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Gioacchino da Fiore, la profezia dei due Ordini e la sua eco nelle Americhe

«Verranno due uomini. La visione mistica dell’abate tra Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman»: da Dante Alighieri alla Nuova Spagna, un itinerario tra profetismo medievale, iconografia e costruzione della Gerusalemme del Nuovo Mondo

Il Centro Internazionale di Studi Gioachimiti, con sede presso l’Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore, promuove una nuova iniziativa culturale nell’ambito delle «Giornate in biblioteca», dedicata a uno dei temi più affascinanti della tradizione spirituale legata a Gioacchino da Fiore: la visione profetica dei due uomini destinati a rappresentare due grandi Ordini religiosi, identificati dalla tradizione con Francesco d’Assisi e Domenico di Guzmán.

L’incontro, dal titolo «Verranno due uomini. La visione mistica dell’abate tra Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman», si terrà giovedì 5 novembre 2026, alle ore 17:00, nella Sala didattica della Biblioteca del Centro Studi, presso l’Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore. La scelta della sede non è un elemento secondario: proprio nell’Abbazia Florense, luogo profondamente legato alla memoria dell’abate calabrese e alla sua esperienza spirituale, il pubblico sarà invitato a ripercorrere la fortuna di una visione che ha attraversato il Medioevo e ha continuato a suscitare interpretazioni nei secoli successivi, raggiungendo anche il continente americano.

Il titolo «Verranno due uomini», richiama direttamente il nucleo della profezia che costituisce il filo conduttore dell’incontro. Ma il sottotitolo, «La visione mistica dell’abate tra Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman», suggerisce un percorso più ampio: certamente la ricostruzione di un testo profetico, ma anche  l’indagine sul suo significato, sulla sua interpretazione nella cultura medievale e sulla sua successiva fortuna. È proprio in questa prospettiva che acquista particolare rilievo il contributo del Presidente del Centro Internazionale Giuseppe Riccardo Succurro, il quale illustrerà i dipinti che testimoniano l’eco in Sudamerica della profezia attribuita a Gioacchino da Fiore. Don Enzo Gabrieli, invece, si soffermerà sulla profezia in quanto tale.

Si tratta di due prospettive complementari, ma non sovrapponibili: da una parte la parola profetica, dall’altra la sua persistenza nella memoria figurativa e nella cultura religiosa americana. Il valore dell’incontro consiste proprio nella possibilità di seguire il passaggio da un testo medievale alle sue interpretazioni, fino alle immagini che ne hanno conservato e rielaborato il significato a grande distanza di tempo e di spazio.

Il punto di partenza è un testo latino di straordinario interesse:

«Erunt duo viri, unus hinc, alius inde, qui duo Ordines interpretantur: unus Italus, scilicet de Tuscia, et alter Hispanus».

La traduzione può essere resa così:

«Vi saranno due uomini, uno da questa parte e l’altro dall’altra, che rappresenteranno i due Ordini: uno italiano, precisamente della Toscana, e l’altro spagnolo».

Il testo identifica dunque due figure provenienti da differenti aree geografiche e le collega alla nascita o alla manifestazione di due grandi esperienze religiose.

La tradizione interpretativa ha riconosciuto in questi due uomini Francesco d’Assisi e Domenico di Guzmán, fondatori rispettivamente dell’Ordine dei Frati Minori e dell’Ordine dei Predicatori.

L’identificazione è particolarmente significativa: Francesco rappresenta la spiritualità della povertà evangelica, della fraternità e della conformazione a Cristo; Domenico incarna la predicazione, lo studio, la difesa della fede e la lotta contro le eresie.

I due Ordini, pur diversi per impostazione e carisma, diventano così espressione di una medesima funzione provvidenziale: sostenere la Chiesa in un momento di trasformazione e di crisi.

Occorre tuttavia una precisazione filologica importante. La profezia dei duo viri è attribuita alla tradizione pseudo-gioachimita e non può essere presentata senza riserve come un testo autentico scritto da Gioacchino da Fiore. La ricerca ha individuato una circolazione medievale di questa profezia in ambienti francescani e gioachimiti, nella quale l’abate florense viene assunto come autorità profetica. La formula è documentata anche nella tradizione manoscritta studiata da Juana María Arcelus-Ulibarrena.

