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“Sarti volanti” di Annarosa Macrì, il romanzo che intreccia linguaggio, memoria e vita per cucire le ferite dell’esistenza

Una rilettura  del romanzo di Annarosa Macrì tra relazioni, dolore e il valore della cultura come chiave per comprendere la vita.

Di Anna Maria Ventura

Durante questa calda estate ho avuto modo di rileggere “Sarti volanti” di Annarosa Macrì, pubblicato da Rubbettino nel 2023. Questa seconda lettura mi ha lasciato una traccia ancora più profonda della prima. Mi è sembrato che alcune pagine mi restituissero domande che forse la prima volta non avevo saputo ascoltare fino in fondo: che cosa resta di noi quando gli anni cominciano a depositarsi sulla memoria? Quanto siamo capaci di riparare le ferite della nostra vita? E quanto, invece, dobbiamo imparare ad accettare che alcuni strappi non potranno mai essere ricuciti del tutto?

Forse è proprio questa la ragione per cui il romanzo di Annarosa Macrì mi ha fatto riflettere così a lungo. Perché, dietro la storia di Amélie, la protagonista, dietro le vicende amorose, familiari e personali che si intrecciano nel libro, emerge una domanda che riguarda ciascuno di noi: come si fa a tenere insieme la propria esistenza quando il tempo, le perdite, gli amori, le malattie e le occasioni mancate sembrano averne sfilacciato il tessuto?

La risposta di Macrì è affidata alla scrittura e alla memoria, ma anche a una metafora semplice e potentissima: quella del cucito, dell’aggiusto, della sartoria. Tutti, in qualche modo, siamo “sarti volanti”: prendiamo le misure della nostra vita, accorciamo, allunghiamo, stringiamo, mettiamo toppe, cerchiamo di rimediare agli errori e agli strappi. A volte ci riusciamo, altre volte no. Ma continuiamo a provarci.

Ed è forse proprio da qui che occorre partire per entrare nel mondo di questo romanzo.

Nella letteratura di ogni tempo due parole emergono con una sorta di tragica sacralità: Eros e Thanatos, Amore e Morte. La loro opposizione è soltanto apparente, perché nella condizione umana le due forze sono profondamente intrecciate: ogni amore porta con sé la possibilità della perdita, ogni legame contiene in filigrana la paura della separazione, ogni nascita implica, prima o poi, la finitezza. È precisamente dentro questa tensione che si muove “Sarti volanti” di Annarosa Macrì, romanzo intenso e stratificato nel quale la memoria, il dolore, l’amore, la malattia e la scrittura si inseguono e si sovrappongono.

Il libro non è diviso in capitoli, ma in trenta variazioni. La scelta strutturale non è casuale e suggerisce immediatamente l’idea di una composizione musicale: una melodia fondamentale che ritorna, si modifica, si arricchisce, cambia tonalità senza perdere il proprio nucleo originario. Il riferimento alle Variazioni Goldberg di Bach, che ricorre nel testo, diventa così una possibile chiave di lettura dell’intero romanzo. La vita stessa procede per variazioni: ripete situazioni, emozioni, dolori e desideri, ma ogni volta li modifica leggermente, come un sarto che interviene sullo stesso abito per adattarlo a un corpo che cambia.

E proprio la sartoria costituisce la grande metafora generatrice del romanzo.

La protagonista, Amélie, ha circa cinquant’anni e attraversa una fase della propria esistenza nella quale il passato sembra improvvisamente pesare più del futuro. Si sente molto stanca, quasi consumata. È una donna che porta addosso molte vite, molte possibilità non realizzate, molte ferite che non hanno mai trovato una vera cucitura. Su suggerimento della sua psicoterapeuta, che è anche un’amica, comincia a scrivere su un quadernetto.  Amélie non segue l’ordine cronologico degli avvenimenti, come in un diario tradizionale, ma quello imprevedibile e intermittente della memoria. Un ricordo ne richiama un altro, un’immagine fa riaffiorare una voce, una parola conduce a una persona, una persona a un dolore.

La scrittura diventa così un modo per riordinare ciò che nella vita è rimasto irrisolto.

Amélie è nata a Reggio Calabria, da una famiglia calabrese profondamente legata alla propria terra, ma con lo sguardo rivolto oltre lo Stretto. Il padre è un sarto della buona borghesia; la madre, soprannominata “la parigina”, possiede invece un talento particolare per la ricerca dei tessuti e per la trasformazione dei modelli. Va a Roma per procurarsi le stoffe migliori, osserva la moda, rielabora gli abiti degli stilisti e li adatta alla propria sensibilità. In questa figura materna si trova già una delle matrici fondamentali del romanzo: l’arte di trasformare qualcosa che esiste già in qualcosa di nuovo, di prendere una forma e modificarla, di adattare un modello alla singolarità di un corpo e dunque di una persona.

