Ornette Coleman, 85 anni, simbolo mondiale del “free jazz”, muore l’11 giugno del 2015 a Manhattan per un arresto cardiaco, dopo una vita senza mai stare lontano dal suo sassofono
Definito da tutti il padre del “Free jazz” Ornette Coleman, fu un vero e proprio innovatore, che sperimentò talmente tanto, che uscì dagli schemi, dando vita ad un “nuovo corso del jazz“.

La sua carriera iniziò nelle orchestre di Rithm & Blues, ma fu subito stregato dal mondo del be bop. Eppure fu nel 1960 che Coleman, con il suo sesto album intitolato “Free jazz: a Collective Improvisation” – un vero e proprio capolavoro di innovazione – che diede vita al nuovo stile, “libero”, estremamente complesso, ma al contempo accattivante e rivoluzionario.
Sezioni ritmiche che suonano contemporaneamente, assoli che vengono interrotti da ingresso di fiati, che spesso di trasformano in “incursioni selvagge“.
Ornette Coleman fu colui che riuscì a registrare l’album più lungo della storia, stracolmo di improvvisazione e per fare questo, mise insieme un “doppio quartetto“, con Cherry e Freddie Hubbard alla tromba, Eric Dolphy al clarinetto basso, Haden e La Faro al contrabbasso, e sia Higgins che Blackwell alla batteria.
Tutto questo è storia della musica … e resta.
Fino a poco tempo fa è stato possibile sentirlo suonare dal vivo, il grande Coleman, il “gigante della musica afroamericano del ‘900“, che da quel suo sassofono non si è mai separato, e che è stato il centro del suo universo sonoro, energico, “improvvisato” e a volte “imperfetto”.
Un universo che si è ribellato, che ha rotto le strutture armoniche del “jazz” e lo ha reso sfaccettato, vitale, estremamente “free”.
Negli anni Coleman si è cimentato in inarrestabili sperimentazioni, che hanno “tirato dentro” il suo mondo i tanti appassionati di jazz, che oggi si tengono stretti i vinili, che restano un patrimonio inestimabile della musica d’eccellenza.
Niente di “ordinario” nel modo di fare musica di Ornette Coleman, un premio Pulitzer vinto con “sound grammar” collaborazioni da 10 e lode come quella con Pat Metheny e tantissimi omaggi alla sua musica, da parte di tanti musicisti contemporanei.
La cultura del “free jazz” non appartiene a tutti, ma gli appassionati provano oggi un senso di nostalgia per colui che dell’innovazione ne ha fatto la sua costante “ispirazione”.
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