La distinzione lungi dal diminuire l’importanza storica del documento, permette di cogliere un fenomeno essenziale: la straordinaria fortuna delle idee gioachimite e la loro capacità di generare interpretazioni, attribuzioni e nuove costruzioni profetiche.

La profezia interessa soprattutto per la storia della sua ricezione. È precisamente questa storia che consente di comprendere come la figura di Gioacchino sia diventata, nel corso dei secoli, un riferimento autorevole per quanti cercavano di interpretare il rinnovamento della Chiesa e il significato delle grandi trasformazioni della cristianità.

Un passaggio fondamentale per comprendere la vicenda è rappresentato dalla Divina Commedia, in particolare dai canti XI e XII del Paradiso.

Nel cielo del Sole Dante incontra le anime dei sapienti e dei teologi, disposte in due corone luminose che ruotano armoniosamente. La prima corona è quella nella quale san Tommaso d’Aquino celebra san Francesco d’Assisi; la seconda, attraverso la voce di san Bonaventura da Bagnoregio, celebra san Domenico.

La costruzione poetica è tutt’altro che casuale.

Dante presenta i due fondatori come figure complementari, collocate in una relazione di equilibrio spirituale. Nel canto XI, san Tommaso ricorda che la Provvidenza ha disposto due guide per la Chiesa:

«In suo favore due principi ordinò,

che quinci e quindi le fosser per guida».

I due principi sono Francesco e Domenico. La loro missione è presentata come una risposta provvidenziale alle necessità della cristianità.

Il canto XII sviluppa il secondo polo di questa complementarità. San Bonaventura, francescano, pronuncia l’elogio di san Domenico, mentre il canto precedente aveva affidato a san Tommaso, domenicano, quello di san Francesco.

Si realizza così una straordinaria reciprocità: ciascun Ordine riconosce la grandezza dell’altro attraverso la voce di uno dei suoi massimi rappresentanti.

La profezia dei due uomini trova in questa architettura poetica una corrispondenza particolarmente suggestiva. I due fondatori sono i principi che sostengono la Chiesa, ciascuno secondo il proprio carisma.

Ma il dato più importante per il nostro percorso si trova nei versi conclusivi del canto XII.

Dopo aver ricordato alcuni grandi sapienti, Bonaventura nomina anche l’abate calabrese:

«Rabano è qui, e lucemi dallato

il calavrese abate Giovacchino,

di spirito profetico dotato».

La presenza di Gioacchino da Fiore nel Paradiso dantesco è un elemento di grande rilievo. Dante lo colloca tra gli spiriti sapienti del cielo del Sole e gli riconosce esplicitamente una qualità profetica.

La vicinanza tra questi versi e la presentazione dei due fondatori degli Ordini mendicanti costituisce un punto di partenza importante per l’esegesi del canto.

 Riccardo Manselli avrebbe richiamato la profezia nell’ambito di un’esegesi del canto XII del Paradiso.

 M. Scotti, nel contributo In margine al Canto XII di san Domenico, pubblicato nel 1988, riprende il noto passo dei duo viri.

Il collegamento permette di leggere i due canti certamente come celebrazione dei fondatori degli Ordini mendicanti, ma anche come una riflessione sulla funzione provvidenziale di Francesco e Domenico nella storia della Chiesa.

La presenza di Gioacchino alla fine del canto XII rafforza ulteriormente questa prospettiva, il poeta riconosce nell’abate calabrese una figura dotata di spirito profetico, collocandolo nel medesimo orizzonte spirituale nel quale si manifesta la missione dei due grandi Ordini.

È un passaggio particolarmente importante per l’incontro di San Giovanni in Fiore: la profezia lungi dall’essere isolata dal contesto culturale e religioso nel quale è stata tramandata, viene accostata a una delle più alte testimonianze della letteratura medievale. Dante offre così una cornice poetica e teologica entro la quale interrogarsi sul rapporto tra la visione dell’abate, la figura di Francesco e quella di Domenico.

Per comprendere il passaggio dalla riflessione teologica alla rappresentazione figurativa bisogna soffermarsi sul “Liber Figurarum”, la celebre raccolta di diagrammi gioachimiti.

Il volume di Florensia, il Bollettino del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti, fascicolo 13/14, anno XIII-XIV, 1999-2000, costituisce un importante riferimento editoriale per il contesto di questi studi.

