot per l’eccellenza di facciata di un sistema che, mentre premia noi, calpesta e fa sentire falliti i nostri compagni che hanno tempi diversi.”

Ragazzi che, per soddisfare una griglia ministeriale, si sono visti costretti ad annullare la propria giovinezza, rinunciando allo sport, alla musica e agli affetti.

D’altronde, cosa ci si può aspettare da una scuola che per prima valuta e standardizza i suoi insegnanti?

Noi trasferiamo a voi, nostro malgrado, ciò che viviamo sulla nostra pelle.

La mia Maturità e la vostra

Quando io sostenni il mio esame di Maturità, nell’estate del 1993, il mondo era radicalmente diverso.

Le scuole non avevano il registro elettronico, internet era un’astrazione per pochi e l’esame seguiva regole molto diverse da quelle attuali. Erano previste due prove scritte e un colloquio orale con due materie, con una commissione composta quasi interamente da membri esterni, capace di incutere timore già dal primo sguardo. Non esistevano crediti scolastici legati al percorso del triennio e la valutazione finale era espressa in sessantesimi.

Tutto si concentrava in quei giorni d’esame, vissuti come un passaggio decisivo verso la vita adulta.

Oggi, guardando la vostra Maturità — continuamente interessata da modifiche e riforme, fino a quest’ultima del 2026 — mi rendo conto di quanto sia cambiato tutto.

Sono cambiate le regole del gioco, sono cambiati i punteggi, ma soprattutto sono cambiate le vostre esigenze e quelle della società in cui state per tuffarvi.

Ai miei tempi, quel diploma rappresentava spesso l’ingresso diretto nel mondo del lavoro e segnava concretamente il passaggio all’età adulta.

Oggi, per la stragrande maggioranza di voi, è solo una boa di transito prima dell’università.

Il valore umano oltre il voto

Tutto questo diventa ancora più ingiusto se penso a chi, tra voi, sostiene questo esame in territori fragili come la nostra Calabria.

Qui, dove i dati ufficiali Istat e Svimez ci dicono che meno del 15% di chi non prosegue gli studi riesce a trovare un lavoro stabile dopo il diploma, la scuola dovrebbe essere un porto sicuro, una fucina di sogni e attitudini.

Invece, spesso si trasforma in un misuratore di conformismo che fatica a valorizzare le vostre straordinarie soft skills e quelle potenzialità che lo psicologo Howard Gardner ha descritto nella sua teoria delle “nove intelligenze”.

Tra queste spiccano l’intelligenza interpersonale e intrapersonale che lo studioso Daniel Goleman ha racchiuso nel concetto cardine di “intelligenza emotiva”.

Perché nessuno valuterà la vostra empatia, la vostra resilienza o la vostra capacità di comprendere le emozioni in quel colloquio.

Eppure sono proprio quelle le doti che vi salveranno la vita là fuori.

La riforma 2026: un segnale da cogliere

Eppure, guardando la vostra Maturità di quest’anno, voglio cogliere in questa riforma del 2026 un segnale positivo, una risposta di ascolto a quelle proteste e a quel malessere generazionale.

Se è pur vero che il nuovo Esame di Stato vi stringe in un imbuto normativo rendendo obbligatorio il superamento della prova orale, dall’altro lato la nuova struttura del colloquio sembra finalmente voler invertire la rotta.

Articolato in cinque fasi ben definite, l’esame sembra voler abbandonare la vecchia logica per trasformarsi in un vero dialogo dinamico.

Cominciare con un’auto-presentazione a partire dal Curriculum dello Studente è un’occasione preziosa.

Vi permette di rompere il ghiaccio parlando di chi siete, dei vostri talenti e delle vostre passioni, rimettendo l’identità del candidato al centro dell’aula.

Anche la fase centrale non è più pensata per una sterile ripetizione mnemonica.

I commissari siamo chiamati a valutare la vostra maturità critica, il vostro metodo di ragionamento e la capacità di collegare i concetti, prima ancora della completezza enciclopedica della risposta.

La scuola prova a chiedervi di essere pensatori, non ripetitori. Per noi docenti, questa svolta cambia tutto.

Prepararsi all’esame non significa più soltanto trasmettere contenuti, ma allenarvi alle competenze comunicative, alla gestione dello stress e alla capacità di sostenere un’argomentazione sotto pressione.

Una domanda che resta aperta

Ed è proprio qui, davanti a questa cornice che sulla carta è così nobile e orientativa, che sorge il dubbio che mi porto dentro guardandovi competere:

la scuola di oggi, nella sua quotidianità, è ancora davvero in grado di supportarvi in questo?

Le riforme disegnano sulla carta un colloquio moderno, ma la struttura ministeriale rischia di rimanere un guscio burocratico vuoto se non cambiamo la cultura profonda della valutazione.

Il mio augurio per voi

Cari maturandi, il mio augurio più sincero per i prossimi giorni è questo:

Non lasciate che un tabellone decida chi siete.

Se le riforme continuano a cambiare la forma dell’esame, voi difendetene il vostro valore umano. Quell’aula non è un tribunale e i professori non sono i giudici della vostra vita.

Usate questo esame per tirare fuori la vostra voce, la vostra unicità e la vostra meravigliosa complessità.

Impegnatevi, ma fatelo per voi stessi, per il piacere di accrescere la vostra cultura personale e raggiungere i vostri obiettivi.

Che sia un voto alto o un voto basso, ricordatevi che il merito non è una gara a chi arriva primo, ma il coraggio di fiorire assecondando la propria unicità.

In bocca al lupo a tutti voi.

Il futuro è dentro il vostro cuore unico e straordinario.

Prof.ssa Anna Morrone

Docente

Già Consigliere Comunale del Comune di Castrolibero

Condividi questo contenuto