Pochi giorni fa è apparso sulla prima pagina di una testata giornalistica il seguente titolo: “Cosenza, Ospiti di un Centro d’accoglienza accusati del furto di una borsa – Botte ai sospettati, agenti nei guai – Coppia di poliziotti interdetta dal servizio per la presunta aggressione a tre pakistani”.

Abbiamo voluto riportare l’intero titolo giornalistico per evidenziare la disparità di trattamento: come si evince dallo stesso, si parla di una presunta aggressione ma trattandosi di due poliziotti nel corpo dell’articolo vengono esplicitamente citati il nome e il cognome di entrambi, il nome e cognome del figlio e di altri due parenti.
Stiamo sempre parlando di un presunto reato epperò per dovere di cronaca il giornalista autore dell’articolo ha ritenuto deontologicamente corretto identificare con il nome completo i due poliziotti e i loro familiari.
“Si poteva rispettare ugualmente il diritto di cronaca mettendo solo le iniziali dei presunti colpevoli e questo non lo dice il sindacato di polizia, bensì l’Ordine dei Giornalisti: la possibilità di diffondere queste informazioni, in breve, deve fare i conti con alcune garanzie fondamentali riconosciute alle persone coinvolte nelle vicende narrate, cosa questa che ovviamente tutti i giornalisti ben sanno”. Così ha esordito Renato Guaglianone, Segretario Nazionale Vicario dell’Ugl-LeS, che ha poi proseguito: “Noi non vogliamo commentare l’articolo, scritto con tanto odio nei confronti dei poliziotti e nel quale ad essi viene dato dei giustizieri della notte, dei picchiatori. Ovviamente questo modo di raffigurare la realtà rimane nella legittimità delle scelte editoriali della testata e nella coscienza dell’autore stesso. Noi non chiediamo privilegi, ma pretendiamo almeno lo stesso trattamento di riservatezza mediatica riservato ai delinquenti o presunti tali.”
Ha infine chiosato Guaglianone: “Colgo l’occasione per ringraziare tutti quei giornalisti che per dovere di cronaca mettono a rischio la propria incolumità con un lavoro difficile, pieno di insidie e ben lontano dalle manovre giudiziarie dove si cerca di fermare il giornalista scomodo con querele, minacce od intromissioni politico-istituzionali che incidono sulla loro carriera. Il loro è un lavoro difficile alla stregua di quello del poliziotto”.
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