Presentazione della raccolta poetica di Umile Francesco Peluso: “Dolci versi io cercavo ancora nei miei pensieri”
di Ada Giorno
Presso la sede della Pro Loco di Luzzi, una tavola rotonda composta da illustri studiosi ha celebrato la figura di Umile Francesco Peluso, muovendo dalla sua raccolta postuma Dolci versi io cercavo ancora nei miei pensieri.
L’incontro ha restituito il profilo di un intellettuale capace di coniugare il rigore del Senatore della Repubblica con la sensibilità del poeta, delineando un percorso in cui l’arte si fa strumento di verità e la politica si traduce in un’etica del riscatto sociale.
I lavori sono stati aperti da Ada Giorno che, nel suo ruolo di moderatrice, ha offerto la cornice gnoseologica dell’intero simposio attraverso un’analisi umanistica tesa a delineare la complessità del “canto-pensiero” pelusiano. La moderatrice ha spiegato come la forma metrica non fosse mai, per Peluso, un’astratta evasione o un esercizio di stile fine a se stesso, ma una vera e propria ascesi: un atto di disciplina interiore volto a sottrarre la parola al tumulto delle passioni momentanee per restituirla a un rapporto etico e concreto con l’altro. È stato evidenziato come la sua formazione, radicata nel rigore morale di Dante e Leopardi, lo abbia portato a rifiutare le fascinazioni estetizzanti di D’Annunzio — oggetto della sua tesi di laurea presso la Facoltà di Lettere di Napoli — per abbracciare un’estetica che si fa impegno civile. La sua conduzione ha chiarito la cifra stilistica di un intellettuale che non si ritrae nella “torre d’avorio”, ma che si fa cantore immerso nella storia e nella responsabilità della comunità.
L’apertura istituzionale è stata affidata a Maria Leone, Assessore alla Cultura del Comune di Luzzi, da anni impegnata nella promozione delle attività culturali e formative del territorio. Con un intervento accorato, la Leone ha rievocato il ruolo decisivo del centro culturale Kyterion, creatura di Peluso e luogo di crescita intellettuale per intere generazioni. La sua riflessione ha chiarito come l’eredità del Senatore non sia un cimelio da contemplare, ma un esempio vibrante di “operosità e giustizia” per una Calabria che costruisce il proprio futuro attraverso la conoscenza, simbolo di una regione che non si arrende alla mediocrità ma che edifica identità attraverso il dialogo e la cultura.
Vincenzo Napolillo, illustre scrittore e saggista, profondo conoscitore delle radici storiche calabresi e studioso del pensiero di Gioacchino da Fiore, ha tracciato con precisione il profilo dell’Homo Faber. Napolillo ha saputo cucire insieme le diverse anime di Peluso: il sindaco del “cantiere aperto”, il parlamentare del PCI attento ai diritti dei lavoratori e l’educatore che visse le humanae litterae come missione civile. In questo contesto, Napolillo ha saputo catturare l’attenzione della platea rievocando un momento apparentemente quotidiano, ma profondamente rivelatore: l’episodio del cappello alla Rinascente di Milano.
Peluso, uomo di abitudini sobrie e pensiero lineare, era entrato nel celebre magazzino milanese con l’intento preciso di acquistare un solo cappello. Tuttavia, una volta immerso in quel tempio dell’esposizione e della seduzione merceologica, ne uscì dopo averne acquistati ben quattro. Questo gesto, lontano dall’essere una semplice leggerezza, divenne per Peluso oggetto di un’auto-analisi severa e illuminante. Egli individuò in quell’acquisto multiplo la prova tangibile di una “finta soggiogazione”: la capacità del sistema dei consumi di manipolare il desiderio individuale, inducendo bisogni superflui che finiscono per soffocare la volontà. Per il Senatore, quei quattro cappelli divennero il simbolo del “consumismo come tarlo”, una forza invisibile che rode la coscienza e trasforma l’essere umano da cittadino dotato di logos a mero ingranaggio di un meccanismo economico. Napolillo ha spiegato come Peluso vedesse in questa dinamica una minaccia alla libertà stessa: se l’uomo non è più padrone dei propri desideri, perde la capacità di essere padrone del proprio destino politico e civile. Quell’aneddoto milanese fu la scintilla che alimentò la sua battaglia intellettuale per un ritorno all’essenziale, inteso non come privazione, ma come suprema forma di dignità e indipendenza spirituale.
