Di Anna Maria Ventura
Sono arrivata in stazione prima del treno, come accade quando l’attesa non è soltanto pratica ma esistenziale. Le banchine erano già colme, non del consueto flusso distratto dei pendolari, ma di una folla composta, silenziosamente emozionata. Quando il treno ha rallentato, ho capito di assistere ad un fenomeno collettivo, antico e sempre nuovo, che in Calabria si ripete con la puntualità delle stagioni.
Dai vagoni sono scesi giovani con i trolley, zaini sulle spalle, piumini luccicanti, comprati altrove. Poi famiglie intere: passeggini, bambini confusi dal viaggio, nonni che si chinavano per riconoscere volti cresciuti troppo in fretta. E infine gli sguardi di chi aspettava: occhi lucidi, sorrisi trattenuti, qualche lacrima che non aveva bisogno di essere spiegata. In quella stazione, per qualche ora, il tempo dell’assenza sembrava essersi incrinato.
Quella scena ha aperto in me una memoria più antica. Nei primi anni Settanta ero io a tornare dall’università di Roma, perché in Calabria, allora, le università non esistevano ancora. I treni erano lenti, sovraffollati, duri. Le carrozze pullulavano di emigranti con le valigie di cartone legate con lo spago, di famiglie stipate nei vagoni, di bambini addormentati sui sedili o sulle ginocchia delle madri. Si viaggiava in piedi, nei corridoi, per ore. Si guardava dai finestrini il paesaggio come si guarda una promessa: da una parte il mare, dall’altra le montagne. La Calabria appariva così, improvvisa e fedele, come una terra ferma ad attendere i suoi figli costretti a partire per inventarsi un futuro.
Oggi la scena è cambiata, ma il copione resta. A partire non sono più soltanto le braccia, ma le menti. Negli ultimi vent’anni la Calabria è una delle regioni italiane che ha perso più popolazione: secondo i dati demografici, oltre mezzo milione di residenti in meno, con un saldo migratorio fortemente negativo tra i 20 e i 39 anni. È la fascia dell’età fertile, della formazione, della progettualità. Ancora più significativo è il dato sul capitale umano: una quota rilevante dei giovani che lasciano la regione è laureata. Si parla ormai apertamente di “emigrazione qualificata”, un fenomeno che svuota i territori non solo numericamente, ma simbolicamente.
I borghi calabresi sono il luogo in cui questa trasformazione si manifesta con maggiore crudezza. Prima della partenza dei giovani, erano comunità dense, stratificate, spesso povere ma complete. C’erano scuole, botteghe, riti condivisi. Le piazze erano spazi di attraversamento quotidiano, non scenografie. Il futuro, pur incerto, era immaginabile dentro una continuità generazionale.
Poi è iniziata la sottrazione lenta. Un figlio che va via “per qualche anno”, una figlia che trova lavoro altrove, un nipote che nasce lontano. Oggi molti borghi dell’entroterra hanno perso tra il 20 e il 40 per cento dei residenti rispetto agli anni Ottanta. In alcuni comuni l’età media supera abbondantemente i cinquant’anni. Le scuole chiudono o si accorpano, i servizi si riducono, le case restano chiuse per undici mesi l’anno. Il borgo non muore: si contrae. Vive in uno stato di attesa permanente.
Ed è qui che arriva il Natale. E con il Natale, una metamorfosi quasi teatrale. I borghi si accendono. Le luminarie disegnano geometrie luminose sopra strade che per mesi restano in ombra. Le case chiuse si riaprono, le finestre tornano illuminate. Dai bar esce musica, dalle piazze risuonano voci giovani, risate, richiami. I bambini corrono nei vicoli come se li avessero sempre abitati. I forni lavorano senza sosta, le chiese si riempiono, le tavole si allungano. È un Natale imperfetto e rumoroso, profondamente umano. Per qualche giorno, il borgo ritrova la sua forma piena, la sua identità originaria.
Ma è una gioia fragile, consapevole di sé. Perché tutti sanno che finirà. Le luminarie si spegneranno, i trolley ricompariranno accanto alle porte, le stazioni torneranno a riempirsi di partenze. E il vuoto tornerà a posarsi sui borghi, più pesante proprio perché appena smentito.
Il confronto tra le due grandi stagioni migratorie – quella degli anni Sessanta – Settanta e quella attuale – racconta una mutazione profonda. Allora si partiva da una Calabria povera ma giovane; oggi si parte da una Calabria sempre più anziana, che ha investito nella formazione dei suoi figli senza riuscire a trattenerli. L’emigrazione di ieri era spesso definitiva; quella di oggi è teoricamente reversibile, ma nella pratica raramente lo diventa. Le radici resistono, ma non bastano più a garantire il ritorno.
Invertire questa tendenza non è un esercizio nostalgico né un appello sentimentale. Significa affrontare nodi strutturali: lavoro qualificato, servizi, sanità, scuola, infrastrutture materiali e digitali. Significa smettere di pensare ai borghi come luoghi da “valorizzare” solo turisticamente e riconoscerli come spazi di vita possibile. Significa creare condizioni perché tornare non sia un gesto eroico, ma una scelta normale.
Mentre lasciavo la stazione, ho pensato che la Calabria continua a essere una terra capace di accogliere e di attendere. Ma l’attesa, oggi, non è più sufficiente. Perché quei borghi che a Natale si accendono di luci, musica e voci gioiose meritano di restare vivi anche dopo. Invece, quando le feste finiscono, nei borghi resta un silenzio diverso da quello consueto. Non è il silenzio dell’abitudine, ma quello che segue una voce appena spenta. Le luminarie vengono smontate, le strade tornano opache, le chiavi girano lentamente nelle serrature. I trolley scendono di nuovo le scale, le porte si chiudono con una cura eccessiva, come se potessero trattenere ciò che se ne va. Nelle stazioni, i treni ripartono carichi di ritorni al futuro, mentre le banchine si svuotano di nuovo di abbracci.
I borghi restano lì, immobili e pazienti, come luoghi che hanno imparato l’arte dell’attesa. Custodiscono stanze chiuse, fotografie sui comò, letti rifatti per chi non dorme più in casa. Continuano a esistere in una sorta di tempo sospeso, fedeli a una promessa che nessuno ha mai del tutto revocato. E forse è proprio questo il loro destino provvisorio: non quello di morire, ma di ricordare. Ricordare chi è partito, chi torna, chi vorrebbe restare. Come se ogni Natale fosse una parentesi luminosa, un respiro profondo prima di tornare a trattenere il fiato, in attesa che qualcuno, un giorno, decida di non ripartire più.

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