La quinta sconfitta interna casalinga della stagione esclude definitivamente i lupi dalla lotta per le prime posizioni e mortifica la tifoseria.

C’è il tifoso più umorale, quello capace di esaltarsi nelle vittorie e deprimersi nelle sconfitte; c’è il tifoso estremamente ottimista, edizione rara a dir la verità, quello che non perde mai la speranza e auspica una possibile risalita anche nei momenti apparentemente bui. C’è poi il tifoso che assiste a Cosenza-Juve Stabia, quello a cui viene propinato uno spettacolo indegno e indecoroso, una messa in scena preparata nel peggiore dei modi e presentata con la sufficienza di chi col professionismo ha poco a che fare, peraltro dietro lauta ricompensa e di fronte a 2000 tenaci che in un periodo di crisi sono ancora disposti a mettere da parte del denaro per pagare il biglietto.
Ci sarebbe tanto da disquisire per esaminare con minuziosità gli errori marchiani commessi in sede di mercato, da che mondo e mondo si sa che non basta assicurarsi le prestazioni di 22 uomini che siano capaci di dare un calcio ad un pallone per costruire una squadra. Se fosse così semplicistico non sarebbero mai esistite le favole in questo fantastico sport, eventi rari in cui vengono sovvertiti totalmente i pronostici. Chi non è così giovane da ricordare ancora nitidamente la splendida impresa della Danimarca agli europei del 1992 sa di cosa stiamo parlando. Una nazionale che non doveva nemmeno partecipare a quella fase finale della competizione, venne ripescata in extremis e andò a trionfare compiendo un vero e proprio miracolo sportivo. Come quella se ne possono citare tante altre, tutte contraddistinte dalla voglia e dalla grinta che superava di gran lunga le capacità tecniche e compensava ogni mancanza.
Diverso è il discorso quando le doti ci sono e non vengono sfruttate a dovere, nella maggior parte dei casi per evidenti lacune mentali e caratteriali. I casi di Cassano e Balotelli sono emblematici, è lapalissiana la loro svogliatezza cronica, provate a immaginare cosa sarebbero diventati se avessero avuto solo un quarto della ferocia agonistica di Gattuso. Qui a Cosenza non c’è né il Cassano né il Balotelli di turno, ci sono calciatori che hanno dimostrato in passato un valore diverso rispetto ai giorni nostri. La causa di queste prestazioni scadenti non può essere addebitata solo ad una scarsa resa di tutta la squadra, perché, ahinoi, ci stiamo abituando ad una serie infinita di errori individuali che compromettono partita dopo partita il campionato del Cosenza.

Allo stato attuale delle cose non si può generalizzare, perché non è mai giusto fare di tutta l’erba un fascio, non di meno sarebbe corretto farlo ora, ci sono nomi e cognomi da poter fare e da mettere di fronte alle loro responsabilità. La coppia difensiva composta da Blondett e Tedeschi da muro invalicabile si è trasformata rapidamente in un colabrodo che fa acqua da tutte le parti, Caccetta non ha il carisma di cui dovrebbe essere dotato un capitano, Statella va a fasi alterne con molte più ombre che luci, ma il minimo comune denominatore di tutti questi elementi che compongono la vecchia guardia rossoblu è l’abulia della loro presenza soporifera, e purtroppo costante, sul terreno di gioco. Il discorso non può e non deve essere esteso ad altri, non sarebbe giusto nei confronti di elementi come Mungo, Corsi e Cavallaro, giusto per citarne alcuni, che hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo per risollevare una situazione complicata e hanno sudato la maglia.
Non può ricevere assoluzioni nemmeno mister De Angelis, la sua scelta di tirare fuori dalla contesa un lottatore come Letizia proprio nel momento in cui la gara assumeva le sembianze di una battaglia si è rivelata inadeguata. Ciò che però lascia basiti è il silenzio assordante della società, che insiste con testardaggine nella sua filosofia del panta rei senza muovere un dito né alzare la voce. È abbastanza chiaro che la stagione del Cosenza sia tutta qui, non attendiamoci voli pindarici verso lidi e posizioni che non ci competono, si costruisca il futuro sulle buone basi che per fortuna già esistono e intorno alle quali bisogna cementificare un contorno che sia fatto di stimoli e senso di appartenenza e non dell’insolenza che regna sovrana oggi.
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