Tra le immagini compare la figura denominata “Dispositio novi ordinis pertinens ad tertium statum ad instar superne Jerusalem”, ossia “la disposizione del nuovo Ordine relativa al terzo stato, a somiglianza della Gerusalemme celeste”.

È una delle immagini più interessanti per comprendere la concezione gioachimita dell’organizzazione spirituale della società.

Il disegno si sviluppa secondo una struttura cruciforme, nella quale trovano posto diversi simboli animali e religiosi:

 Aquila, simbolo dell’evangelista Giovanni; Leo, il leone;  Homo, la figura umana; Vitulus, il vitello;

Columba, la colomba, collocata al centro e simbolo dello Spirito Santo; Canis, il cane, collegato alla funzione del clero e alla dimensione attiva; Corpus, il corpo, associato alla comunità dei fedeli e alla dimensione della vita laicale.

La struttura  è sì una decorazione simbolica, ma è, soprattutto, una rappresentazione di un ordine spirituale e comunitario, nel quale le diverse componenti della società cristiana trovano una collocazione e una funzione.

La colomba occupa il centro della composizione: è il principio unificante, il simbolo della dimensione spirituale che orienta l’intero organismo.

Intorno a essa si dispongono i simboli evangelici, mentre al di sotto si sviluppano gli spazi destinati al clero e alla comunità dei fedeli.

La figura esprime così un progetto di organizzazione della vita religiosa e sociale ispirato alla Gerusalemme celeste.

La sua importanza per il tema dell’incontro è decisiva: dimostra che, nella tradizione gioachimita, la profezia oltre ad annunciare eventi futuri,  si traduce anche in un modello figurativo di società, in un’immagine di ordine spirituale e in una possibile configurazione dello spazio.

Non bisogna però confondere questa figura con la profezia dei due fondatori. La “Dispositio novi ordinis” rappresenta un progetto più ampio, relativo alla struttura del terzo stato e al nuovo ordine spirituale. Il rapporto con Francesco e Domenico appartiene alla successiva storia della ricezione e delle interpretazioni gioachimite.

Questo chiarimento è importante anche perché i diagrammi medievali lungi dall’ illustrare direttamente la profezia dei due uomini, offrono un linguaggio visivo attraverso il quale si può comprendere la concezione gioachimita della storia, della comunità religiosa e del rinnovamento spirituale.

La questione assume una dimensione ancora più sorprendente quando si sposta l’attenzione sull’America Latina.

L’arrivo dei francescani nel continente americano, nel XVI secolo, avviene in un contesto nel quale le attese escatologiche, il desiderio di rinnovamento della Chiesa e l’idea di una nuova cristianità acquistano un significato particolare.

La scoperta e la conquista del Nuovo Mondo vengono interpretate da alcuni ambienti religiosi come un’occasione straordinaria per la diffusione del Vangelo e per la realizzazione di una nuova comunità cristiana.

In questo contesto si inserisce l’esperienza di frate Toribio de Benavente, conosciuto come Motolinía, uno dei protagonisti della prima evangelizzazione della Nuova Spagna.

La sua opera e la sua concezione della missione francescana sono importanti per comprendere la diffusione delle aspettative apocalittiche e profetiche nel mondo americano.

La storiografia contemporanea ha approfondito il rapporto tra il francescanesimo novohispano, il gioachimismo e le diverse tradizioni escatologiche medievali. È un rapporto che richiede attenzione, perché non ogni attesa apocalittica dei missionari può essere ricondotta direttamente a Gioacchino da Fiore. Tuttavia, la persistenza di un linguaggio profetico e di immagini legate al rinnovamento della cristianità è ampiamente documentata.

La Nuova Spagna diventa così un luogo nel quale l’eredità spirituale medievale viene reinterpretata alla luce di una nuova realtà geografica, politica e religiosa.

La missione francescana assume il significato di una possibile fondazione di una cristianità rinnovata.

Ed è proprio qui che le immagini, che illustrerà  il Presidente

Succurro acquistano un’importanza particolare.

Egli più che limitarsi a ripercorrere la storia della profezia, illustrerà i dipinti che ne testimoniano l’eco in Sudamerica. Le opere pittoriche diventano così fonti da interrogare, perché consentono di osservare come un immaginario religioso di origine medievale abbia potuto continuare a vivere in contesti culturali e geografici profondamente diversi.

