L’economista e tutor del Microcredito commenta i dati del Ministero del Lavoro: investimenti per 260 milioni e boom di domande al femminile per frenare la fuga dei talenti.
Ad un anno dall’avvio del Piano Integrato Autoimpiego, misura introdotta dal decreto Coesione per sostenere la nascita di nuove attività imprenditoriali, di lavoro autonomo e libero-professionali promosse da giovani under 35, sono stati 3.200 i progetti approvati che hanno coinvolto circa 3500 giovani, con investimenti attivati per 260 milioni di euro.
Lo scorso 16 ottobre il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha diffuso questi dati che raccontano una storia intraprendenza giovanile e che evidenziano principalmente una grande partecipazione di donne: il 39% delle domande presentate è, infatti, riconducibile a loro iniziative d’impresa, percentuale che risulta ancora più elevata nelle regioni del Mezzogiorno.
Il dato assume un significato particolare se osservato dalla prospettiva della Calabria che rientra tra le otto regioni interessate dalla misura Resto al Sud 2.0, alla quale è destinata la quota più consistente delle risorse del Piano. La regione continua, infatti, a fare i conti con livelli di occupazione femminile tra i più bassi d’Italia e con un mercato del lavoro che offre opportunità spesso insufficienti per trattenere talenti e competenze.
La misura nasce per intercettare la voglia di fare impresa di giovani tra i 18 e i 34 anni inoccupati, inattivi o disoccupati, anche se presi in carico dal programma GOL, oppure che si trovino in condizione di marginalità, vulnerabilità sociale o discriminazione. Le agevolazioni consistono in voucher a fondo perduto per le spese di avvio e in contributi a fondo perduto per programmi di investimento fino a 200.000 euro, con intensità più elevate nel Mezzogiorno. Accanto agli incentivi economici, il Piano prevede una formazione iniziale facoltativa, curata dall’Ente Nazionale per il Microcredito, e un servizio di tutoraggio che segue le nuove attività nella fase di realizzazione degli investimenti. L’attuazione è affidata ad una partnership tra Invitalia, Ente Nazionale per il Microcredito e Sviluppo Lavoro Italia.
Commentiamo questi dati con Katia Stancato, economista e tutor dell’Ente Nazionale per il Microcredito.
Il dato del 39% che riguarda le donne, l’ha colta di sorpresa?
Non più di tanto, perché è un dato che ritrovo quotidianamente nel mio lavoro di accompagnamento all’impresa. Le giovani donne del Mezzogiorno mostrano una forte propensione all’autoimpiego. In molti casi l’idea imprenditoriale nasce dalla difficoltà di trovare un’occupazione stabile, ma spesso deriva anche dal desiderio di valorizzare esperienze di studio o percorsi professionali maturati nel tempo.
Perché questo dato per noi del Sud assume un valore particolarmente significativo?
Perché il Mezzogiorno continua a registrare i livelli più bassi di occupazione femminile del Paese. Quando una giovane donna decide di avviare un’attività, non sta soltanto creando un’opportunità per sé stessa, ma contribuisce a generare sviluppo nel proprio territorio. Per molte ragazze del Sud fare impresa significa anche scegliere di restare, evitando che competenze e talenti lascino i piccoli centri e le aree interne.
In questo scenario quale ruolo può avere una regione come la Calabria?
La Calabria ha tutte le caratteristiche per beneficiare appieno degli strumenti dell’autoimpiego. Penso alle potenzialità del turismo, dei servizi alla persona, dell’innovazione sociale, della valorizzazione delle produzioni locali e del patrimonio culturale. Sono ambiti nei quali l’imprenditoria, soprattutto femminile, può esprimere creatività e capacità organizzativa. Inoltre, esiste una crescente attenzione verso modelli di impresa che producono non solo reddito, ma anche valore sociale per le comunità. Sarebbe interessante disporre di dati più dettagliati per comprendere in quali settori si concentrino realmente le iniziative femminili sostenute dal Piano. Sarebbe un’informazione molto utile anche per orientare le politiche future.
L’accesso al credito resta uno degli ostacoli principali?
Sì, soprattutto per le imprese di nuova costituzione. Il grande merito del Piano è quello di ridurre questa barriera attraverso contributi significativi a fondo perduto. Il sostegno economico da solo, però, non basta. Per trasformare una buona idea in un’impresa duratura servono preparazione, accompagnamento e capacità di pianificazione. È qui che entrano in gioco strumenti come il microcredito con formazione e tutoraggio.
Perché è così decisivo il ruolo dell’accompagnamento?
Perché avviare un’impresa significa affrontare scelte coraggiose, ma anche complesse. Redigere un business plan, valutare i costi, pianificare gli investimenti, individuare il mercato di riferimento sono passaggi che possono fare la differenza tra il successo e l’abbandono del progetto. L’esperienza dimostra che le imprese accompagnate e supportate nei primi anni hanno maggiori possibilità di consolidarsi.
Cosa dovrebbe accadere nei prossimi mesi per poter parlare di un vero successo del Piano?
Dovremmo registrare non soltanto un elevato numero di domande, ma soprattutto la capacità delle imprese di nascere, crescere e restare sul mercato. Per questo sarà fondamentale monitorare quanti progetti femminili vengono approvati, quali risultati raggiungono e quale impatto producono sui territori. Se tra qualche anno potremo raccontare storie di giovani donne che hanno creato lavoro e opportunità nelle loro comunità, allora potremo dire che il Piano ha raggiunto il suo obiettivo più importante.
Quale messaggio si sente di dare alle giovani donne calabresi che stanno pensando di avviare un’impresa?
Di non sottovalutare il valore delle proprie competenze e di non affrontare questo percorso da sole. Oggi esistono strumenti, incentivi e reti di supporto che possono accompagnare chi ha un’idea e vuole trasformarla in un progetto concreto. La Calabria ha bisogno dell’energia, della professionalità e della capacità innovativa delle sue giovani donne. Investire su di loro significa investire sul nostro futuro.

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