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Calabria, Mazza: “Il patto del suolo si chiama depaving”

La regione non ha troppo cemento. Ha il cemento dove non serve, e il vuoto dove servirebbe

Progettare il futuro di un territorio fragile come quello calabrese non significa imboccare la via della decrescita. Non significa rinunciare alle opere necessarie a rompere l’isolamento storico delle nostre comunità. Il progresso ha bisogno di infrastrutture moderne, sicure, efficienti. Negarlo sarebbe pura ipocrisia.

Ma la Calabria non soffre di un eccesso di cemento in senso assoluto.

Soffre di un cemento mal distribuito.

Piazzali che nessuno usa convivono con strade dissestate che tutti maledicono. Rotatorie sovradimensionate sorgono dove basterebbe un incrocio, mentre un ponte necessario resta un progetto sulla carta da vent’anni.

Il problema non è costruire. Il problema è costruire nel posto sbagliato, e non realizzare in quello giusto.

È qui che entra in gioco il depaving. Un principio che sta guadagnando credito in diversi contesti europei. Una visione di sistema che si inserisce a pieno titolo nei processi di rigenerazione urbano-naturalistica.

Leuven, in Belgio, ne è l’esempio più maturo: la rimozione sistematica dell’asfalto è parte integrante della sua strategia climatica urbana. Anche Genova lo ha inserito nel proprio piano urbanistico comunale.

Si tratta della rimozione fisica dell’asfalto e del cemento non più utili. Si restituisce così il suolo alla sua funzione originaria: assorbire l’acqua, produrre, respirare. Non è un concetto astratto importato da altri luoghi. È una pratica che sta prendendo piede per contrastare il dissesto idrogeologico e recuperare terreno produttivo.

Lo sviluppo non può più essere una colonizzazione a senso unico, dove ogni opera nuova si somma alla precedente senza che nulla venga mai tolto. La vera svolta culturale sta nel principio di reciprocità. Dove nasce il nuovo, il vecchio deve tornare alla terra.

Il depaving non frena chi costruisce. Corregge chi ha costruito male.

Non è un limite al fare. È il completamento del fare.

Strade doppie, piazze balena, pianure scivolo: lo stesso vizio ovunque

Il settore della viabilità offre l’esempio più immediato, e riguarda da vicino tutti gli enti competenti. Il depaving, del resto, trova nelle aree urbanizzate il suo terreno d’elezione. E in Calabria di aree urbane ce ne sono: centri costieri, collinari. Contesti contenuti nelle dimensioni, ma reali.

Negli ultimi decenni queste aree si sono chiuse nel cemento. Hanno perso l’equilibrio tra le strade e le aiuole, tra i marciapiedi e gli alberi.

È qui che si gioca la partita più delicata. Quando un ente pianifica una nuova strada, quel progetto dovrebbe rispondere a una sola domanda: quali sono le esigenze reali di quel tratto, di quei quartieri, di quei flussi di traffico? Se bastano due corsie per servire l’area, costruirne quattro è un doppio errore.

Un’opera sovradimensionata non restituisce grandezza. Al contrario, costa il doppio. Resta sottoutilizzata. Richiede più manutenzione nel tempo. E soprattutto sottrae suolo, verde, terra che in quel punto non andava tolta.

Quando nasce un tracciato moderno, poi, la vecchia carreggiata dovrebbe sparire. Troppo spesso non accade. Resta al suo posto, abbandonata al degrado: una ferita che non si rimargina mai. Una cicatrice impermeabile che il territorio si porta addosso.

Lo stesso vizio, nelle città, cambia forma.

Piazza Bilotti a Cosenza non è sbagliata perché è nuova. È sbagliata perché è stata pensata come una distesa di mattoni. Quasi una colata di cemento a simboleggiare una balena spiaggiata al centro della città.

Non è un caso isolato, sia chiaro.

Sulla falsariga, in diversi comuni calabresi, sono sorte altre piazze. Ma il disegno è stato sempre identico: il cemento ha preso il posto del verde senza alcun compromesso. Ovunque lo schema si ripeta, l’effetto è lo stesso: una fonte di calore impressionante. Un isolante che respinge ogni logica di mitigazione climatica.

Il problema, ancora una volta, non è costruire. È costruire senza lasciare che la terra respiri.

Il cemento assorbe calore, ma non restituisce ossigeno. Solo il suolo vivo lo fa.

Stesso registro si riscontra fuori dalle città. Qui, addirittura, si allarga fino a diventare sistema. Lungo il Crati, nelle piane alluvionali dello Jonio, nel Gioiese e nel Lametino, si sommano piazze di cemento, capannoni industriali mai decollati, strade secondarie che nessuno percorre. Insieme formano un unico, gigantesco scivolo. I drammatici eventi alluvionali degli ultimi vent’anni lo confermano. Quando le piogge si fanno violente, l’acqua non trova più la spugna naturale del terreno. Diventa un’onda, alimentata da ogni metro quadro di suolo sigillato senza motivo.

Pianificazione circolare: prendere, restituire, mettere in sicurezza

Rompere la catena delle emergenze richiede una pianificazione circolare, urbanistica e infrastrutturale insieme. Non basta, però, che i Comuni sappiano intercettare i fondi. Il problema è a monte.

Ma lo strumento per uscire dall’impasse esiste già. L’Europa lo prevede da tempo: alcune Regioni, come l’Emilia-Romagna, lo hanno già colto. Anche la Calabria deve adeguarsi, se vuole davvero tutelare il proprio territorio.

Il PNRR, d’altronde, lo dimostra. In molti Comuni calabresi le risorse sono arrivate, anche in misura consistente. Ma la scelta è ricaduta spesso su opere che l’Europa finanzia, senza che venga richiesta alcuna restituzione alla terra. Piazze, riqualificazioni urbane, arredo urbano: interventi utili, forse, ma quasi mai accompagnati da un principio di compensazione coerente.

Si somma cemento. Si restituisce poco, raramente abbastanza.

Bisogna cambiare prospettiva. Il depaving va generalizzato a tutti i bandi di riqualificazione urbana. Il cambiamento deve riguardare la regola del finanziamento, non un generico appello di principio. Ogni nuova opera pubblica, ogni ammodernamento infrastrutturale, deve contenere per obbligo un piano di compensazione tramite depaving.

Non deve restare un’eccezione. Deve diventare la regola.

Bisogna cancellare, smantellare, ridimensionare il cemento inutile. E rigenerare gli spazi in aree di laminazione naturale, in corridoi ecologici veri.

L’uomo prende, ma deve anche restituire! Non con un principio astratto: con bandi che impongano la restituzione. Con opere che creino equilibrio oltre che sicurezza. Con progetti che lascino respirare la terra invece di sigillarla.

Solo così la Calabria smetterà di rincorrere il fango dopo ogni pioggia.

Solo così comincerà, finalmente, a governare il proprio futuro invece di subirlo.

Prendere e restituire. Fare bene, o non fare.

Non c’è futuro senza pareggiare i conti con la terra.

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