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Il MOSAC mobilita il territorio: la rabbia delle divise locali contro il patto dei distacchi

Anche le sezioni provinciali rifiutano l’accordo: cresce il malcontento tra il personale in servizio nelle caserme.

C’è una categoria di miracoli che riesce benissimo a questo governo, che qualcuno chiama di patrioti da salotto: la moltiplicazione dei selfie e la contemporanea sparizione dei soldi.

Ci riferiamo all’ultimo capolavoro andato in scena nei cosiddetti “tavoli tecnici” del 9 e 10 luglio per il rinnovo contrattuale 2025-2027 del comparto Difesa e Sicurezza

Per mesi ci hanno ammorbato con la retorica del “rispetto per le divise”, della “sicurezza prima di tutto”, della “specificità del comparto”. 

Poi leggi le carte ufficiali, gli impegni che l’esecutivo ha messo nero su bianco per convincere le Associazioni Professionali a Carattere Sindacale tra Militari (APCSM) a firmare, e ti accorgi che non è un contratto: è un libretto degli assegni a vuoto

Una collezione di “ci impegneremo”, “valuteremo”, “ove possibile”. Con un retrogusto che sa di beffa: siccome i soldi per gli stipendi non ci sono, il governo elargisce prebende e comodità ai sindacalisti che dovrebbero firmare la resa.

Ma andiamo con ordine, scorrendo i quattro comandamenti della truffa contrattuale.

Al punto uno del tavolo del “poi si vedrà” il Governo – dopo aver citato fior di leggi e ricordato quanto sia specifica la vita di chi sta in strada o in caserma – si impegna solennemente ad… “aprire un tavolo” sulla previdenza completare.

Avete letto bene. Non a mettere un euro sulle pensioni o sulle indennità, ma a convocare un tavolo entro 90 giorni dalla firma per “verificare possibili idonee soluzioni“. 

Traduzione dal politichese: voi firmate il contratto al ribasso oggi, e noi tra tre mesi vi offriamo un altro giro di chiacchiere con ben cinque ministeri (Funzione Pubblica, Interno, Difesa, Lavoro ed Economia), ottimi per scaricarsi la colpa a vicenda quando diranno che i fondi non ci sono.

Per chi ha la memoria corta, ad agosto potrebbe bastare un’altra seratona al Papete per far saltare anche questo Governo dei record di longevità. E addio all’apertura del “tavolino da campeggio” per vedere pensioni più dignitose per i lavoratori con le stellette.

Al punto due si citano le risorse “ove possibile” (caso mai), dove si tocca il vertice del lirismo contabile. Il Governo si impegna a “reperire, nell’ambito della legge di bilancio per l’anno 2027, ove possibile, nel rispetto dei saldi di finanza pubblica, “ulteriori risorse“. Notare le clausole di salvaguardia: siamo nel 2026, si parla della Finanziaria del 2027, condizionata all’ennesimo “se avanza qualcosa“. 

È il classico schema del “pagherò a Babbo Natale”. Se il ministro Giorgetti certificherà i conti in rosso – e lo sono sempre – i poliziotti e i militari si attaccano al FESI (il Fondo per l’Efficienza dei Servizi Istituzionali), rimasto a secco.

Terzo impegno: trovarsi a luglio 2027 per fare una “verifica congiunta” con Istat e Ragioneria Generale dello Stato per vedere come vanno i salari. Un po’ come se il medico dicesse al malato: “Tu intanto prendi questa pillola di zucchero, poi tra un anno e mezzo facciamo un’autopsia per vedere se sei morto di fame“.

Ma allora, vi chiederete, come spera il governo di convincere i rappresentanti dei militari a firmare un simile bidone? Semplice, applicando la più vecchia delle regole della casta: se non puoi dare i soldi alla base, dai i privilegi ai vertici

Il punto quattro è un monumento al sindacalismo di complemento. Il governo promette modifiche normative ad hoc: i distacchi sindacali passano da 3 a 4 anni (così si allineano alla durata del mandato e nessuno rischia di tornare in servizio prima del tempo), il limite massimo dei distacchi scende da 5 a 4 ma gli anni totali cumulabili da ogni singolo dirigente salgono da 15 a 16. E, chicca finale, viene eliminato l’obbligo di interruzione tra un distacco e l’altro in caso di mandati consecutivi. In pratica, una cattedra a vita per non indossare mai più la divisa. Più distacchi per tutti (i capi), meno soldi per gli altri.

