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Il pregiudizio antimeridionale nasce con la Destra storica: la nota dell’Osservatorio delle Due Sicilie

Dall’analisi diffusa a Lamezia Terme la denuncia sulle tesi lombrosiane: «Il mito del calabrese inferiore fu costruito a tavolino per giustificare il saccheggio piemontese».

Come si evince dalle informazioni contenute negli articoli precedenti, della quale questa sesta parte è la naturale prosecuzione, nel periodo della Destra storica in Calabria, e nel Sud in generale, nacque il concetto del meridionale “inferiore”  ed  “atavico”, come evoluzione dell’interpretazione delle teorie lombrosiane.

A dimostrazione di come siano sempre i vincitori a scrivere la storia, si riporta quanto contenuto in un editoriale del quotidiano filogovernativo “il Giornale di Napoli” del 12 agosto 1863: “Il brigantaggio è il frutto avvelenato di una razza che non ha ancora raggiunto il grado di civiltà del Nord. Le teorie del professor Lombroso trovano qui conferma: il calabrese è un tipo antropologico a parte, più vicino al berbero che all’italiano”.

La definizione di “razza inferiore”, attribuita ai meridionali, venne spiegata come il risultato di una presunta arretratezza atavica, cioè di uno sviluppo involutivo di questi ultimi. Secondo questa visione, tale “involuzione di specie” si tradurrebbe in un comportamento più aggressivo, violento e feroce (proprio dei briganti). Tesi, questa, che il Ministro Quintino Sella riportò in aula parlamentare, affermando che: “Il problema del Sud non è economico, è di ordine pubblico. Sono popolazioni che non conoscono l’autorità se non la forza. Lombroso ha mostrato come il tipo calabrese sia quello di una razza inferiore, incline alla violenza.” (20 marzo 1865 – Atti Parlamentari, VIII legislatura, p. 2450). Parole queste atte a dimostrare che la Destra storica non ha mai avuto a cuore lo sviluppo della Calabria e di tutto il Sud Italia; anzi, quest’ultimo è stato sempre considerato una terra di conquista (Farini ebbe incarico da Cavour per: guidare l’annessione dei territori appena conquistati allo Stato sabaudo) ed marginalizzata.

Ma come poté accadere che il meridionale diventasse da “inferiore biologicamente”, e quindi irrecuperabile, a esponente di una “razza maledetta”?

Durante le sue ricerche Lombroso visitò molti penitenziari. In uno di essi incontrò il “brigante” Giuseppe. Villella (un poveraccio o, come lo definì Mantegazza, “più innocente minchione”), prima da vivo poi da morto. Egli infatti, osservando il suo cranio nel 1870 ebbe una illuminazione, che lo portò a scrivere: “[nel cranio] vi trovai tutta una lunga serie di anomalie ataviche [] come una larga pianura sotto un infiammato orizzonte, risolto il problema della natura del delinquente []. Nel cranio di Villella Lombroso scopri la “famosa” malformazione dell’atavismo: l’ipertrofia da vermis, la cosiddetta “fossetta occipitale” (in pratica alla base del cranio non vi era l’ossicino che normalmente si rileva al tatto ma, al suo posto, una piccola fossetta). Questa malformazione, molto frequente in alcuni primati, ad esempio nei lemuri (piccole proscimmie, endemiche del Madagascar), considerava “risolto” il problema del brigantaggio: il collegamento finale fra l’atavismo meridionale della razza africana e le popolazioni del Sud e della Calabria era dimostrato.

Lombroso osservando che il cranio di Villella presentava la fossetta occipitale, che egli riteneva un segno di atavismo perché presente anche nelle proscimmie (lemuri), concluse che alcuni tratti in tutti i meridionali, e quindi nei calabresi, fossero atavici e quindi questi ultimi risultassero inferiori per nascita, geneticamente. Ne derivò l’idea di una presunta malformazione genetica, quindi incurabile, che li rendeva “delinquenti nati”.