Successivamente, Flaviano Garritano, scrittore, studioso del territorio e socio fondatore della Pro Loco di Luzzi, oggi membro del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti, ha riportato il dibattito su un piano più intimo e formativo, rievocando le atmosfere di Villa Matarese. Peluso vi emerge come un padrone di casa colto e generoso, docente di Storia e Lettere capace di trasformare un incontro privato in un cenacolo umanistico ai piedi dell’Abbazia della Sambucina. Garritano ha sottolineato come in quel luogo la “moneta corrente” fosse l’amicizia, un legame che ha permesso la nascita di premi poetici di rilievo nazionale — come il Premio Sambucina e il Premio Città di Cattolica — e la fondazione del Centro Gioachimita, segnando profondamente la geografia culturale del territorio luzzese.
Un momento di intensa partecipazione emotiva è stato offerto da Salvatore Corchiola, docente e poeta, che leggendo la sua lirica Ritratto di un Maestro (1996) ha fissato l’immagine di un uomo di etica antica, circondato da giovani menti pronte all’ascolto. Il verso conclusivo della sua lirica — «ognuno ha più di quel che ha donato» — è risuonato come sintesi perfetta della generosità intellettuale del Senatore. Subito dopo, Antonietta Fazio, figura ufficiale della Commissione Europea per la promozione dell’apprendimento degli adulti in qualità di Ambasciatrice EPALE, ha approfondito la lettura critica della lirica Calabria, dolci sere. La Fazio ha mostrato come la poesia di Peluso trasformi la nostalgia in valore civile, elevando la Calabria a “paesaggio dell’anima” e spazio metafisico. In questa visione, il poeta si fa voce degli “aedi senza lira”, quei contadini calabresi storicamente privati della parola, offrendo loro, attraverso il verso colto ma lineare, un’occasione di riscatto e dignità.
La moderatrice ha poi ripreso il filo del discorso, intrecciando le prospettive critiche e preparando il terreno per l’analisi politica di Giuseppe Gallo, figura di riferimento della tradizione politica calabrese. Gallo ha ricostruito con rigore la sindacatura di Peluso negli anni Cinquanta, descrivendola come un vero passaggio antropologico dal feudalesimo alla modernità civile. Portare l’acqua pubblica, le strade rurali e l’illuminazione non furono semplici opere materiali, ma atti di emancipazione collettiva. Peluso intese la politica come servizio alla democrazia, contribuendo a spezzare antichi rapporti di dipendenza e aprendo la strada a una cittadinanza più libera.
In questo solco, emerge l’immagine di un Sindaco illuminato per i tempi, capace di incarnare la vera politica: quella che non si esaurisce nel potere, ma si realizza nel servizio incondizionato ai cittadini. Peluso seppe rispondere alle esigenze urgenti di un territorio che amava profondamente, trasformando il suo legame viscerale con Luzzi in un progetto amministrativo volto al bene comune. La sua non fu una politica di palazzo, ma una politica di prossimità, mossa dal desiderio di restituire dignità a ogni singolo abitante della sua amata terra.
L’intervento di Edoardo Zumpano, direttore della Casa Editrice DOXA, ha sottolineato la coerenza di questa voce libera. Per l’editore, la scelta di Peluso di restare fedele a una lingua alta e integra rappresenta un atto di resistenza etica, che colloca il Senatore in quella linea di “moralisti rigorosi” che va da Leopardi fino ai grandi pensatori dell’antifascismo. Proprio nel richiamo a Leopardi, Zumpano ha rintracciato quel “pessimismo eroico” che invita gli uomini a stringersi in una “social catena” contro le ingiustizie della storia e le “magnifiche sorti e progressive” del consumo di massa. Zumpano ha così individuato le tre direttrici del suo catalogo: l’antifascismo come imperativo etico, la poesia civile come verità sociale e il pensiero critico meridionalista.
Prima di lasciare il suggello finale a Myriam Peluso, figlia del Senatore e custode rigorosa della sua memoria, l’evento ha trovato il suo culmine ideale nella proclamazione del manifesto ontologico di Peluso, una professione di fede assoluta nella parola come forza eterna che vince il caos e che diventa testamento spirituale dell’autore: “In principio era la Bellezza delle Pure Forme. Emersa dal Caos per propria virtù irraggio Nell’Universo Intelligenza e Pensiero; poi generò da sé Armonia e ne trasse la Parola. Armonia, terzogenita della Bellezza, si diffuse dovunque nell’Universo; la Parola, sua ancella fedele, risuonò per ogni dove variamente modulata.”
Luzzi ha salutato così il suo Senatore, con la consapevolezza che la sua poesia, nutrita di giustizia e umanità, continua a indicare la strada in cui la bellezza non è mai disgiunta dalla responsabilità civile. La sua voce continua a “risanare” perché poggia su pilastri indissolubili: la perfezione della forma che eleva lo spirito e la verità dell’impegno che libera l’uomo.

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