Uno dei documenti più suggestivi tra quelli presentati è il diagramma che mette in relazione la “Dispositio novi ordinis gioachimita” con la configurazione territoriale di Puebla de los Ángeles.

L’immagine comprende due rappresentazioni.

La prima riproduce lo schema medievale del nuovo Ordine, con i simboli dell’Aquila, della Colomba, dell’Uomo, del Vitello, del Cane e del Corpo.

La seconda traduce quella struttura in una configurazione territoriale riferita alla città di Puebla e ai centri religiosi circostanti.

Il diagramma mostra al centro Angelópolis, cioè Puebla, e dispone intorno a essa una serie di località: Tlaxcallan; Huexotzinco; Tepeyacac;  Acapetlahuacan;

 Quahuquecholla; Yzcolan.

Al centro compare l’indicazione di Angelópolis, collegata alla dedicazione alla Madre di Dio e alla Gerusalemme.

La struttura riproduce una croce ideale, nella quale le località periferiche assumono una posizione corrispondente alle diverse parti dello schema gioachimita.

Il confronto con il Liber Figurarum non è soltanto formale. È soprattutto concettuale: la città viene interpretata come centro di un’organizzazione religiosa territoriale, nella quale i monasteri francescani e le comunità indigene circostanti concorrono alla costruzione di un nuovo spazio cristiano.

Nella sua descrizione della città degli Angeli, il francescano ricorda la posizione geografica di Puebla rispetto alle località circostanti, individuando una disposizione che permette di ricostruire una croce ideale.

Le distanze e le direzioni indicate nella descrizione costituiscono il punto di partenza per la rappresentazione geografica.

Il dato più interessante è che questa configurazione viene accostata alla struttura della “Dispositio novi ordinis”.

Il territorio diventa così una possibile traduzione concreta di un’immagine medievale: la croce lungi dall’essere soltanto una figura teologica, diventa un principio ordinatore dello spazio, un modo di concepire il rapporto tra centro religioso, insediamenti periferici e comunità.

Puebla appare come una sorta di Gerusalemme della Nuova Spagna, una città destinata a svolgere una funzione centrale nella costruzione di una nuova cristianità.

L’accostamento, tuttavia, deve essere formulato con precisione: il diagramma comparativo costituisce una lettura storico-iconografica della disposizione territoriale e non dimostra, da solo, che Motolinía abbia progettato consapevolmente la città applicando un modello gioachimita.

Il valore della comparazione sta nella corrispondenza strutturale e simbolica che essa rende visibile.

Un particolare merita un’attenzione speciale: Acapetlahuacan.

Nella documentazione illustrata, questa località compare come un elemento successivo rispetto alla descrizione originaria della disposizione delle città.

La nota associata al diagramma segnala infatti che la fondazione del monastero di Acapetlahuacan fu posteriore alla descrizione di Motolinía.

Il suo inserimento permette di completare la struttura geometrica, aggiungendo una posizione alla configurazione territoriale.

Il parallelismo con la “Dispositio novi ordinis” diventa ancora più interessante: la disposizione delle località e dei centri francescani può essere letta come una realizzazione territoriale di un modello simbolico che prevede una pluralità di sedi organizzate intorno a un centro.

Siamo  davanti alla possibilità che un immaginario religioso medievale abbia contribuito a dare forma alla rappresentazione di un territorio americano.

Questa precisazione permette di comprendere meglio il senso delle riproduzioni pittoriche, che saranno illustrate da Succurro.

 Si tratta di testimonianze visive che devono essere lette in rapporto alla fortuna della profezia e alla sua ricezione nel mondo americano.

Le opere consentono di individuare diversi nuclei iconografici.

Una prima opera mostra una scena ambientata in una piazza urbana, dominata da un grande edificio religioso.

Al centro della composizione si trova un religioso vestito di nero, affiancato da altri personaggi. Davanti a lui compare una figura laica, mentre il religioso mostra due immagini o ritratti.

I due ritratti sono particolarmente significativi: la loro presenza suggerisce il riferimento ai fondatori degli Ordini religiosi, Francesco e Domenico.

La scena è costruita intorno al gesto di presentazione delle due immagini. I fondatori oltre ad essere rappresentati come personaggi storici, diventano figure esemplari, la cui memoria viene trasmessa e resa visibile alla comunità.

