Il prossimo 23 aprile, nella cornice del Teatro Alfonso Rendano, andrà in scena “Ecuba e le Troiane”, un progetto teatrale di alto profilo culturale promosso dal Liceo Classico “Bernardino Telesio”
Di Anna Maria Ventura
L’iniziativa si inserisce con coerenza nella tradizione della ricezione moderna del teatro tragico greco, offrendo al contempo un significativo esempio di rinnovamento linguistico e tecnologico della scena.
Il teatro greco antico, nato nell’alveo rituale delle feste dionisiache della Grecia e dell’Asia minore, raggiunse la sua forma matura ad Atene nel V secolo a.C. e costituisce una delle più alte espressioni della civiltà classica. La tragedia, in particolare, si configura come dispositivo conoscitivo volto a interrogare il destino umano, la responsabilità individuale e il rapporto tra necessità e libertà.
Le opere euripidee Ecuba e Le Troiane, poste al centro della rappresentazione, incarnano in modo esemplare tali tensioni. In esse, la guerra è problematizzata nella sua dimensione più lacerante: quella della sofferenza delle vittime. Ecuba, regina spodestata e madre privata dei figli, diviene emblema della trasformazione del dolore in furor vendicativo; le donne troiane, ridotte in schiavitù, danno voce a un lamento corale che attraversa i secoli, restituendo intatta la sua forza etica e politica.
Il Liceo Classico “Bernardino Telesio” di Cosenza si conferma, anche attraverso questa iniziativa, come un presidio culturale di primaria importanza nel panorama meridionale. La sua lunga tradizione umanistica si declina oggi in una progettualità capace di coniugare rigore filologico e apertura ai linguaggi contemporanei.
In tale prospettiva, il teatro rappresenta uno spazio privilegiato di formazione integrale, in cui gli studenti sono chiamati a confrontarsi attivamente con i testi classici, trasformandoli in esperienza viva e condivisa.
Fulcro del progetto sono le Officine Teatrali Telesiane, laboratorio permanente diretto dal Prof. Antonello Lombardo, che assume in questa produzione il ruolo di regista e referente artistico. Al suo fianco opera il Prof. Flavio Nimpo,in qualità di aiuto regista e attore, contribuendo in maniera determinante alla costruzione scenica e alla formazione degli studenti-attori.
L’attività promossa nel corso degli anni dalle Officine si è distinta per continuità e qualità, configurandosi come un percorso strutturato di educazione teatrale che integra dimensione artistica e riflessione critica. Tale esperienza ha consolidato una prassi didattica in cui il teatro diviene strumento privilegiato di interpretazione del classico e di crescita personale.
Uno degli aspetti più rilevanti della rappresentazione risiede nell’adozione di soluzioni sceniche innovative, che testimoniano una significativa apertura verso le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie. La tragedia antica incontra così il futuro attraverso l’impiego di scenografie virtuali, capaci di amplificare la dimensione simbolica dello spazio scenico.
A ciò si aggiungono musiche inedite, concepite per dialogare con la struttura drammatica euripidea, e un disegno luci curato da professionisti del settore, elemento fondamentale per la costruzione dell’atmosfera tragica e per la valorizzazione della coralità. L’insieme di questi dispositivi contribuisce a creare un’esperienza immersiva, in cui la parola antica viene restituita con rinnovata intensità espressiva.
La rappresentazione di “Ecuba e Le Troiane” si configura dunque come un evento di notevole rilevanza culturale, in cui il dialogo tra antico e moderno si traduce in una riflessione profonda sulla condizione umana. In un contesto storico segnato da persistenti conflitti, la tragedia euripidea riemerge con forza, offrendo uno spazio di meditazione sulla violenza, sulla perdita e sulla dignità delle vittime.
Attraverso il lavoro congiunto di docenti, studenti e professionisti, il progetto si afferma sia come espressione artistica, che come autentico atto di testimonianza civile: un invito a interrogare il passato per comprendere il presente e, forse, orientare il futuro.
È precisamente in questa tensione tra passato e presente che si coglie il senso più autentico della riproposizione dei classici e, in particolare, della tragedia greca. I testi antichi non sopravvivono nei secoli in quanto reliquie di un mondo definitivamente tramontato, ma in quanto forme vive di interrogazione, capaci di rinnovare continuamente il proprio significato alla luce delle trasformazioni storiche.
La loro funzione, lungi dall’essere meramente conservativa, diventa eminentemente generativa: essi producono pensiero. Nel caso della tragedia euripidea, tale dinamica appare con particolare evidenza. Il dolore di Ecuba, il lamento delle donne troiane, la rappresentazione della guerra come esperienza radicale di disumanizzazione non appartengono esclusivamente all’immaginario mitico, ma si configurano come paradigmi interpretativi della realtà. La distanza cronologica amplifica la loro forza, poiché consente uno sguardo disincantato e universale sulle dinamiche del potere, della violenza e della sofferenza.
