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Cassano, ArticoloVENTUNO: “Su Casa Serena e sul personale comunale la politica ha fallito”

Il movimento politico denuncia le criticità dell’istituto assistenziale e la confusione negli uffici del Comune: “Serve un Piano del personale trasparente”.

La politica, quella vera, non dovrebbe mai temere lo specchio, né dovrebbe aver paura di interrogarsi su ciò che funziona ma soprattutto su ciò che si è colpevolmente inceppato e sul peso delle proprie responsabilità.

La politica è fatta di battaglie e di visioni, eppure troppo spesso assistiamo ad una prassi cinica in cui ci si sbraccia in campagna elettorale per raccogliere consensi proprio grazie a quelle battaglie, per poi fuggire di fronte alla prova del governo ed abbandonare le promesse fatte.

L’esempio più plastico di questa deriva è la vicenda dell’Istituto Casa Serena, un tempo fiore all’occhiello del nostro territorio ed oggi monumento al fallimento politico congiunto, ad ogni livello, da quello regionale a quello comunale.

Quando è stato annunciato il commissariamento dell’ente da parte della Regione, lo avevamo persino salutato con favore, confidando fosse la classica misura giusta per verificarne la situazione, fare chiarezza sui conti e mettere finalmente in sicurezza la struttura. La realtà, tuttavia, si è rivelata una doppia beffa rispetto a quanto sbandierato: la gestione dell’ente si è ridotta all’ennesima operazione burocratica per la trasformazione formale delle IPAB e delle fondazioni calabresi, ignorando del tutto le piaghe reali dell’istituto. Nessun riequilibrio dell’ente, nessuna risposta alla drammatica carenza di organico, nessuna tutela per le figure professionali che mancano disperatamente. Ci troviamo, dunque, di fronte all’assurdo paradosso di un Commissario che convive con la figura del Presidente e con l’intero Consiglio d’amministrazione.

Un classico escamotage per congelare le decisioni, rinviare qualsiasi nomina e, soprattutto, non scontentare nessuno.

Le responsabilità di questa paralisi sono trasversali e sotto gli occhi di tutti: da una parte una Regione Calabria che per anni non ha inteso nominare il proprio rappresentante nel CdA (figura chiave che avrebbe il compito di garantire un contrappeso e vigilare sull’operato dell’ente, controllando l’uso delle risorse finanziarie e verificando la qualità delle decisioni prese), dall’altra un Comune che si ostina a non designare il Revisore Unico, lasciando la struttura in un perenne limbo operativo.

Un istituto che nel nome porta la parola “serena” è stato reso tutto fuorché sereno, soffocato da anni di disinteresse e da una politicizzazione delle nomine che ne ha decretato il lento decadimento.

La stessa approssimazione la ritroviamo, purtroppo, nella gestione del personale comunale. Quella che doveva essere una legislatura di reale riorganizzazione per rompere definitivamente con le storture del passato si è trasformata in una grottesca corsa all’ostacolo.

Oggi regna una confusione persino maggiore di prima, a detta dei dipendenti.

Gli straordinari ed i trasferimenti sono diventati la merce di scambio preferita da una certa politica: è ancora tollerabile assistere a Consiglieri comunali particolarmente rampanti che sostano per ore davanti agli uffici ad orario continuato, presidiando i corridoi quasi fossero dipendenti essi stessi? Ed è quasi un paradosso che non chiedano pure un’indennità per il tempo trascorso lì a far pressioni.

Anziché affrontare le criticità con criteri oggettivi, si preferisce accontentare subito il singolo o tamponare i malumori al solo scopo di incassare un dividendo elettorale.

Oggi come ieri, ancora una volta, siamo costretti a sollecitare affinché l’Ente si doti finalmente di un Piano del personale serio, trasparente e programmato, che stabilisca fabbisogni, ruoli, trasferimenti, organizzazione e progressioni verticali sulla base delle reali esigenze della macchina comunale, e non degli umori o delle convenienze del momento. 

Sui diritti, sulle regole e sulle tutele dei lavoratori il compito spetta a chi rappresenta davvero i dipendenti: i sindacati e la delegazione trattante.

Se si voleva davvero segnare un cambio di paradigma, come si è sostenuto a gran voce, era necessario dimostrarlo con la forza dei fatti, non con le solite belle parole, delle quali i dipendenti dei due Palazzi sono ormai profondamente stanchi.

Proprio su questi temi ci si aspettava di vedere una diversità concreta, un segnale tangibile di discontinuità rispetto al passato. Ed invece, al di là delle dichiarazioni di principio, ciò che emerge è, ancora una volta, lo stesso copione di prima.

Cassano all’Ionio
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