Naturalmente, per far digerire una simile polpetta avvelenata serve tempismo. E infatti il tradimento a firma dei sindacati compiacenti si sta per compiere, con la precisione di un orologio svizzero. 

Le maggior parte delle sigle firmatarie hanno già manifestato la volontà di calare le braghe nelle prossime settimane, aderendo con entusiasmo alla proposta del Governo.

Il dettaglio non è casuale, ma squisitamente politico: hanno deciso che la firma avverrà “pochi giorni prima della manifestazione nazionale che sta facendo tremare i palazzi del potere romano. Tutto organizzato a tavolino, insomma. Si firma in fretta e furia su una lettera di impegni totalmente vuota di risorse economiche, così da svuotare la piazza, disinnescare la protesta e blindare l’accordo prima che la rabbia della base si veda sotto le finestre dei ministeri.

E i soldi dove sono?

Mentre i tavoli tecnici partoriscono queste perle di burocrazia autoreferenziale, la realtà dei fatti presenta un conto salatissimo. Un conto che i geni di Palazzo Chigi fingono di non vedere. L’inflazione cumulata nel periodo 2016-2024 ha toccato la cifra monstre del 19,8%, spinta dal picco drammatico del biennio 2022-2023 (+8,1% e +5,4%).

L’equazione è spietata: a fronte di aumenti nominali sbandierati nei telegiornali governativi come “storici” (i famosi 100-120 euro netti al mese del triennio precedente), il potere d’acquisto reale è colato a picco. Un agente, un sergente o un maresciallo oggi, nel 2026, hanno in tasca il “20% in meno” di capacità di spesa rispetto a dieci anni fa. Gli stipendi crescono sulla carta, ma al supermercato le tasche si svuotano.

A questo si aggiunge un’architettura retributiva che definire kafkiana è un complimento:

Appiattimento parametrale:” la distanza economica tra chi ha responsabilità e chi è appena entrato si è ridotta al minimo, azzerando il merito e lo stimolo a fare carriera. Non è un caso che molti giovani Ufficiali o Dirigenti della Polizia di Stato scelgono di abbandonare l’impiego pubblico per impieghi molto più remunerativi nel settore privato come Security Manager, con un RAL (Reddito Annuo Lordo) all’altezza delle loro aspettative e del mercato globale.

Straordinari da fame:” le tariffe orarie per il lavoro straordinario sono ferme a livelli ridicoli (un Capitano guadagna 16,11 euro lordi all’ora in servizio feriale), roba che un professionista specializzato della sicurezza viene pagato meno di un consulente alle prime armi.

“Trattamento accessorio inesistente:” nel 2025 ben l’89% delle risorse è stato blindato sul trattamento fisso, lasciando “zero euro” di incremento per l’Indennità Mensile Pensionabile (IMP) e per l’Importo Aggiuntivo Pensionabile (IAP).

In questo scenario desolante, c’è chi ha provato a replicare le vecchie logiche di potere persino tra le fila di chi dovrebbe protestare. Il MOSAC (movimento Sindacale Autonomo Carabinieri), insieme ad altre sigle, ha atteso fino ad oggi prima di sciogliere la riserva sulla partecipazione alla manifestazione nazionale. Il motivo è semplice, lineare e di una trasparenza assoluta: ci aspettavamo che nella fase organizzativa di una mobilitazione nata per rivendicare i diritti dei lavoratori del comparto Difesa e Sicurezza fossero coinvolte tutte le sigle sindacali, al di là dei timbri ministeriali sulla “rappresentatività certificata“.

Il MOSAC ritiene infatti che ogni sigla, riconosciuta o meno dalle stanze del potere, abbia la medesima dignità, perché rappresenta gli interessi generali di tutti i lavoratori, come solennemente sancito dalla Costituzione e da tutte le norme che ne discendono. Invece, purtroppo, gli organizzatori hanno agito nello stesso identico modo dei vertici delle Forze Armate: hanno sfoderato il medesimo snobbismo burocratico all’insegna del conteggio delle tessere, ignorando il valore delle idee e dell’energia sindacale che ogni sigla trasmette sul campo.

