Quarant’anni sotto la sopraelevata: chiediamo regole uguali e un’alternativa per continuare a lavorare
“Siamo abusivi, per anni ci avete mandato il bollettino della tassa al suolo pubblico e papà la pagava regolarmente è andato in pensione e qualcosa s’è interrotto, da qualche anno non si paga il suolo pubblico? Sì. Ma per 40 anni abbiamo lavorato e vissuto del nostro lavoro.” Con onestà
È questa la premessa da cui vogliamo partire. Da circa quarant’anni svolgiamo la nostra attività commerciale sotto la sopraelevata, in un’area nella quale, nel corso del tempo, sono state tollerate e consentite numerose attività commerciali.
Sappiamo perfettamente che i tempi cambiano, che le città si trasformano e che le amministrazioni hanno il diritto e il dovere di riqualificare le proprie aree urbane. Siamo favorevoli alla riqualificazione della zona della sopraelevata, da via Padre Giglio fino a via Popilia, così come siamo favorevoli a una città più bella, decorosa e vivibile.
Ma una domanda riteniamo sia legittimo porla: che fine fanno le persone che da decenni vivono del lavoro svolto in quei luoghi?
Nessuno di noi possiede una concessione di suolo pubblico. Lo sappiamo e non lo abbiamo mai nascosto. Ma altrettanto vero è che, prima di procedere allo sgombero e all’abbattimento delle nostre strutture, nessuno dell’amministrazione è venuto a proporci una soluzione alternativa concreta per consentirci di continuare a lavorare.
In questi anni abbiamo visto decreti, ordinanze e provvedimenti. Abbiamo visto amministratori parlare di lavoro, di inclusione e di attenzione verso il popolo. Ma, nei fatti, quale alternativa è stata proposta a chi, dopo quarant’anni, rischia di ritrovarsi senza il proprio posto di lavoro?
Ci rivolgiamo alla giunta intera, che spesso parla della necessità di trovare soluzioni per chi lavora e per chi vive della propria attività: dov’è la soluzione per noi?
Non chiediamo privilegi. Chiediamo regole chiare e uguali per tutti.
Siamo pronti ad andare via quando partiranno i lavori di riqualificazione. Siamo pronti a fare la nostra parte. Ma chiediamo che, contestualmente, venga individuata e messa nero su bianco una soluzione alternativa per chi vuole continuare a lavorare.
E allora poniamo un’altra domanda all’amministrazione e al sindaco: perché le regole non sembrano valere allo stesso modo per tutti?
Se la mancanza di concessione del suolo pubblico è sufficiente per mandarci via, perché non vengono applicati gli stessi criteri a tutte le altre situazioni irregolari presenti in città? Perché agli ambulanti che operano senza autorizzazioni, ai venditori di frutta e verdura che occupano la strada e ad altre attività prive dei necessari titoli viene consentito di continuare a lavorare, mentre noi, dopo quarant’anni, veniamo allontanati senza che ci venga indicata un’alternativa?
È vero siamo capitati, per sfortuna dove ci saranno i lavori di riqualificazione, ma con ciò però non possiamo credere che da via Padre giglio all’altro troncone che va a via Popilia, non essendo interessati alla riqualificazione, gli altri box rimangono come se avessero superato la prova della concessione del suolo pubblico.
Non chiediamo che altri lavoratori vengano cacciati. Chiediamo semplicemente che le regole siano uguali per tutti.
Ci chiediamo anche: a chi abbiamo fatto del male? Perché nei nostri confronti sembra esserci un accanimento che non comprendiamo?
Siamo consapevoli della nostra situazione e non abbiamo bisogno di lezioni o paternali. Sappiamo di essere abusivi. Ma sappiamo anche che, se questo è il criterio adottato dall’amministrazione, deve essere applicato indistintamente a tutte le situazioni analoghe,
gli altri box?
Gli ambulanti del mercoledì a via popilia e del
venerdì?
I contadini zona cinema Italia che sono peggio di noi?
Quello che contestiamo non è la riqualificazione. Contestiamo l’assenza di una prospettiva per chi, con dignità, vuole continuare a lavorare.
Ci viene detto che bisogna rendere più bella la città. Siamo d’accordo. Ma una città può essere bella anche senza dimenticare le persone che per decenni hanno lavorato al suo interno.
Ci viene detto che bisogna cambiare. Siamo d’accordo anche su questo. Ma cambiare non può significare semplicemente mandare qualcuno a casa.
Per questo chiediamo al sindaco e all’amministrazione comunale una proposta concreta, scritta e verificabile, che permetta a chi lo desidera di continuare a lavorare nel rispetto delle regole.
Non chiediamo favoritismi. Non chiediamo di essere al di sopra della legge. Chiediamo di poter lavorare con regole uguali per tutti.
Abbiamo imparato da nostro padre che il lavoro è dignità e che bisogna vivere del proprio lavoro senza delinquere. È quello che abbiamo fatto per quarant’anni e quello che continueremo a fare.
Potranno abbattere i nostri box. Potranno cambiare la nostra strada e riqualificare la zona. Ma non potranno cancellare quarant’anni di lavoro, sacrifici e dignità.
E continueremo a chiedere, con rispetto ma con fermezza, una sola cosa: regole uguali per tutti e un’alternativa concreta per chi vuole continuare a lavorare.
Gli storici venditori di frutta e verdura cosentini”

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