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Il cosentino Marco Piccolo analizza “Male necessario”: la psicologia dietro Fedez e Masini

Il dolore dei genitori imperfetti al centro della riflessione del professionista di Cosenza.

Tra le canzoni più ascoltate dell’ultimo Festival di Sanremo, Male necessario di Fedez e Marco Masini ha avuto la forza di portare dentro una forma popolare un tema molto più profondo di quanto possa apparire al primo ascolto: il rapporto tra genitori e figli, la colpa, la fragilità dell’adulto, il dolore di scoprire che chi ci ha generato non è onnipotente.

Non è solo una canzone sul dolore. È una canzone su quel momento, spesso inevitabile, in cui una famiglia smette di vivere dentro immagini perfette e incontra la propria verità.

C’è un verso, in particolare, che colpisce per la sua durezza: Ogni padre all’inizio sembra un Dio / poi diventa un alibi. È una frase che non riguarda soltanto i padri. Riguarda ogni genitore, perché prima o poi l’immagine ideale dell’adulto cade e al suo posto compare una figura più umana: fragile, contraddittoria, insufficiente, a volte ferita.

Da qui comincia il “male necessario”: non il dolore cercato, non la sofferenza idealizzata, ma il passaggio difficile attraverso cui un figlio può separarsi dall’idea infantile del genitore perfetto e un genitore può cominciare a guardare ciò che, di sé, ha trasmesso senza volerlo.

Carl Gustav Jung, psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica e uno dei padri della Psicologia del Profondo, chiamava Ombra l’insieme delle parti di noi che non vogliamo vedere: la rabbia, la vergogna, l’invidia, la fragilità, il bisogno di essere amati, la paura di non valere abbastanza.

Ogni genitore ha un’Ombra.

Il problema non è averla. Il problema è credere di non averla.

Perché ciò che non viene riconosciuto spesso ritorna nella relazione: nei silenzi, nelle reazioni eccessive, nelle aspettative, nelle fughe, nelle assenze, nei sensi di colpa, nelle parole dette nel momento peggiore.

La canzone dice anche che i mostri non stanno soltanto sotto il letto. È un’immagine semplice, ma molto profonda. A un certo punto della vita scopriamo che i mostri non abitano solo il buio dell’infanzia. Possono nascondersi nelle nostre reazioni, nelle nostre paure, nei nostri silenzi, nelle ferite che non abbiamo saputo trasformare.

Per un figlio questa scoperta è dolorosa: il genitore non è più soltanto rifugio, protezione, misura del bene. È anche limite, contraddizione, mancanza.

Per un genitore è ancora più dolorosa, perché davanti alla sofferenza di un figlio può nascere il pensiero più crudele di tutti: “forse il male sono io”.

Quando un figlio cresce, soprattutto nell’adolescenza, questa Ombra emerge spesso con forza. Il figlio attacca, accusa, si chiude, provoca, mette distanza. A volte sembra crudele. Ma non sempre sta semplicemente distruggendo il genitore. Spesso sta tentando di separarsi.

E in quella separazione cade una doppia illusione.

Il genitore scopre di non essere stato solo buono. Il figlio, con il suo dolore, lo costringe a vedere una domanda difficile: quanto delle mie ferite abita anche in lui?

Il figlio, a sua volta, scopre che il genitore non è più Dio. Non è l’adulto onnipotente che avrebbe dovuto capire tutto, proteggere da tutto, riparare tutto. È una persona reale: fragile, contraddittoria, a volte insufficiente.

È un passaggio doloroso, ma è un “male necessario”.

La colpa dice: “sono il male”.

La responsabilità dice: “qualcosa è passato anche attraverso di me, e ora posso guardarlo”.

Questa differenza è enorme.

Il senso di colpa, quando diventa assoluto, paralizza. Trasforma il genitore in imputato e il figlio in giudice. Ma un figlio non ha bisogno di un genitore schiacciato dalla colpa. Ha bisogno, quando possibile, di un adulto che sappia restare, ascoltare, riconoscere, senza crollare e senza difendersi sempre.

Qui il “male necessario” diventa un passaggio psichico: attraversare ciò che fa male senza trasformarlo in destino.

Massimo Recalcati, nella sua rilettura di Lacan, ha insistito su un punto decisivo: la funzione paterna non coincide con la perfezione morale dell’adulto, ma con la possibilità di testimoniare un desiderio, cioè un modo vivo e responsabile di stare al mondo.

Questo non riguarda solo i padri. Riguarda ogni genitore.

Non si educa perché si è senza Ombra. Si educa anche quando si impara a non farla comandare.

Un padre o una madre non aiutano un figlio fingendo di non aver sbagliato. Ma nemmeno chiedendogli, implicitamente, di assolverli.

Lo aiutano quando riescono a dire, con la propria presenza: non sono perfetto, ma posso esserci. Non posso cancellare tutto, ma posso smettere di scappare. Non posso impedirti di soffrire per gli errori che ho fatto, ma posso ascoltare quella sofferenza senza crollare e senza difendermi.

In fondo, il male diventa davvero “necessario” solo quando smette di essere condanna e diventa conoscenza.

Quando il genitore smette di chiedere al figlio di confermargli di essere buono, e il figlio può finalmente smettere di chiedere al genitore di essere Dio.

Una madre o un padre non aiutano un figlio mostrandosi senza ferite, ma mostrando che una ferita può essere pensata, attraversata, trasformata. Che non tutto ciò che abbiamo ricevuto deve essere ripetuto. Che non tutto ciò che abbiamo sbagliato deve diventare destino.

Forse è questo il passaggio più difficile: accettare che i figli ci vedano anche nella nostra Ombra, senza per questo identificarci completamente con essa.

Perché un genitore non è solo il male che teme di aver fatto.

E un figlio non è solo la prova vivente delle ferite dei suoi genitori.

Tra colpa e assoluzione c’è uno spazio più adulto: la responsabilità.

Ed è lì che, a volte, qualcosa può finalmente cambiare.

Un genitore non deve essere Dio. Deve poter riconoscere la propria Ombra e restare, per quanto può, fedele alla vita: la propria e quella dei figli.

Marco Piccolo
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