Di Anna Maria Ventura
“Prima di tutto un uomo. Un romanzo su Saverio Strati” di Palma Comandè, edito da Rubbettino, 2022, non è un libro che si legge soltanto, è un viaggio che somiglia a una veglia attorno al focolare, quando le voci degli anziani diventano custodi di memorie e di verità taciute. Dentro queste pagine si respira l’aria di una Calabria arcaica e patriarcale, terra di padri padroni e di donne silenziose, piegate dalla fatica e dalla violenza, ma capaci di custodire la dignità e la speranza.
Dalla voce di Palma Comandè, nipote di Saverio Strati, emerge l’uomo dietro lo scrittore, con le sue ferite private trasformate in parola universale.
Nel libro non vi è soltanto la storia di un grande scrittore calabrese, fra i più grandi della letteratura del’900, e non soltanto in Italia, originario di Sant’Agata del Bianco, vincitore del Premio Campiello con “Il selvaggio di Santa Venere”, ma un’indagine dolorosa e necessaria sulle radici, sui legami familiari, sul mistero stesso dell’essere uomo.
La scrittrice si muove tra memoria e rivelazione, e lo fa senza piegare la verità a convenzioni o moralismi. La verità, scrive, “fa male, sempre. Ma è la sola a parlarti di te. La sola a raccontare l’uomo”. In questo viaggio, doloroso per lei, ma necessario, Palma Comandè non consegna l’immagine patinata di un autore affermato, ma quella, più fragile e autentica, di un uomo tormentato, silenzioso, a tratti distante, ma mai separato dalla sua terra e dalla sua famiglia.
L’incipit del libro, un frammento autobiografico, il ritorno a Sant’Agata con la madre partendo da Casignana, ha il valore simbolico di un pellegrinaggio: breve nella distanza, ma colmo di memorie, ferite e rivelazioni. Da qui si dipana una narrazione che attraversa tre generazioni, tra sacrifici, povertà, emigrazione, sogni e disillusioni. È un racconto che porta addosso l’eredità del verismo e del neorealismo, ma che trova la sua forza in una sensibilità contemporanea, capace di dare corpo e voce a chi per troppo tempo è rimasto nell’ombra.
Al centro ci sono figure femminili di straordinaria potenza, che sono il simbolo di intere generazioni di donne di una Calabria ancora arcaica e patriarcale della prima metà del ‘900. Agata, madre di Saverio, è il cuore pulsante del romanzo: donna sofferente, piegata dalla violenza e dall’indifferenza di un marito padrone, ma capace di proteggere i figli e di trasmettere loro la sete di conoscenza. È lei che incoraggia il figlio a riprendere gli studi a diciotto anni, aiutata dallo zio emigrato in America. La sua è una forza silenziosa che diventa destino. Accanto a lei, la figlia Teresa incarna il dramma delle donne costrette al sacrificio: convinta a sposare lo zio “miricano” per salvare il fondo di Cola, vive una parabola dolorosa, che la conduce alla malattia e al tormento. Come in una tragedia greca, la sua scelta non salva la famiglia, ma la espone al giudizio della comunità e alle avidità dei parenti, pronti a tutto pur di impadronirsi della “terra”, che in un mondo prettamente agricolo, chiuso entro i confini del paese, è l’unico mezzo di affermazione dell’identità di una persona e della sua famiglia, anche per le generazioni che verranno.
Queste donne non sono comparse, ma motore e coscienza del racconto: prigioniere di un sistema che le vuole figlie, madri e mogli silenziose, si rivelano invece custodi di dignità e di resistenza. La stessa Palma Comandè si pone come erede di questa forza, affrontando con coraggio le verità più scomode, e restituendo la memoria familiare come un atto di giustizia e di amore.
E poi c’è Saverio Strati, colto non nel ruolo pubblico di scrittore, ma nel suo essere uomo: muratore, figlio, fratello, segnato da un padre violento e da un carattere chiuso e riservato. La scrittrice non nasconde la distanza che spesso l’ha separata dallo zio, il desiderio inappagato di ascolto e accoglienza, ma riesce a leggere dietro i suoi silenzi il peso di un’infanzia dura, l’impronta di una Calabria aspra e impenetrabile. È un ritratto umano che ne spiega le scelte, i tormenti, e soprattutto il bisogno di trasformare le ferite in parola letteraria.
La letteratura, per Strati, non fu mai esercizio estetico, ma vita che si fa racconto. Nella sua opera rivivono la povertà, l’analfabetismo, l’emigrazione, ma soprattutto la dignità di una terra e dei suoi uomini. Come Corrado Alvaro, Ignazio Silone e Carlo Levi, anche egli ha dato voce agli umili, ma sempre partendo dalla propria esperienza intima e dolorosa. È in questo scarto che si misura la grandezza della sua scrittura: nell’essere, prima di tutto, testimonianza di un destino umano.
Il libro si chiude con un’immagine di struggente poesia: la rosa deposta da Palma sulla salma dello zio, che la madre, in un momento di premorte, poi fortunatamente superato, rivede tra le sue mani, finalmente sorridente nell’altra vita. È il suggello di una riconciliazione simbolica, il gesto che scioglie i grumi di intere esistenze e restituisce pace.
Ma il lascito più profondo di “Prima di tutto un uomo” è un altro: mostra come per Saverio Strati la parola non fosse semplice strumento, ma sostanza vitale. La letteratura per lui non era mestiere o artificio, ma il respiro stesso della vita, la sola forma possibile di sopravvivenza e riscatto. Ogni sua pagina è intrisa della fatica e del dolore di chi ha conosciuto la povertà, la violenza, l’umiliazione, ma anche della sete inesauribile di chi non ha mai smesso di cercare un varco attraverso lo studio e la scrittura.
Scrivere, per Strati, significava riscattare l’oscurità con la luce delle parole, trasformare il silenzio in voce, fare della ferita una memoria condivisa. La sua opera testimonia che la letteratura non è mai fuga dalla vita, ma immersione nella sua essenza più segreta. È l’uomo, con tutte le sue fragilità, che dà sostanza allo scrittore; ed è lo scrittore che restituisce all’uomo, e alla sua terra, dignità e senso.
Ecco allora che il romanzo di Palma Comandè diventa non solo ritratto di un grande autore, ma riflessione universale sulla forza della parola: quella che nasce dal dolore e dalla memoria, che non consola ma rivela, che diventa eco oltre il tempo e oltre il dolore. La letteratura, per Strati, è stata vita. Vita che si fa voce, voce che diventa destino.

Vai al contenuto