L’inganno che la Destra storica perseguì con le teorie lombrosiane fu chiaro fin da subito: esseri inferiori non hanno gli stessi diritti dei loro conquistatori (i piemontesi!), come peraltro affermò il più stretto collaboratore di Cavour. Il primo che smascherò tutta questa assurda pseudo teoria fu il deputato siciliano Napoleone Colajanni, il quale “smontò” in alcune sue dissertazioni, dal titoli “Latini e Anglo-Sassoni”, prima, e “La sociologia criminale”, dopo, tutto quello che Lombroso ed i suoi seguaci (Niceforo, Ferri) teorizzarono.

Con Colajanni si è già in un periodo storico successivo a quello della Destra storica, ma i danni creati nel ventennio precedente, con tali teorie finalizzate solo a giustificare un massacro, non sono mai stati cancellati.

Nel 1898 Colajanni scrisse “Latini e Anglo-Sassoni” proprio per rispondere a chi diceva che gli italiani del Sud fossero una “razza maledetta”, incapace di esprimere civiltà e democrazia, e le sue affermazioni si basarono sul rovesciamento del discorso: la “razza maledetta” non è una questione di sangue. È l’etichetta che il Nord ha messo al Sud per giustificare 40 anni di malgoverno unitario. I fatti hanno dimostrato che questo malgoverno del Sud da parte dello Stato Centrale prosegue da 165 anni.

Era già chiaro, insomma, che “Il Sud è povero non perché i siciliani sono inferiori, ma perché lo Stato unitario l’ha saccheggiato dal 1860 in poi”.

Colajanni scrisse subito dopo “Per la razza maledetta”, in difesa dei meridionali, riprendendo il concetto dettato dai nordisti razzisti dell’epoca e usandolo per denunciare quel razzismo interno all’Italia. Fu uno dei primi a parlare di “Questione Meridionale” in termini anti-razzisti: il Sud non è inferiore, è stato reso inferiore, che quindi già all’epoca risultava chiaro.

Egli scrisse: “Se dopo 40 anni esiste una arretratezza del Sud la colpa è dello Stato, non del sangue: dazio sul grano, tasse, leva obbligatoria, chiusura delle industrie borboniche, latifondo favorito. Hanno distrutto l’economia meridionale”.

Il metodo scientifico di Lombroso che si basava sullo studio dei carcerati, quali delinquenti, e trovava “stigmate”, non era rigoroso ma concettuale (più volte Lombroso cambio idea su un vero criminale quale Verzeni, bergamasco, ma la rafforzò sul ladruncolo Villella, calabrese)

Colajanni fece notare che se fosse stata una questione di razza, essa sarebbe valsa ovunque: allora anche spagnoli, portoghesi, greci sarebbero dovuti essere etichettati come “maledetti”. Invece il problema veniva sollevato solo per l’Italia del Sud dopo l’Unità. Quindi si trattava di storia, non di natura (umana).

Cosi Colajanni si espresse in aula nei confronti di Niceforo (fervo allievo di Lombroso): “Sono convinto che egli al suo studio è stato mosso da criteri obiettivi, assolutamente disinteressati: non può ignorare che anche lui appartiene alla razza maledetta e della medesima porta inoccultabili alcuni caratteri, tra i quali la bassa statura. Il cranio non gliel’ho misurato.

Colajanni sottolineò quindi l’assurdità di tali dottrine, rese più assurde, peraltro, dalla constatazione che, Niceforo era lui stesso siciliano, quindi, secondo le sue stesse teorie, “inferiore” ed “atavico”, e conseguentemente un potenziale “criminale nato”, eppure era un Deputato nel Parlamento Italiano. Questo aspetto contradditorio non era di poco conto e verrà affrontato in un successivo articolo.

Tutto quanto sopra contribuisce a dimostrare come sia nato il pregiudizio (tutt’ora affermato, soprattutto in sedicenti programmi televisivi) di un Sud Italia inferiore, condizione dalla quale deriverebbe il conseguente sottosviluppo del Sud e, soprattutto, da dove tutto ciò in Italia è iniziato: dalla Destra storica.

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