La composizione può essere letta come una rappresentazione della missione religiosa e della trasmissione dei carismi.

La presenza dell’edificio ecclesiastico, dei personaggi in abiti diversi e delle figure popolari sullo sfondo colloca la scena in un contesto urbano e comunitario.

È un’immagine che, se letta alla luce della profezia dei duo viri, acquista un significato ulteriore: i due fondatori diventano i riferimenti visibili di una missione che si estende anche oltre i confini europei.

Un’altra immagine mostra un frate con le ali spiegate, sospeso nello spazio e rivolto verso una figura raccolta in preghiera all’interno di un ambiente naturale.

La composizione presenta un forte carattere visionario.

Un’ulteriore opera mostra un religioso in un paesaggio aperto, accompagnato da una figura alata e da una composizione luminosa che domina il cielo.

La scena presenta un forte contrasto tra la dimensione terrena e quella celeste.

Il personaggio religioso diventa il centro di un evento soprannaturale, mentre gli altri elementi della composizione partecipano alla costruzione di un’immagine di rivelazione.

Il linguaggio figurativo è quello della pittura religiosa della prima età moderna, nella quale la visione e l’apparizione assumono un ruolo centrale nella rappresentazione della santità.

Questa immagine, accostata alle altre, permette di riconoscere un tema comune: la missione religiosa lungi dall’essere presentata come una semplice attività umana, acquista una funzione che si inscrive in un disegno provvidenziale.

È proprio questa concezione che rende possibile il confronto con la tradizione profetica gioachimita.

Le opere, considerate nel loro insieme, permettono dunque di spostare l’attenzione dalla profezia come testo alla profezia come memoria culturale. Succurro inviterà a osservare come le immagini abbiano conservato, trasformato e trasmesso un immaginario nel quale i due Ordini mendicanti e la loro funzione nella storia della Chiesa continuano a essere interpretati in chiave provvidenziale.

Tra i materiali presentati compare anche un disegno dello scudo di Puebla de los Ángeles.

La rappresentazione mostra una struttura quadrangolare con torri angolari, una torre centrale che assume una posizione dominante.

La struttura è accompagnata da annotazioni e lettere che indicano diversi elementi architettonici.

La composizione  va oltre la lettura di un semplice  studio araldico.

Nel contesto della ricerca, lo scudo assume un valore ulteriore. La città viene rappresentata come un organismo unitario, fortificato, ordinato e organizzato intorno a un centro.

La presenza della torre centrale richiama la funzione di un punto di riferimento spirituale e politico.

Il rapporto con la “Dispositio novi ordinis” si manifesta soprattutto nella comune organizzazione geometrica: il centro, le articolazioni periferiche, la simmetria e la struttura ordinatrice.

La città americana viene così inserita in un immaginario nel quale architettura, religione e ordine sociale concorrono a costruire l’immagine di una comunità cristiana ideale.

La Gerusalemme celeste diventa un modello simbolico attraverso il quale interpretare la nuova città.

Anche in questo caso, il confronto va inteso come una chiave di lettura storico-iconografica, anziché come prova automatica di una derivazione diretta. Il disegno dello scudo, la configurazione territoriale e il diagramma gioachimita acquistano significato proprio quando vengono messi in relazione, senza confondere le rispettive funzioni e origini.

A questo punto è possibile comprendere il significato complessivo del percorso che verrà delineato il 5 Novembre.

La profezia dei due uomini nasce e si sviluppa in un contesto medievale nel quale Francesco e Domenico vengono riconosciuti come figure provvidenziali per il rinnovamento della Chiesa.

Dante raccoglie questo orizzonte spirituale e lo trasforma in una costruzione poetica di straordinaria forza, collocando i due fondatori in una relazione di complementarità.

Gioacchino da Fiore, presente nel Paradiso come abate dotato di spirito profetico, costituisce il riferimento fondamentale per comprendere la dimensione escatologica e simbolica di questa tradizione.

Il Liber Figurarum mostra inoltre come il pensiero gioachimita abbia prodotto immagini capaci di rappresentare l’organizzazione ideale della comunità cristiana.

Nel XVI secolo, la missione francescana nella Nuova Spagna si inserisce in un ambiente nel quale le attese di rinnovamento spirituale assumono un significato nuovo.

