Il nuovo D.P.C.M. ridefinisce i criteri per classificare i comuni montani. Alcuni centri storicamente considerati tali restano fuori dal nuovo elenco, mentre il Governo assicura che le agevolazioni non saranno revocate automaticamente. Intanto crescono le richieste di correttivi che tengano conto anche dello spopolamento e della carenza dei servizi.
Con l’entrata in vigore, il 22 luglio, del D.P.C.M. 11 maggio 2026, n. 121, attuativo della Legge sulla Montagna n. 131/2025, la geografia dei comuni montani italiani è stata profondamente ridisegnata sulla base di nuovi criteri geomorfologici fondati principalmente sull’altitudine media e sulla pendenza del territorio.
La riforma ha immediatamente acceso il dibattito tra amministratori locali, associazioni e Regioni. La nuova classificazione, infatti, potrebbe incidere sull’accesso alle future misure di sostegno previste dalla normativa dedicata ai territori montani.
Il Ministero per gli Affari Regionali e le Autonomie ha tuttavia precisato che l’esclusione dal nuovo elenco non comporta automaticamente la perdita dei finanziamenti o delle agevolazioni oggi riconosciute ai comuni montani. Restano comunque aperte le questioni relative alle future politiche di sostegno, al dimensionamento scolastico e all’organizzazione dei servizi essenziali.
Secondo le elaborazioni delle associazioni di categoria, i comuni calabresi classificati come montani nel nuovo elenco sarebbero 256, a fronte delle precedenti classificazioni regionali e nazionali che ne comprendevano storicamente tra 216 e 228, a seconda delle diverse mappature adottate negli anni.
Il nuovo sistema ha determinato numerosi nuovi ingressi, ma anche l’esclusione di alcuni comuni che per decenni erano stati considerati montani. I nuovi parametri nazionali, legati prevalentemente all’altitudine media e alla pendenza del territorio, hanno infatti modificato una classificazione rimasta sostanzialmente immutata per oltre settant’anni.
Dal confronto tra le precedenti classificazioni e il nuovo allegato al decreto emerge che alcuni comuni storicamente considerati montani non risultano più inseriti nel nuovo elenco. Tra i casi più significativi figurano, in provincia di Cosenza, Scala Coeli, Terravecchia, Mandatoriccio, San Demetrio Corone e Montegiordano; in provincia di Crotone Umbriatico, San Nicola dell’Alto e Carfizzi; nella Città Metropolitana di Reggio Calabria Benestare, Bruzzano Zeffirio, Palizzi, Casignana e Condofuri; in provincia di Catanzaro Gimigliano; mentre nel Vibonese risultano esclusi Vibo Valentia, Pizzo, Tropea, Nicotera, Ricadi, Mileto, Limbadi, Briatico, Maierato, Sant’Onofrio e Francavilla Angitola.
Sono nomi che sulle mappe possono apparire come semplici punti geografici, ma dietro ciascuno di essi vive una comunità che da anni combatte contro lo spopolamento, la progressiva riduzione dei servizi e il declino demografico delle aree interne.
Sono soprattutto i sindaci a temere che una classificazione basata esclusivamente su parametri altimetrici e geomorfologici finisca per non rappresentare le reali condizioni di vita di territori sospesi tra Aspromonte, Sila, Pollino e Serre, dove l’isolamento infrastrutturale continua a incidere profondamente sulla qualità della vita.
La riforma dei criteri era attesa da anni per superare norme ormai datate, risalenti addirittura al 1952, che prendevano ancora in considerazione elementi come il reddito agrario o gli effetti del secondo conflitto mondiale. Al loro posto arrivano cinque criteri nazionali fondati esclusivamente su caratteristiche fisiche del territorio.
Una scelta che, sulla carta, appare oggettiva.
Per molti amministratori, però, una montagna non è soltanto una quota altimetrica. È la distanza dagli ospedali, la difficoltà nei collegamenti, una strada provinciale che frana dopo ogni inverno, un autobus che passa una sola volta al giorno, una scuola che rischia di chiudere per mancanza di alunni. Sono condizioni che una formula matematica fatica a rappresentare.
Le osservazioni avanzate dai territori hanno spinto il Ministero per gli Affari Regionali e le Autonomie a intervenire con una precisazione ufficiale.
Nel corso dell’informativa resa in Conferenza Unificata, il ministro Roberto Calderoli ha chiarito che il D.P.C.M. rappresenta esclusivamente la base tecnica della nuova classificazione e che l’effettiva assegnazione delle risorse del Fondo per lo Sviluppo delle Montagne Italiane (FOSMIT) e delle future agevolazioni sarà disciplinata da successivi provvedimenti attuativi.
In tali decreti dovranno essere valutati anche ulteriori indicatori, quali lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione, la carenza dei servizi essenziali e le condizioni socio-economiche dei territori.
Una precisazione importante, che attenua il rischio di effetti immediati, ma che non basta a dissipare tutte le preoccupazioni, poiché il futuro di molti comuni dipenderà proprio dai criteri che saranno definiti nei prossimi mesi.
Anche la Regione Calabria continuerà a poter destinare proprie risorse e cofinanziamenti ai territori delle aree interne attraverso gli strumenti di programmazione regionale, indipendentemente dalla nuova classificazione ministeriale.
Nel frattempo prosegue anche il fronte dei ricorsi amministrativi.
Alcune amministrazioni calabresi, tra cui Rocca Imperiale, Amendolara e Trebisacce, hanno annunciato e avviato ricorsi davanti al TAR del Lazio, sostenendo che la sola altitudine non possa essere sufficiente per stabilire se un territorio presenti o meno le caratteristiche della montagna.
Secondo gli amministratori locali, un comune situato a quote relativamente basse ma privo di infrastrutture adeguate, lontano dagli ospedali e con servizi essenziali ridotti affronta difficoltà ben maggiori rispetto ad altri territori che, pur trovandosi alla stessa altitudine, dispongono di collegamenti efficienti.
È questa la principale questione che la Calabria chiede oggi di affrontare.
UNCEM e ANCI chiedono infatti che i futuri decreti introducano correttivi capaci di affiancare ai parametri geomorfologici indicatori sociali, demografici e infrastrutturali, così da fotografare non soltanto la conformazione fisica delle montagne, ma anche le reali condizioni di vita delle comunità che le abitano.
Negli ultimi decenni molti borghi calabresi hanno perso fino al quaranta per cento della popolazione. Ogni classificazione che non tenga conto di questa realtà rischia di tradursi in un ulteriore elemento di fragilità per territori già duramente provati.
Resta quindi aperta una fase di confronto istituzionale. Saranno infatti i successivi decreti attuativi a stabilire in modo definitivo quali criteri verranno utilizzati per l’assegnazione delle risorse e quali correttivi potranno essere introdotti per tenere conto dello spopolamento, dell’isolamento territoriale e della carenza dei servizi.
Perché una montagna può anche cambiare in un elenco amministrativo. Molto più difficile è cancellare la quotidianità di chi continua a viverla, spesso lontano dai riflettori, custodendo borghi che rappresentano una parte importante dell’identità e della storia della Calabria.

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