L’editoriale di Francesco Pacienza: criticare i disservizi non è disprezzo per le radici, ma una legittima richiesta di dignità e buona amministrazione.
In Calabria è tornata prepotentemente di moda una parola colta, di quelle riesumate dal vocabolario delle grandi occasioni per fare un figurone nei dibattiti televisivi o nei comunicati stampa rilasciati a tarda sera: oicofobia. Dal greco oikos (casa) e phobos (paura o avversione), il termine definisce l’odio, la repulsione o il disprezzo per la propria casa e per le proprie origini.
Secondo una narrazione politica ormai consolidata, se in Calabria le infrastrutture sfidano le leggi della fisica, la sanità costringe ai viaggi della speranza, i treni viaggiano a velocità borboniche e i giovani scappano, la colpa non sarebbe di chi amministra. No: la responsabilità sarebbe dei calabresi stessi, irrimediabilmente affetti da una forma cronica di masochismo culturale, da un perverso impulso all’autodemolizione che li spinge a parlar male della propria terra.
Trattasi di una diagnosi di straordinaria eleganza accademica. Peccato che sia una gigantesca operazione di propaganda e la più spudorata delle supercazzole culturali.
Chiedete a un qualsiasi calabrese – residente o emigrato, stanziale a Catanzaro o radicato a Milano, Stoccarda o Toronto – cosa pensa della sua terra. Vi risponderà con un orgoglio quasi mitologico e viscerale. Nessuno in Calabria ha mai messo in dubbio di vivere in un paradiso terrestre potenziale, baciato da una grazia naturalistica persino sfacciata.
L’amore per il territorio non è mai stato in discussione, e i dati oggettivi della geografia regionale lo confermano:
- Una biodiversità senza rivali in Europa: Dalle cime maestose del Pollino, della Sila e dell’Aspromonte – con i tre Parchi Nazionali dove si respira l’aria più pulita del continente e vegetano i pini loricati – fino alle scogliere che si tuffano nel Tirreno e nello Ionio, la varietà ecosistemica calabrese non teme confronti in Italia e nel resto d’Europa.
- Un patrimonio unico al mondo: Un territorio straordinario dove è letteralmente possibile sciare la mattina guardando il mare e fare un tuffo al tramonto, immersi in una ricchezza botanica, faunistica e marina che fa la gioia di naturalisti e subacquei di tutto il pianeta.
Se c’è un tratto che unisce i calabresi nel mondo è il culto quasi religioso per le proprie radici. Parlare di oicofobia a chi difende a spada tratta l’identità, il paesaggio e la storia della propria terra a migliaia di chilometri di distanza è un paradosso logico prima ancora che sociale. Chi vive fuori non ha dimenticato la casa: soffre semplicemente nell’osservare una Ferrari perennemente parcheggiata in garage con le ruote sgonfie.
La verità è che l’accusa di oicofobia è il parallelo perfetto di chi, trovandosi a gestire una casa invasa dai rifiuti e dalle macerie, decide di spazzarli frettolosamente sotto il costosissimo tappeto del salotto. Una volta nascosta la spazzatura, il padrone di casa si volta verso gli ospiti e li accusa con severità morale di “fobia del mobilio” solo perché continuano a far notare l’insopportabile odore di polvere che pervade l’intera abitazione.
La meccanica del tranello politico è tanto raffinata quanto miope:
- Trasformare i disservizi in difetti caratteriali: Se un treno regionale impiega quattro ore per coprire cento chilometri di binario unico, il problema per la politica non è la rete ferroviaria, ma la mancanza di “romanticismo” del cittadino per il viaggio lento.
- Criminalizzare il diritto alla critica: Segnalare mari sporchi, depuratori guasti o ospedali al collasso diventa un atto di “lesa maestà” contro la calabresità, invece di un basilare esercizio di cittadinanza attiva.
C’è una differenza abissale tra l’amore per il territorio e la tolleranza per chi lo amministra. Confondere la legittima critica verso l’inefficienza pubblica con il disprezzo per le proprie radici è il vero gioco di prestigio della classe dirigente.
Esiste un cortocircuito concettuale che caratterizza da tempo il dibattito pubblico calabrese: la tendenza delle istituzioni e della politica a ribaltare le responsabilità delle carenze strutturali sui propri cittadini, trasformando il disagio reale in una presunta colpa culturale. Questo confronto mette a nudo la distanza incolmabile tra la narrazione di comodo del potere e la dura realtà dei fatti vissuta quotidianamente sul territorio.
Il racconto di comodo della Politica e dei suoi profeti: «I calabresi soffrono di oicofobia e amano autodemolirsi parlando solo male della propria regione.» Secondo questa visione, il principale limite dello sviluppo regionale risiederebbe in una patologia psicologica collettiva: un rifiuto delle proprie radici che spinge la popolazione a una narrazione costantemente denigratoria e disfatta della propria terra.
La dura realtà dei fatti: i calabresi adorano la loro terra. La rabbia e la frustrazione che emergono nel discorso pubblico non nascono da una mancanza di amore per il territorio, ma dalla necessità primaria di denunciare la gestione disastrosa e surreale dei servizi essenziali. Criticare il malfunzionamento delle strutture non significa odiare i luoghi, ma pretendere che siano vivibili.
Il racconto di comodo della Politica: «Manca l’orgoglio territoriale e il senso di appartenenza culturale.» Spostando il focus sul piano identitario e folkloristico, la retorica di governo attribuisce il ritardo economico e sociale a una presunta apatia dei cittadini, colpevoli di non celebrare sufficientemente le proprie eccellenze e le proprie radici.
«Chi evidenzia le magagne danneggia l’immagine turistica della Calabria.» La critica documentata viene sistematicamente bollata come un atto di sabotaggio o di disfattismo, accusando chiunque sollevi problemi reali di minare la reputazione della regione agli occhi dei visitatori esterni e degli investitori.
La dura realtà dei fatti: l’orgoglio è straripante; ciò che manca drammaticamente sono la sanità di base, i trasporti pubblici e il diritto fondamentale di restare senza dover compiere eroismi. La retorica sull’identità diventa un paravento inaccettabile quando mancano gli ospedali funzionanti, i collegamenti ferroviari e stradali minimi e le condizioni economiche per non essere costretti a emigrare. Chi governa male danneggia il futuro reale di chi la Calabria la vive 365 giorni all’anno o sogna di ritornarvi. La reputazione di un territorio non si difende nascondendo la polvere sotto il tappeto per fare marketing turistico, ma garantendo la dignità dell’esistenza quotidiana ai residenti e a chi vorrebbe rientrare.
Invece di offrire soluzioni concrete sui cantieri eterni, sulla continuità territoriale o sulle liste d’attesa negli ospedali, la politica preferisce arruolare agenzie di comunicazione per cambiare la “percezione” o somministrare sermoni sull’orgoglio identitario. È la scorciatoia ideale: se il malcontento è una malattia mentale collettiva degli amministrati, chi governa non deve più risolvere i problemi, ma solo fare reprimende morali.
I calabresi non soffrono di oicofobia; soffrono, semmai, di un’immensa e provata pazienza. Pretendere che una terra di bellezza sconvolgente sia finalmente governata con ordinaria decenza non è disprezzo. È l’atto d’amore più grande che si possa compiere per la propria casa. Finché la politica continuerà a nascondersi dietro vocaboli greci per evitare di prendere la scopa in mano, la polvere sotto il tappeto aumenterà. E denunciarlo non è una fobia: è semplice, legittima sopravvivenza.

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