La città di Puebla, con la sua configurazione territoriale e la rete di insediamenti religiosi, può essere interpretata attraverso un modello simbolico che richiama la Gerusalemme celeste e la Dispositio novi ordinis.

Infine, i dipinti americani testimoniano la persistenza di questo immaginario nella cultura figurativa del continente.

È importante sottolineare che non si tratta necessariamente di una trasmissione diretta e documentabile di ogni singolo elemento della profezia. La ricerca deve distinguere tra fonti testuali, influenze accertate, analogie figurative e interpretazioni storiografiche.

Ma proprio questa distinzione rende l’indagine più interessante: consente di seguire una storia complessa di appropriazioni, trasformazioni e reinterpretazioni.

La profezia dei due uomini, letta attraverso Dante, i diagrammi gioachimiti, la missione francescana e le testimonianze pittoriche americane, rivela così una vicenda che oltre a riguardate la storia di due Ordini religiosi, riguarda il modo in cui una comunità interpreta il proprio tempo, immagina il futuro e attribuisce alle immagini il compito di rendere visibile un disegno spirituale.

L’iniziativa promossa dal Centro Internazionale di Studi Gioachimiti offre dunque l’occasione per rileggere una pagina importante della storia della spiritualità europea e americana, partendo da un tema che appartiene profondamente alla memoria culturale di San Giovanni in Fiore.

La distinzione tra i due contributi annunciati consente di cogliere l’impianto dell’appuntamento.

Don Enzo Gabrieli, postulatore della causa di canonizzazione di Gioacchino da Fiore, interverrà sulla profezia, approfondendone il significato e la collocazione nella tradizione legata all’abate florense. Il suo contributo sarà fondamentale per affrontare il nucleo spirituale e interpretativo della visione dei due uomini, distinguendo il pensiero autentico di Gioacchino dalle successive attribuzioni e dalle elaborazioni della tradizione pseudo-gioachimita.

Giuseppe Riccardo Succurro, illustrerà i dipinti che testimoniano l’eco sudamericana della profezia attribuita a Gioacchino. Il suo intervento permetterà di osservare come la memoria di questa visione sia stata recepita e rielaborata attraverso le immagini, in un contesto storico e geografico lontano da quello medievale europeo.

È soprattutto quest’ultimo aspetto a conferire all’incontro una particolare originalità. La profezia lungi dall’essere studiata come documento medievale, diviene un fenomeno culturale capace di sopravvivere nel tempo e di manifestarsi in un altro continente. La presenza di dipinti, diagrammi e rappresentazioni architettoniche permette di osservare come le idee religiose possano trasformarsi in linguaggi visivi e diventare strumenti di interpretazione della storia.

Il percorso che conduce da Gioacchino da Fiore a Dante, dai due Ordini mendicanti alla Nuova Spagna, dalla Dispositio novi ordinis a Puebla de los Ángeles, costituisce così un itinerario di grande interesse storico e culturale.

In questa prospettiva, l’incontro nella Biblioteca del Centro mostrera come la tradizione spirituale nata intorno all’abate calabrese non sia rimasta confinata alla storia medievale europea, ma abbia continuato a generare suggestioni, immagini e interpretazioni anche nel mondo americano.

La profezia dei due uomini, Francesco e Domenico, diventa così la chiave per comprendere una vicenda più ampia: quella della diffusione di un ideale di rinnovamento cristiano che, attraverso la parola, la pittura e l’organizzazione dello spazio, ha attraversato secoli e continenti.

Dalla Calabria alla Toscana, dalla Spagna alle Americhe, il messaggio profetico continua a interrogare la storia. E le immagini, in questo viaggio, più che semplici illustrazioni,  sono documenti di una memoria spirituale che ha saputo trasformarsi e trovare nuove forme di espressione nel Nuovo Mondo.

L’appuntamento del  5 novembre, nella Biblioteca del Centro Studi presso l’Abbazia Florense, si presenta dunque come un’occasione per riscoprire la portata internazionale degli studi gioachimiti e per mettere in dialogo la ricerca storica, la riflessione religiosa e la lettura delle testimonianze artistiche. Un incontro che, partendo dalla figura dell’abate calabrese, invita a seguire le tracce di una visione capace di oltrepassare i confini della propria epoca e di continuare a parlare, attraverso parole e immagini, a mondi lontani.

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