La riflessione del componente del Comitato direttivo in rappresentanza degli Stati Uniti dopo la quattro giorni di lavori: “Superare la nostalgia per costruire progetti d’impresa e ponti internazionali”.
“Queste sono cose belle.” È stato questo il primo pensiero alla conclusione dei lavori della Consulta dei Calabresi nel Mondo.
Una frase semplice, forse persino troppo semplice per raccontare quattro giornate dense di incontri, interventi, proposte, volti, accenti diversi e storie arrivate da ogni angolo del mondo. Eppure è quella che restituisce meglio la sensazione lasciata da questa ripartenza. Perché dopo sette anni la Consulta è tornata a riunirsi in presenza.
E non è tornata semplicemente per occupare nuovamente uno spazio istituzionale o per celebrare una storia che conosciamo bene. È tornata con un’energia diversa, con una consapevolezza nuova e, soprattutto, con la sensazione che qualcosa possa davvero ricominciare.
Nei giorni scorsi la Calabria ha accolto rappresentanti delle proprie comunità a’llestero per quattro giornate dedicate a cultura, nuove generazioni, turismo delle radici, sviluppo e rapporti economici con l’estero. Ma al di là dei programmi, degli interventi e delle personalità che hanno dato spessore alle giornate, ciò che ha colpito di più è stato l’entusiasmo.
Quello vero! Quello di chi affronta anche ventidue ore di viaggio per essere presente; di chi arriva dall’altra parte del mondo e, che non chiede qualcosa alla Calabria, sembra volerle dire: “Noi ci siamo. Cosa possiamo fare per questa terra?”
Ed è forse proprio da qui che bisogna ripartire.
Per troppo tempo abbiamo raccontato la diaspora quasi esclusivamente attraverso la lente della partenza, della distanza e della nostalgia: la valigia, il distacco, il sacrificio, il paese lasciato alle spalle. È una parte fondamentale della nostra storia e nessuno deve cancellarla, ma oggi quella storia ha prodotto qualcosa di nuovo.
Oggi esiste una Calabria che vive fuori dalla Calabria e che non coincide più soltanto con chi è partito, comprende figli, nipoti e pronipoti degli emigrati, persone cresciute in altre lingue e in altre realtà culturali e sociali, spesso con identità plurali. Per molti di loro il rapporto con la terra d’origine non è ’uneredità automatica, è qualcosa da riscoprire, comprendere e scegliere.
Proprio per questo la presenza di tanti giovani rappresenta uno degli elementi più rilevanti. Ha prodotto generazioni di discendenti che vivono a New York, Toronto, Buenos Aires, Londra, Zurigo, Montevideo, Santiago, Melbourne, Sydney e in centinaia di altre città del mondo. Professionisti, imprenditori, ricercatori, studenti, lavoratori, uomini e donne che hanno costruito altrove una parte importante della propria vita e che possono guardare alla Calabria non soltanto come al luogo dal quale qualcuno, prima di loro, è partito, ma come a un luogo con il quale costruire qualcosa.
Ed è qui che la Consulta può cambiare davvero prospettiva; non soltanto custodire il legame, ma renderlo produttivo. Non limitarsi alla memoria, ma trasformarla in possibilità. Non chiedere alle nuove generazioni di provare per forza la stessa nostalgia dei loro nonni, ma dare loro strumenti per conoscere quella storia, comprenderla e farla propria in un modo nuovo.
È stato significativo vedere proprio tanti ragazzi e ragazze partecipare a queste giornate, provenienti da Paesi e realtà profondamente differenti, ma accomunati dal desiderio di recuperare una parte della propria identit.à
C’è chi vuole recuperare la lingua, chi desidera conoscere i luoghi della propria famiglia, chi si avvicina alle tradizioni e chi vuole ricostruire una storia conosciuta finora soltanto attraverso i racconti domestici. Ma accanto a questa domanda di conoscenza ne emerge un’altra, più contemporanea: partecipare.
Ma la cosa pi‘ù bella’ è che molti di loro non vogliono limitarsi a conoscere ma vogliono partecipare, fare, mettere a disposizione quello che hanno imparato nei Paesi nei quali sono cresciuti, creare occasioni di scambio, costruire progetti, favorire relazioni tra università, imprese, istituzioni e territori.
Questa è la vera sfida! Perché ’lidentità, se resta confinata nel ricordo, con il tempo rischia di affievolirsi; se invece si traduce in esperienza, conoscenza, incontro e opportunità, allora può attraversare le generazioni e rinnovarsi. In questo modo il legame con la propria terra smette di essere soltanto affettivo e diventa partecipazione, responsabilità, cittadinanza attiva, talvolta persino più intensa di quella di chi quella terra non l’ha mai lasciata.
Ed è probabilmente la prospettiva più interessante emersa dalla nuova Consulta: fare in modo che la straordinaria presenza calabrese nel mondo non sia soltanto una grande comunità affettiva, ma possa diventare una rete culturale, professionale ed economica capace di dialogare stabilmente con la regione.