In questo senso, la conoscenza dei classici si configura come esercizio di consapevolezza critica. Essa educa a riconoscere le costanti dell’esperienza umana al di là delle contingenze storiche, fornendo strumenti concettuali per decifrare il presente. La tragedia, con la sua struttura dialettica e il suo rifiuto di soluzioni consolatorie, non offre risposte definitive, ma pone domande radicali: che cosa significa essere responsabili? Qual è il limite dell’azione umana? In che modo il dolore può essere rappresentato senza essere banalizzato?
L’interpretazione contemporanea dei testi classici, come nel caso della messa in scena di “Ecuba e Le Troiane”, assume dunque un valore che travalica l’ambito estetico. Essa diviene atto ermeneutico e, al tempo stesso, gesto civile. Portare sulla scena queste tragedie oggi significa restituire voce a chi, nella storia, è stato relegato ai margini: le vittime, i vinti, coloro che subiscono le conseguenze delle decisioni altrui. Significa anche interrogare lo spettatore, chiamandolo a riconoscere nelle vicende mitiche e nelle parole antiche echi inquietanti della contemporaneità.
In tale prospettiva, i classici richiedono una continua opera di rilettura e reinterpretazione. Ogni epoca li riscrive, li interroga, li trasforma, trovando in essi una riserva inesauribile di significati. È proprio questa capacità di generare dialogo attraverso il tempo a costituire la loro perenne attualità.
Pertanto, iniziative come quella promossa dal Liceo Telesio oltre a valorizzare un patrimonio culturale, contribuiscono a formare una coscienza storica e critica. Nel confronto con la tragedia, gli studenti e il pubblico sono invitati a misurarsi con la complessità del reale, a sviluppare uno sguardo più profondo e meno superficiale sulla realtà contemporanea.
In ultima analisi, la funzione dei classici risiede nella loro capacità di educare alla responsabilità del pensiero: essi prima ci dicono chi siamo stati, poi ci aiutano a comprendere chi siamo e, soprattutto, chi potremmo essere.
Se la funzione dei classici consiste nell’attivare una coscienza critica capace di attraversare il tempo, allora il tema della guerra, al centro di “Ecuba e Le Troiane”, si impone oggi con una urgenza quasi drammatica. La distanza tra mito e contemporaneità si assottiglia fino quasi a dissolversi: ciò che Euripide rappresentava come destino delle donne troiane risuona oggi nelle cronache quotidiane.
I conflitti in atto, dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, con le sue profonde ripercussioni geopolitiche, fino al perdurare del conflitto tra Russia e Ucraina, mostrano come la violenza bellica continui a colpire in primo luogo le popolazioni civili, devastando città, interrompendo vite, producendo esodi e sofferenze diffuse. La guerra in Medio Oriente, con attacchi coordinati contro l’Iran, ha già generato una destabilizzazione regionale e globale, mentre il conflitto ucraino, a oltre quattro anni dall’inizio, continua a causare vittime e distruzioni, aggravate dalla carenza di sistemi difensivi e dal logoramento delle risorse.
In tale contesto, la rappresentazione teatrale di “Ecuba e Le Troiane” si configura come una potente metafora del presente. Le figure tragiche diventano immagini simboliche delle vittime contemporanee: madri che perdono i figli, civili travolti dalla violenza, comunità annientate dalla logica della guerra. Il teatro, in quanto spazio di finzione consapevole, consente una distanza che ne intensifica la comprensione: ciò che vediamo sulla scena, pur essendo “altro” da noi, ci riguarda profondamente.
È in questa dinamica che si può interrogare la persistente validità della catarsi tragica. Nella concezione aristotelica, la tragedia produce una purificazione (κάθαρσις) delle passioni attraverso il timore e la pietà. Ma è ancora possibile, oggi, parlare di catarsi di fronte a un mondo in cui la violenza non è mediata soltanto dall’arte, bensì continuamente esposta attraverso i media?
La risposta non può essere univoca, ma proprio il teatro, e in particolare il teatro dei classici, sembra offrire una forma di catarsi diversa, forse più complessa e meno consolatoria. Non si tratta più di una purificazione che libera lo spettatore, ma di una presa di coscienza che lo coinvolge. La tragedia, lungi dal risolvere il dolore e dal sublimarlo definitivamente, lo rende intelligibile, lo inscrive in una forma che permette di pensarlo.
In questo senso, la catarsi contemporanea potrebbe essere intesa come un processo di consapevolezza critica: lo spettatore, posto di fronte alla sofferenza rappresentata, è chiamato a ricordare e, senza distaccarsene, a riconoscerla. Il teatro diventa così luogo di elaborazione simbolica del trauma collettivo, spazio in cui il caos della storia trova una forma e, attraverso di essa, una possibilità di comprensione.
La messa in scena di “Ecuba e Le Troiane”, pertanto, riattiva il passato come strumento interpretativo del presente. In essa, la tragedia antica rivela ancora una volta la propria funzione originaria: uno spettacolo che interroga e senza consolare, rende consapevoli.
E proprio in questa tensione irrisolta tra dolore e conoscenza risiede, forse, la sua più autentica e duratura forza catartica.

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