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Giuseppe Valditara

“I Promessi sposi” dopo il biennio: una scelta da discutere

La proposta delle nuove Indicazioni Nazionali divide: mentre il confronto è aperto, resta centrale il ruolo formativo del romanzo nel biennio.

Le nuove Indicazioni Nazionali dei programmi per i licei rappresentano un tentativo ambizioso di ripensare l’intero impianto della scuola secondaria di secondo grado. Il documento, elaborato da una commissione di esperti nominata dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, introduce maggiore flessibilità, centralità delle competenze e una didattica meno nozionistica, più legata all’esperienza concreta degli studenti.

In questo quadro si inserisce una delle proposte più discusse: il ridimensionamento de “I Promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Nella bozza, infatti, il romanzo non è più vincolante nel biennio: i docenti possono sostituirlo con letture più accessibili, mentre la sua trattazione verrebbe rinviata al quarto anno, in connessione con lo studio dell’Ottocento.

Si tratta però, ed è fondamentale sottolinearlo, di una proposta, non di una decisione definitiva. Il testo è stato “licenziato” dalla commissione e poi aperto a una fase di consultazione pubblica che coinvolge scuole, associazioni disciplinari, sindacati, famiglie e persino le Consulte studentesche.

È quindi un percorso ancora in evoluzione, non un esito già stabilito.

In questo contesto si inserisce la posizione del Ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha invitato a non trarre conclusioni affrettate.

Intervenendo nel dibattito, il Ministro ha chiarito che lo spostamento de “I Promessi sposi” è solo una proposta della Commissione” e ha espresso apertamente alcune riserve.

Ancora più significativo è il passaggio in cui sottolinea il valore formativo dell’opera anche per studenti di 14-15 anni, definendo “prematuro” considerare già acquisita una simile innovazione.

In altre parole, lo stesso decisore politico sembra riconoscere che la questione non può essere ridotta a un problema di difficoltà linguistica o di accessibilità immediata.

Se allora proviamo a spostarci dal piano delle riforme a quello dell’esperienza concreta, emergono altri dati.

È pur vero che uno studente di seconda liceo che entra per la prima volta ne “I Promessi sposi” possa sentirsi inizialmente spaesato.

Le frasi sembrano lunghe, il ritmo diverso, i personaggi inizialmente distanti. Ma basta poco perché qualcosa cambi.

Renzo diventa un ragazzo impulsivo, che sbaglia e si perde nel caos di Milano. Lucia, “la promessa sposa”, è una presenza forte nella sua apparente fragilità. Don Abbondio fa quasi sorridere, ma allo stesso tempo inquieta: quante volte anche noi scegliamo la strada più facile per paura?

E poi ci sono momenti che restano impressi: la notte dell’Innominato, il tumulto del pane, la peste. Superano i confini della narrazione per diventare esperienze emotive. Il lettore, anche giovane, non resta fuori, ma entra dentro le scelte, i dubbi, le paure.

È qui che il romanzo smette di essere “difficile” e diventa formativo.

Il primo grande insegnamento de “I Promessi sposi” è la lingua. Non una lingua qualsiasi, ma quella costruita consapevolmente da Manzoni per diventare modello dell’italiano moderno.

Per uno studente del biennio, questo significa confrontarsi con un lessico più ricco e preciso, strutture sintattiche complesse, un uso consapevole della narrazione.

La comprensione del testo diventa esercizio di pensiero. La difficoltà linguistica diventa uno strumento educativo, perché costringe a leggere lentamente, a interpretare, a cogliere sfumature. In un contesto dominato da comunicazioni rapide e semplificate, questo tipo di allenamento è raro e, proprio per questo, prezioso.

Rimandare questo incontro significa forse perdere uno dei momenti più efficaci per formare competenze linguistiche solide.

Il romanzo è anche una straordinaria lezione di storia vissuta. Il Seicento è presentato come un mondo concreto: la carestia e i tumulti mostrano le dinamiche sociali, la giustizia appare fragile e spesso ingiusta, la peste rivela la diffusione della paura e della disinformazione.

Sono temi che, pur appartenendo al passato, parlano direttamente al presente. Manzoni fa vivere la storia. E proprio per questo insegna più di una lezione tradizionale.

Infine, c’è il livello più profondo: quello etico.

Ogni personaggio rappresenta una possibilità umana.

Don Abbondio è la rinuncia per paura.

Renzo è l’errore e la crescita.

Lucia è la fiducia e la resistenza.

l’Innominato è il cambiamento possibile.

Per uno studente, questo significa confrontarsi con domande reali: che cosa farei io? È giusto cedere o resistere? Si può cambiare davvero?

Il romanzo, anche se non offre risposte semplici,  educa al giudizio. E questa è forse la funzione più alta della scuola. Alla luce di tutto questo, la questione de “I Promessi sposi” appare meno tecnica e molto più culturale.

Le nuove Indicazioni hanno la finalità di aprire un dibattito e di promuovere una scuola più dinamica e attenta agli studenti. Tuttavia, proprio perché il processo è ancora in corso tra commissioni, consultazioni e valutazioni ministeriali, è importante che il confronto sia reale e non formale.

E forse, proprio per questo, si può esprimere un auspicio.

Che la scelta finale sia quella  di accompagnare gli studenti ad attraversare le difficoltà, anziché quella di semplificarle .Che un’opera come “I Promessi sposi” continui a essere proposta nel momento in cui può incidere di più: al secondo anno del percorso liceale, quando si formano la lingua, il pensiero e la coscienza.

E proprio il romanzo manzoniano rappresenta un passaggio fondamentale nel percorso formativo per ciò che fa fare al lettore: pensare, interpretare, crescere.

Spostarlo più avanti potrebbe renderlo più “facile”, ma forse meno incisivo. E la domanda resta aperta: una scuola che evita le difficoltà è davvero una scuola che forma?

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