Non è facile entrare nel cuore di una tifoseria così scettica e diffidente, un cuore lacerato da profonde delusioni, tornato a pulsare dopo anni di elettrocardiogramma piatto.
Come in una favola, come una storia dal lieto fine che capovolge l’evolversi degli eventi. Provateci voi a spiegare quante cose possono cambiare volto così tanto in pochi attimi. Quale mente più folle e visionaria avrebbe l’ardire di inventarsi un copione del genere? Per fortuna il calcio non è una scienza esatta, non è matematica dove invertendo l’ordine degli addendi il prodotto non cambia.

Se giochi 32 partite mettendo a segno tre sole reti, pur facendo di mestiere l’attaccante, che di pane e gol dovrebbe vivere, e sei un mero calcolatore, una mente piatta, senza capacità di immaginazione, senza fantasia, se sei un freddo analista di calcio e ti basi esclusivamente sui numeri mai potresti immaginare che la realtà assuma improvvisamente contorni del tutto inaspettati.
Sembra proprio una stagione maledetta, lui ci prova in tutti i modi ma la palla non vuol saperne di entrare. Niente da ridire né sull’impegno – la maglietta è sempre madida di sudore, non è abituato a lesinare mai energie – né sul talento, di cui madre natura l’ha dotato e ne ha dato spesso dimostrazione. Semplicemente gli gira male, è solo un periodo sfortunato.
Ecco che come per magia succede improvvisamente qualcosa di strano, sugli spalti del ‘S.Vito Marulla’ inizia a risuonare un coro interamente dedicato a lui. Decisamente insolito, un evento più unico che raro a queste latitudini. Segno che la scintilla è scattata, non poteva essere altrimenti, è un jolly e dopo aver conquistato i compagni di squadra con la sua allegria contagiosa entra anche nelle grazie del popolo rossoblù.
Personaggio in campo e fuori dal campo, vive la città a pieno, diventa amico di tutti, anche di chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo a fondo. Desta simpatia al primo impatto, con quel bizzarro modo di esprimersi (francese con contaminazioni di diversi dialetti del sud Italia).
Il Cosenza fatica ma riesce ad accedere ai playoff. In un mese il “Panterone” si riprende ciò che la dea bendata gli aveva negato prima, condensa cinque gol decisivi in appena sette spezzoni di partita. A Pescara si lancia sul pallone pennellato in area da Palmiero. È il minuto ottantasette, è il sigillo sul trionfo. Entra nel mito: uomini, donne e soprattutto bambini impazziscono, quei bambini che lo incrociano e sgranano gli occhi, lo accerchiano e intonano la solita canzoncina.

Rivive la stessa scena di continuo ma continua a gettarsi in quell’abbraccio collettivo, ad emozionarsi come se fosse la prima volta. Lo farà fino agli sgoccioli della sua avventura a Cosenza, che si chiude perché anche sulle favole viene messa prima o poi la parola fine. Un segno del destino quell’arcobaleno che spunta a colorare il cielo nel giorno della sua ultima apparizione in maglia rossoblù. Appena sotto campeggia il suo nome, scritto a caratteri cubitali.
«Mi chiamo Allan Baclet, questa è la mia storia. Niente di inventato, a raccontarla non un bravo sceneggiatore ma un semplice giornalista. Sono uno del popolo, vivo in mezzo alla gente, mi nutro dell’amore di chi mi circonda. Ora che sono lontano, seduto su una panchina sul chilometro più bello d’Italia, prendo un bicchiere, verso del rum bianco e della soda, trito il ghiaccio, aggiungo un po’ di menta e una scorza di lime e, sorseggiando il mio cocktail, immagino di essere a Piazza Fè».
(Immagine di copertina De Marco)
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