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Voto alle donne 2 giugno 1946

Il paradosso delle preferenze: a Dipignano la parità di genere si ferma nell’urna

Il 2 giugno 1946 le donne italiane votarono e furono votate per la prima volta

dI Valentina Mollica (candidata alle recenti elezioni amministrative nel Comune di Dipignano)

Il diritto del voto alle donne è una grande conquista: sono passati 80 anni dal decreto del 10 marzo 1946 che permise alle donne con almeno 25 anni di età di poter eleggere e essere elette alle prime elezioni amministrative postbelliche. E tuttavia la politica italiana è ben lontana dall’essere un luogo in cui le donne e gli uomini hanno lo stesso peso. Quasi due amministratori locali su tre sono uomini, segno che il percorso verso una piena e totale rappresentanza di genere nelle istituzioni territoriali è ancora incompleto. In Italia la percentuale di donne nelle amministrazioni comunali è al 35,3%.

In Calabria si ferma al 31%, qui le donne attualmente in carica rappresentano una netta minoranza. Nelle ultime amministrative del 24 e 25 maggio 2026, sui 18 sindaci eletti nel cosentino, solo 3 donne.

Per non parlare delle preferenze di genere. In particolare, a Dipignano, nelle 4 liste presentate pochissimi sono i voti che si sono contati per il gentil sesso (fatte rare eccezioni). Di fronte ai microfoni si invoca l’emancipazione, in tv e nelle campagne elettorali si celebrano le quote rosa. Poi si vota e nei piccoli centri le candidate spariscono. Radiografia di un voto che premia ancora lo status quo.

C’è una discrepanza macroscopica, quasi imbarazzante, tra il dibattito pubblico sulla parità di genere e la realtà che si consuma dentro le cabine elettorali, soprattutto quando si scende sul terreno dei piccoli comuni e Dipignano ne è esempio lampante. Da anni la retorica politica ci bombarda con le stesse parole d’ordine: emancipazione, rappresentanza, democrazia paritaria. Sulla carta, tutto perfetto. Poi arriva lo spoglio delle schede e la realtà presenta il conto: le donne prendono pochissimi voti, restando quasi sempre in fondo alle classifiche delle preferenze.

Com’è possibile che in comunità ristrette, dove ci si conosce tutti e dove il voto dovrebbe essere legato alla persona e alla stima diretta, la fiducia si concentri quasi esclusivamente sugli uomini? Forse ciò a cui assistiamo ancora oggi, in una società che si reputa moderna e all’avanguardia, è invece una cultura del potere patriarcale. Nei piccoli centri (e a mio avviso compreso a Dipignano), il concetto di “affidabilità politica” e la gestione del potere locale sono ancora associati a figure maschili, a dinamiche da bar, a reti di favori, professionisti o figure storiche che presidiano il territorio da decenni.

Il dato più amaro, tuttavia, riguarda il comportamento delle elettrici. Se fosse vero che le donne votano le donne per solidarietà di genere, i consigli comunali sarebbero speculari alla popolazione. Ma non è così. Nell’urna, dove nessuno vede, le donne per prime tendono a dare fiducia agli uomini, perpetuando l’idea che l’amministrazione della cosa pubblica richieda caratteristiche tradizionalmente maschili.

La parità per legge ha fallito il suo obiettivo primario: non è riuscita a scalzare il pregiudizio. Finché la candidatura femminile sarà vissuta come un obbligo di legge e non come un’opportunità di competenza, i tabelloni elettorali continueranno a raccontare la storia di una parità solo dimezzata. Peccato, perché le donne in politica possono rappresentare un’opportunità di rinnovamento e miglioramento della classe politica.

Voto alle donne 2 giugno 1946
Voto alle donne 2 giugno 1946
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