Alimentazione e psiche: quando il cibo diventa nemico. Da anni si parla di come i “cibi giusti” siano terapeutici perché attivano la serotonina, sostanza dei neurotrasmettitori messa in campo dal cervello umano come migliore alleata della tanto aspirata “felicità’”.
Che il cibo non sia semplice strumento di soddisfazione di un bisogno fisiologico o lieto compagno del simposio amicale e’ cosa assai risaputa ormai.

Ma che qualcuno voglia convincerci anche con una certa incompetente presunzione che ingerire verdura a gogo’ e consumare piante officinali curi tutte le malattie e che un’ eccellente alimentazione sia sostitutiva di una buona terapia medica allora e’ altra questione.
Assistiamo, dopo anni di negligenza umana e contaminazione dell’ambiente, al proliferare di una corrente purista che desidera il ritorno alla naturalità delle cose: dei pensieri, delle cure, delle terapie per le malattie più difficili.
Una corrente che dice addio alla crudeltà sterminante della carneficina animale per abbracciare una “green philosophy” del tutto rispettabile e condivisibile, finché rimane nel proprio settore, ovvero quello della filosofia applicata all’ alimentazione.
Molteplici le ipotesi, talvolta anche avventurose e claudicanti, delle funzioni “terapeutiche” dei singoli cibi: dalle proprietà virtuose delle bacche a quelle miracolose dell’aloe e’ tutto un affannoso ricercare l’ antidoto del benessere psichico da parte dei naturisti, quasi come se il segreto dello salute a tutto tondo si ingerisse in un solo boccone.
Una ricerca acuitasi quella del “cibo farmaco” che mostra chiaramente il segno dei disagi che la nostra epoca vive, fuorviata da tormenti e lacerazioni interiori spesso di non facile rimedio.
Chiariamoci, qui non stiamo condannando la funzione positiva dei cibi ne’ neghiamo le verità scientifiche sulle proprietà virtuose contenute negli alimenti.
Quello che vogliamo negare e’ la convinzione che la natura possa sempre sostituirsi alla medicina. Basta con le ipocrisie puriste perché certe cose non si guariscono solo ingerendo verdura biologica. Questa, al massimo, e’ la bella favola del secolo.
Il risveglio dalla favola e’ determinato da una più lucida consapevolezza: l’uomo non puo’ essere solo ciò che mangia, se vogliamo un po’ sintetizzarla alla maniera di Feuerbach, semplicemente perché e’ vero che non passa tutto dalla bocca.
Dalla bocca passano il cibo, le risate e molti pensieri che divengono parole.
Ma non tutti i pensieri diventano verbi parlanti.
Ci sono pensieri inespressi che restano lì nella mente, dentro un vortice tormentato di convinzioni e stati d’ animo accucciati e aggrovigliati così tanto da creare nodi inestricabili.
Logiche che la natura, con i suoi frutti migliori, non riesce a far risanare. Sono quelle logiche in cui il cibo da amico diventa nemico: un nemico alleato per la morte.
Si, alleato perché atto ad alimentare quelle devianti convinzioni che sfuggono al carattere benigno della natura amica. Non è un caso la linea della logica bulimica. Una logica che appesantisce la mente ed il cuore.
Un circolo vizioso , in cui si sente stanchi in gola, prigionieri di un logorio difficile da sputare fuori o ingoiare e che si cerca di mandare quindi sempre più giù , abbuffandosi e rischiando di affogare.
Questo inferno di sensazioni bipolari tra appagamenti momentanei, sensi di colpa e frustrazioni, voglia di lottare e ricadute, hanno bisogno della forza della medicina perché la natura e il buon cibo non possono bastare.
Quello spropositata voglia di sentirsi colmi, di riempire quel vuoto profondo, di affogare quel nodo non può farcela da sola perché è proprio quella natura prodiga di buoni frutti che diventa alleata assassina, vigliacca, traditrice.
Ma questo della bulimia e’ solo un caso. Sono moltissime gli altri casi in cui la natura non basta e con ostinazione diventa l’unica strada e non l’alternativa.
Facciamo in modo che ognuno faccia il suo compito: la natura a volte ha bisogno di essere sostituita per non avere controindicazioni
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