Ma il MOSAC ha dimostrato di essere un sindacato verointerviene il suo rappresentante legale, Luca Spagnoloe come tale è e sarà sempre presente là dove i lavoratori che rappresenta versano il loro sudore e il loro sangue: nelle piazze, sulle strade, tra la gente. Per questo abbiamo deciso di aderire comunque alla manifestazione nazionale del 18 luglio: perché crediamo fermamente che anche una sola persona in più possa fare la differenza. E il MOSAC sarà quell’uomo o quella donna in più che farà saltare i vecchi schemi in una giornata che inizierà finalmente a segnare un punto di svolta nelle relazioni sindacali tra il Governo e i militari. A coloro che invece osteggiano la piazza in programma, annunciando fumose e comode contromanifestazioni nei prossimi mesi per non disturbare la firma del contratto, il MOSAC lancia un messaggio chiaro sin da ora: noi saremo presenti anche lí, lo saremo sempre, in ogni piazza che ospiterà una mobilitazione pubblica e legittima per difendere i diritti dei lavoratori. Non faremo passi indietro. Il MOSAC esiste proprio per dare voce a quei lavoratori che vengono costantemente ignorati; a tutti quei professionisti in divisa che qualche Generale, dall’alto della sua poltrona, ha persino osato definire “risorse di minore valore aggiunto“. Con orgoglio, abbiamo deciso di stare dalla parte degli ultimi”.

La conclusione è una sola, lampante. Firmare questo accordo truffa non significa fare l’interesse del personale in divisa: significa svenderne la dignità in cambio di quattro promesse scritte sulla sabbia e qualche anno in più di distacco per i vertici delle APCSM.

«Non mi interessa giudicare chi firmerà questo accordo. Mi interessa capire quale idea di rappresentanza sindacale ci sia dietro quella firma. Un sindacato non riceve la fiducia dei lavoratori per confidare nelle promesse di un Governo, ma per ottenere risultati concreti e garanzie certe prima di assumere impegni in nome di migliaia di donne e uomini in uniforme» – Interviene Emanuele Donno, segretario nazionale del MOSAC – «Per questo ritengo che ogni organizzazione che sceglierà di sottoscrivere l’accordo abbia il dovere di spiegare ai propri iscritti quali benefici concreti porta oggi a casa e quali, invece, restano affidati a promesse future. Perché la responsabilità istituzionale viene giustamente richiesta ogni giorno a chi serve lo Stato, ma la responsabilità verso gli iscritti dovrebbe essere il primo dovere di chi li rappresenta. È per questa ragione che il 18 luglio sarò in piazza: per dare voce a chi mi ha accordato la propria fiducia e per ribadire un principio semplice. La fiducia non è una delega in bianco, si conquista e si rinnova con la presenza, la coerenza e i risultati.»

Chi metterà la firma su questo pezzo di carta dimostrerà, oltre ogni ragionevole dubbio, di non meritare né la fiducia dei lavoratori, né i soldi della delega sindacale.” – precisa ancora Luca Spagnolo del MOSAC – “Per questo rivolgo un appello chiaro ai colleghi in divisa: se siete iscritti a uno di questi sindacati-materasso di colore “Giallo” paglierino e non condividete la scelta di firmare la vostra resa, fate sentire il vostro dissenso attraverso uno strumento che è immediato, legale e fa un rumore infernale nelle casse delle sigle complici:la REVOCA della delega sindacale”.

Se volete mandare un segnale, sostenete il MOSAC, che non è una semplice associazione culturale tra militari ma orgogliosamente un sindacato. L’unico, tra i carabinieri, che parla con schiettezza, senza la retorica stantia e polverosa tipica dei soloni residui della defunta “rappresentanza militare”. Quei burocrati che sono ancora disperatamente aggrappati ai mantelli dei generali pur di non perdere piccoli privilegi di casta e posizioni di comodo, spesso utilizzate in spregio a ogni principio di trasparenza e meritocrazia.

I poliziotti e i militari hanno una data sul calendario per farsi sentire: entro il 31 ottobre, chi ha firmato questa cambiale fasulla va semplicemente mandato a quel paese, togliendogli la delega finanziaria. Vedrete come torneranno a sentire le ragioni della base, quando cominceranno a mancare i soldi delle tessere.

MOSAC
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