Una Calabria più grande dei suoi confini geografici, che continua a vivere nei suoi paesi e nelle sue città, ma anche nelle famiglie, nelle imprese, nelle associazioni, nelle università e nelle professioni di chi vive a migliaia di chilometri di distanza.
Il punto, allora, non è convincere tutti a rientrare, sarebbe una visione limitata e probabilmente anche poco realistica. Il punto è creare le condizioni perché si possa tornare in molti modi diversi. E lo si può fare con un investimento, con un progetto, con una collaborazione tra imprese, con uno scambio culturale, con un’esperienza di studio; con un viaggio alla scoperta delle proprie origini o con una relazione professionale. Con un’idea che nasce a Toronto, Buenos Aires o New York e trova in Calabria il luogo nel quale svilupparsi. Anche questa è una forma di ritorno e per questo che anche questo concetto va aggiornato.
Ed è su questo terreno che la politica regionale dovrà dimostrare di voler fare sul serio. Incentivi e risorse sono importanti, e il loro rafforzamento può certamente aiutare, ma non possono essere l’unica risposta. Servono politiche continuative, strumenti semplici, interlocutori riconoscibili, progetti misurabili e una capacità amministrativa in grado di trasformare le intenzioni in percorsi concreti.
Perché ’lentusiasmo è prezioso, ma va accompagnato. Chi bussa alla porta di questa terra, con la volontà di mettere a disposizione le proprie competenze, deve trovare qualcuno capace di ascoltarlo e, soprattutto, di dare seguito a quella disponibilit.à
La sfida, allora, non è chiedere alle nuove generazioni di riprodurre la malinconia dei genitori o dei nonni. Sarebbe irrealistico e, soprattutto, insufficiente. Occorre offrire ragioni attuali per mantenere vivo il rapporto con la Calabria: programmi di studio, percorsi di formazione, scambi universitari, iniziative culturali, esperienze professionali, opportunità imprenditoriali, progetti legati al turismo delle radici e strumenti per approfondire lingua, storia e patrimonio della regione.
Lo stesso vale per l’internazionalizzazione. Le imprese calabresi, soprattutto quelle di dimensioni minori, non hanno sempre strumenti sufficienti per presidiare mercati esteri complessi. Chi vive e lavora stabilmente fuori dall’Italia può offrire una conoscenza che difficilmente si acquisisce con una missione occasionale: linguaggi, regole, reti professionali, interlocutori e consuetudini economiche. Mettere questa conoscenza a sistema significa dare al legame con le comunit’à all’estero una funzione concreta nelle politiche di crescita.
La Consulta può diventare proprio questo: un collegamento permanente tra ciò che esiste dentro la Calabria e ciò che ha costruito nel mondo.
In questo percorso Orlandino Greco, presidente delegato della Consulta, ha avuto un ruolo centrale nel rilancio dell’organismo e nell’impostazione della nuova fase. Un lavoro riconosciuto anche dal presidente della Regione Roberto Occhiuto, che ha sottolineato come Greco stia «alzando il livello di questo rapporto», valorizzando il grande patrimonio umano, professionale ed economico rappresentato dai corregionali sparsi nel mondo. In questa direzione si inserisce anche la proposta del Piano degli interventi 2027, presentata durante i lavori.
Ora, però, viene la parte più importante, trasformare questi giorni in un metodo; fare in modo che l’entusiasmo non si esaurisca con la fotografia di gruppo, che le idee emerse non rimangano nei verbali, che i contatti costruiti non si perdano e che a quelle giovani menti che hanno riscoperto la Calabria venga data una ragione per continuare a cercarla.
È su questo terreno che l’organismo regionale può recuperare una funzione piena. Non soltanto luogo di rappresentanza e tutela dell’identità, ma sede di raccordo tra la Regione e un patrimonio internazionale di competenze. La Consulta riparte davvero se da oggi comincia il lavoro, mettendo allo stesso tavolo chi vive qui e chi, pur vivendo altrove, continua a portare questa terra con sé.
Perché forse per troppo tempo abbiamo guardato all’emigrazione pensando soprattutto a ciò che si era perduto. Adesso bisogna guardarla anche da un’altra prospettiva: a tutto ciò che quei calabresi hanno costruito nel mondo e a quanto di quel patrimonio può essere rimesso in relazione con la terra dalla quale tutto è cominciato.
Non per tornare indietro, per andare avanti insieme. Ed è per questo che, alla fine di queste giornate, resta quella frase semplice: “Queste sono cose belle.”
Belle perché parlano di appartenenza senza fermarsi alla nostalgia; belle perché tanti stanno cercando la propria storia senza rinunciare al proprio futuro. Belle perché qualcuno attraversa il mondo non per venire a chiedere cosa la Calabria possa fare per lui, ma per domandare: “Cosa possiamo fare noi per la Calabria?”
Se sapremo dare una risposta seria a quella domanda, allora questa ripartenza, sarà davvero l’inizio di un capitolo nuovo.

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