“Lì dentro non si provava soltanto, diventavamo ciò che desideravamo essere”: le parole dedicate alla Maestra che ha fatto sognare generazioni di giovani ballerine.
Oggi è morta Mirella Castriota.
E con lei, per me e per tanti della mia generazione, se ne va un pezzetto di un tempo che sembrava infinito.
Nella sua scuola di danza siamo cresciute in tante. Abbiamo imparato passi, posizioni, disciplina, fatica. Ma anche la musica di un dolce pianoforte: quelle melodie che, lezione dopo lezione, imparavamo a conoscere, a contare, ad ascoltare. Musiche che poi diventavano la colonna sonora del nostro balletto, del nostro piccolo palcoscenico, del nostro sogno.
Mirella le chiamava aule di danza. Guai a chiamarle “sale prova”. E forse aveva ragione: lì dentro non si provava soltanto. Lì dentro, per qualche ora, diventavamo quello che desideravamo essere.
Erano gli anni delle grandi etolile, delle gambe in aria e dei tutù, delle sigle all’inizio delle trasmissioni di Pippo Baudo. Erano gli anni in cui una bambina poteva guardare la televisione e pensare: un giorno sarò così.
C’era chi voleva essere Heather Parisi, tutta energia e sorriso.
Chi Lorella Cuccarini, con quella grazia che sembrava non costare nessuna fatica.
Chi sognava Alessandra Martines, elegante e bellissima.
E poi c’eravamo noi, davanti allo specchio, con il body, le calze, i capelli tirati in un tupè e quelle dolorosissime scarpe da punta rosa, dure come il gesso, che ci distruggevano i piedi.
Non tutte siamo diventate ballerine, qualcuna (me compresa) poi per motivi di studio ha lasciato, ma per un tempo non proprio breve e meraviglioso, lo siamo state davvero.
Abbiamo imparato la musica e abbiamo imparato a farla diventare movimento. Abbiamo contato i tempi, aspettato l’attacco, ripetuto mille volte quel passo finché finalmente sembrava giusto. E poi quella musica, che avevamo ascoltato così tante volte, diventava nostra: la colonna sonora del nostro balletto, del nostro costume, del nostro ingresso in scena.
Abbiamo danzato i nostri sogni. Abbiamo immaginato teatri pieni, applausi, luci, quinte e sipari. Abbiamo imparato che per stare sulle punte servono forza, ostinazione e un pizzico di follia.
E oggi, pensando a Mirella, mi viene da credere che il suo regalo più grande sia stato proprio questo: averci dato un luogo in cui sentirci capaci di volare.
Grazie, Mirella.
Per tutte quelle mattine e quei pomeriggi.
Per gli specchi. Per la musica. Per i rimproveri. Per la disciplina.
Per quelle scarpe rosa che facevano un male cane e che, nonostante tutto, adoravamo.
Per le nostre musiche diventate colonne sonore di una parte bellissima della nostra vita.
Per quelle aule che, nella memoria, sono diventate molto più grandi di qualsiasi palcoscenico.
E soprattutto grazie per aver custodito, insieme a noi, il sogno di diventare una ballerina.
Un sogno che, anche se abbiamo smesso di danzare, da qualche parte è rimasto lì.
In punta di piedi.

Vai al contenuto