Amélie eredita questa capacità di intervenire sulle cose, ma la applica soprattutto alle parole.

Da universitaria, infatti, è stata una “riparatrice di parole”: riordinava gli appunti delle lezioni, preparava tesi per altri studenti, metteva in forma pensieri altrui. La sua attività professionale a Roma prosegue idealmente quella vocazione. Gestisce infatti “Il bottone e l’asola”, un laboratorio di “sartoria volante”, dove si eseguono aggiusti rapidi: piccoli interventi capaci però di restituire dignità e funzionalità a un abito. Anche qui la metafora è evidente: Amélie trascorre la propria esistenza a cercare il modo di riparare gli strappi, negli abiti come nelle parole, nelle storie degli altri come nella propria.

La sua vita sentimentale è altrettanto particolare. Non è sposata, non ha figli e tuttavia vive da anni un amore profondo con Giovanni, scrittore con il quale il rapporto si alimenta soprattutto di parole dette e scritte. Un amore che, proprio perché fondato sul linguaggio, appare insieme assolutamente reale e irrimediabilmente fragile. Giovanni viene colpito da un ictus mentre tiene una conferenza all’Università della Calabria e finisce ricoverato in ospedale a Cosenza. Da quel momento il corpo malato irrompe brutalmente in una relazione che fino ad allora era stata affidata soprattutto alla dimensione della parola.

L’ospedale e la terapia intensiva diventano allora uno dei luoghi simbolici del romanzo. Di fronte alla malattia, alle macchine, all’incertezza, il linguaggio rischia di fallire. Le parole non possono guarire un corpo e non lpossono garantire che l’amato ritorni quello di prima. E tuttavia Amélie continua ad affidarsi alle parole, quasi ostinatamente, perché è l’unico strumento che possiede per stare accanto a Giovanni e per comprendere ciò che sta accadendo.

È qui che Eros e Thanatos si incontrano con maggiore evidenza. L’amore diventa tanto più intenso quanto più si manifesta la possibilità della perdita. Il corpo amato, improvvisamente vulnerabile, restituisce ad Amélie la consapevolezza della precarietà di ogni relazione.

Attorno alla vicenda della protagonista si sviluppano molte altre storie. Sono racconti apparentemente laterali, incontri, ricordi, figure che entrano ed escono dalla narrazione, ma che contribuiscono a costruire una vera e propria geografia del dolore umano. C’è il dolore fisico e potenzialmente mortale della terapia intensiva; c’è quello psicologico della depressione successiva a un aborto spontaneo; ci sono le ferite provocate da rapporti sentimentali incompleti, sproporzionati, asimmetrici; ci sono gli amori che non riescono a diventare vita condivisa, le attese, gli abbandoni, le incomprensioni e le occasioni perdute.

La forza del libro sta anche nel fatto che queste storie, pur essendo profondamente individuali, non rimangono mai confinate alla singola esperienza. Diventano universali. Il lettore riconosce in esse qualcosa di sé: un’attesa, una perdita, una persona amata e poi perduta, un’occasione che non è stata colta, una parola che non è stata detta quando avrebbe potuto cambiare una relazione.

Ma “Sarti volanti” è soprattutto un romanzo sulla possibilità di dare una forma al dolore attraverso la cultura e la scrittura.

Il testo è disseminato di riferimenti letterari, poetici, musicali, cinematografici e artistici. Le letture di Amélie sono diventate parte della sua esperienza, una sorta di seconda memoria. La protagonista guarda la realtà anche attraverso le parole di chi, prima di lei, ha provato a descrivere l’amore, la morte, la solitudine, la nostalgia, la malattia, il desiderio. È una domanda che attraversa sotterraneamente il libro: saremmo capaci di pensare e perfino di sentire ciò che sentiamo senza le parole di chi lo ha già pensato e raccontato?

La letteratura, in questa prospettiva, è uno degli strumenti attraverso i quali la vita diventa comprensibile.

La metafora della sartoria raggiunge quindi il suo significato più profondo. Scrivere significa cucire. Significa prendere frammenti sparsi, brandelli di memoria, episodi apparentemente senza relazione e cercare di unirli attraverso un filo. Significa riparare gli strappi, anche quando la riparazione non può cancellare la ferita. Significa dare una forma a ciò che altrimenti rimarrebbe informe.

Il sarto, più che eliminare il tessuto consumato, interviene su di esso. Lo modifica, lo ricompone, ne valorizza perfino le imperfezioni. Allo stesso modo la scrittura, pur non cancellando il dolore di Amélie, gli dà però una forma narrabile e dunque in qualche misura condivisibile e sopportabile.

In questa chiave anche il titolo, “Sarti volanti”, assume un significato particolare. I sarti del romanzo sono coloro che intervengono rapidamente sulle esistenze, aggiustandole dove possono. Ma sono “volanti” perché la vita è mobile, precaria, imprevedibile: non concede mai una sistemazione definitiva. Ogni cucitura può richiedere una nuova cucitura, ogni riparazione può diventare provvisoria.

