“Qui comando io e questa è casa mia”, ma anche no, se si ricopre una carica pubblica. Non può mai mancare in una campagna elettorale il tema del “conflitto di interessi” di chi si ricandida o si candida per la prima volta. Nella mia attuale posizione “super partes” aggiungo un altro “paragrafo” in questo mio percorso tecnico, per senso civico, di “INFORMARE PER FORMARE” PER UN “VOTO CONSAPEVOLE”, una SCUOLA DI FORMAZIONE CHE MANCA PERCHÉ, appunto, OSTACOLA L’”INTERESSE” personale.

Sentirsi “padrone” di una carica pubblica significa percepire un senso di controllo e autorità che spesso porta a una forma di arroganza e al rifiuto di ascoltare le opinioni altrui, ad un comportamento autoritario con eccesso di potere e non democratico, perdendo il contatto con la realtà e con le esigenze dei cittadini. Gli sconvolgimenti degli ultimi decenni hanno portato, con la globalizzazione dell’economia, alla nuova gerarchizzazione del suo rapporto con la politica, alla personalizzazione e verticalizzazione populistica della democrazia, con la conseguente crisi delle grandi narrazioni ideologiche che avevano nei partiti il loro momento di formazione ed elaborazione.
È così favorito L’INGRESSO DI MAGNATI IN POLITICA e, soprattutto LA CREAZIONE DI NUOVI RICCHI CON LA POLITICA, diventata teatro di faraoniche campagne elettorali e di un bombardamento mediatico senza precedenti. Dunque, l’opinione pubblica e il consenso elettorale sono una variabile molto dipendente dal denaro: il nuovo rapporto tra politica e denaro – un tema classico della filosofia politica, da Platone in avanti, che sempre ne mette in luce la capacità distorsiva del secondo sulla prima nel rapporto sempre più stretto e perverso tra denaro e politica – DENARO PER FARE POLITICA, POLITICA PER FARE DENARO.
Ed ecco “LA CORSA AL POTERE”, la popperiana cattiva maestra (che viola le condizioni di parità fra i candidati), che produce il sartoriano homo videns, l’elettore cioè non in grado di esprimere l’autenticità o genuinità del voto. Ma già i classici della sociologia politica come Max Weber e Robert Michels ci avevano avvertito rispetto al fatto che le grandi aspirazioni dei movimenti popolari sarebbero state tradite dagli interessi personali dei leader, preoccupati più di salvare il loro posto di lavoro e i propri privilegi che di conseguire gli obiettivi dichiarati delle loro organizzazioni.
La critica della “casta”, la denuncia della tendenza della classe politica a diventare un gruppo chiuso, teso unicamente ad AUTORIPRODURSI E A FARE GLI INTERESSI PROPRI E DELLE LOBBIES che li sostengono. Possiamo continuare ad ignorare il fatto che la “questione morale” in senso lato, ovvero non solo la corruzione vera e propria, ma pure l’arrivismo, la corsa alla poltrona, e la lotta spietata per garantirsi un posto in lista, siano UN OSTACOLO FORMIDABILE AD OGNI DOMANDA DI CAMBIAMENTO RADICALE? In questo contesto un ruolo centrale dovrebbe essere giocato dai nuovi leader politici, dai giovani e meno giovani che si affacciano alla militanza.
I “NUOVI” IN POLITICA SI TROVANO A FARE SPESSO I GALOPPINI PER LEADER MOLTO ANZIANI in un paese gerontocratico come l’Italia, in cui sempre più i giovani sentono il dovere di farsi benedire dal “grande vecchio”. Con il risultato che le ambizioni personali NON SONO UNA FONTE DI ROTTURA DEL QUADRO POLITICO DEGENERATO: i giovani si riducono all’elemosinare dai vecchi dirigenti un posticino nel sottobosco della politica, una candidatura nella lista, o una mera promessa di ricompense future.
La politica italiana in tale senso assomiglia maledettamente all’Università dei baroni che sfruttano i dottorandi e i ricercatori precari con l’ingannevole PROMESSA CHE UN GIORNO FORSE MA FORSE GLI VERRÀ OFFERTO UN POSTO FISSO. Ciò che è paradossale è che l’impazienza di guadagnarsi un posto a tavola, l’ansia di prenotarsi una candidatura in lista, il desiderio di dare inizio alla propria carriera politica finiscono per bruciare la carriera dei giovani leader, ostacolando formidabilmente il necessario cambiamento radicale.
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