La stessa prosa di Annarosa Macrì partecipa a questa idea. È una scrittura ricca, mobile, fortemente evocativa, capace di trasformare gli spazi esteriori in paesaggi dell’anima. Passano davanti agli occhi del lettore i paesaggi osservati dal finestrino di un treno, le marine, le periferie urbane, le stazioni vuote, i luoghi anonimi e degradati. Sono spesso non-luoghi, o meglio luoghi senza identità, dove, anche in mezzo a tanta gente, ci si sente soli.

Eppure proprio questi luoghi apparentemente insignificanti diventano occasioni di rivelazione. Dietro il paesaggio esterno si apre infatti un altro paesaggio: quello interiore. Le stazioni, le strade, i treni, le stanze d’ospedale diventano immagini della memoria, proiezioni di stati d’animo, luoghi nei quali le esperienze del presente incontrano quelle del passato.

La scrittura opera dunque una sorta di epifania: rimuove i veli, scosta i paraventi, permette di vedere ciò che nella vita quotidiana rimane nascosto. Le cose non sono mai soltanto ciò che sembrano essere. Dietro un viaggio c’è una separazione; dietro un abito c’è un corpo; dietro un tessuto c’è una storia; dietro una parola c’è spesso un sentimento che non siamo riusciti a dire.

Per comprendere pienamente “Sarti volanti” è importante soffermarsi anche sulla figura della sua autrice, Annarosa Macrì, giornalista e scrittrice calabrese, la cui esperienza professionale e culturale contribuisce a spiegare la particolare densità del romanzo.

Macrì appartiene a una generazione di intellettuali per i quali la scrittura rappresenta uno strumento per attraversare la realtà e comprenderla. Il giornalismo le ha insegnato l’attenzione ai fatti, alle persone, alle voci e alle contraddizioni della società; la scrittura letteraria le permette invece di spingersi oltre il dato cronachistico, trasformando l’esperienza in memoria, interpretazione e racconto.

Nel suo percorso hanno avuto un ruolo significativo certamente la Calabria e il rapporto con la cultura meridionale, ma soprattutto la particolare familiarità con il mondo della cultura e con la tradizione letteraria italiana. Il suo modo di costruire il romanzo attraverso rimandi, citazioni, musica e arte rivela una concezione della letteratura come dialogo incessante con ciò che è stato scritto prima.

Questa dimensione culturale alimenta la narrazione. Le citazioni e i riferimenti diventano una sorta di tessuto interiore del romanzo, proprio come i fili che attraversano un abito e ne determinano la forma.

In questo senso Annarosa Macrì costruisce un’opera profondamente meta-letteraria: racconta una donna che scrive per comprendere la propria vita e, nel farlo, riflette continuamente sul significato stesso dello scrivere. La protagonista “ripara parole” perché ha imparato che le parole possono essere aggiustate e rimesse in ordine; ma proprio questo lavoro le permette di capire che talvolta sono le parole a riparare noi.

Alla fine, “Sarti volanti” appare come una lunga meditazione sulla capacità umana di resistere alle lacerazioni. Non esiste una vera soluzione al conflitto tra Eros e Thanatos: la morte rimane dentro la vita e l’amore rimane esposto alla perdita. Non esiste neppure una riparazione capace di riportare le cose allo stato originario.

Di fronte alla malattia, alla morte, all’abbandono, alla maternità mancata, alla solitudine e ai fallimenti dei legami, la parola non promette salvezza. Offre qualcosa di più fragile e, proprio per questo, più autentico: una forma.

Dare forma significa sottrarre per un istante il dolore al caos, collocarlo dentro una storia, riconoscergli un significato. La cultura e l’arte diventano allora strumenti di resistenza, permettono di attraversare la sofferenza senza esserne completamente distrutti.

“Sarti volanti” è  un romanzo sulla necessità di cucire continuamente la propria esistenza. Ognuno di noi è fatto di strappi, di pezze diverse, di fili che provengono da epoche e persone differenti. La memoria, l’amore, il dolore, il lavoro, la letteratura e la musica sono i materiali con cui tentiamo di costruire una forma possibile della nostra vita.

E la scrittura di Annarosa Macrì ci ricorda che forse non siamo chiamati a vincere il tempo, la perdita o la morte. Possiamo però, attraverso le parole, dare durata a ciò che sarebbe destinato a dissolversi.

È in questo spazio sottile, sospeso tra la ferita e la sua riparazione, tra Eros e Thanatos, tra ciò che finisce e ciò che continua a essere ricordato, che “Sarti volanti” trova la sua ragione più profonda. Un libro nel quale la letteratura  prova, con pazienza da sarto, a ricucire gli strappi della vita.

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