Il movimento cosentino interviene sul tragico epilogo del paziente e chiede piena trasparenza sulle terapie farmacologiche e sui livelli di vigilanza.
Salvatore Iaccino non può diventare una semplice pratica archiviata, né un nome consegnato a una ricostruzione fredda e burocratica. Era una persona con una condizione clinica complessa, segnata da sofferenza fisica e da una fragilità che richiedeva attenzione continua, equilibrio terapeutico e soprattutto una gestione sanitaria capace di vedere il paziente nella sua interezza, come persona, senza ridurlo a un insieme di sintomi da contenere.
Quando una persona entra in una struttura sanitaria in queste condizioni, il principio dovrebbe essere uno solo: protezione, vigilanza, cura reale. Ma è proprio su questo punto che la vicenda di Salvatore impone domande che non possono essere ignorate, perché ciò che emerge è un quadro in cui la gestione del paziente passa inevitabilmente anche attraverso scelte farmacologiche importanti, tra cui l’utilizzo di neurolettici come l’Aldol, aloperidolo, una sostanza che agisce profondamente sul sistema nervoso centrale e che, soprattutto in soggetti già provati da condizioni fisiche e psichiche fragili, può determinare effetti rilevanti come sedazione marcata, rigidità, alterazioni dello stato emotivo e acatisia, cioè quella condizione di agitazione interna estrema che non è semplice disagio ma una forma di sofferenza globale che può diventare difficile da sopportare e da riconoscere se non adeguatamente monitorata.
La disperazione e la sensazione di vuoto che può causare un abuso di Aldol insieme ad altri farmaci possono rappresentare un vero e proprio spintone dal precipizio per soggetti già in bilico.
Dentro questo contesto non si possono evitare le domande centrali: quale sia stato il reale percorso terapeutico di Salvatore, con quali modalità e frequenze siano stati somministrati i farmaci, se le terapie adottate fossero realmente proporzionate alla complessità del suo quadro clinico e soprattutto se il livello di sorveglianza e monitoraggio sia stato adeguato a una situazione che, per sua natura, richiedeva costanza, competenza e alta attenzione.
Un’attenzione ed una sorveglianza sicuramente non garantita, se (stando alle ricostruzioni del personale) Salvatore avrebbe avuto il tempo per preparare una fune e un’azione suicidaria. Molto tempo, tanto che ad avvertire è stata una persona esterna alla struttura ed estranea alle dinamiche.
Non è possibile ridurre tutto a una dinamica inevitabile o a una fatalità clinica, così come non è accettabile che le responsabilità si dissolvano dentro la complessità organizzativa del sistema sanitario, dove troppo spesso la linea tra cura, contenimento e gestione del paziente diventa sottile e opaca. Salvatore non può essere raccontato senza entrare nel merito di come è stato seguito, di quali decisioni siano state prese e di come sia stato possibile arrivare a un epilogo che oggi impone una ricostruzione completa e trasparente.
Per questo la richiesta di verità non è una formula, ma una necessità. Ogni passaggio deve essere chiarito, ogni scelta terapeutica spiegata, ogni decisione clinica resa verificabile, perché solo così si può impedire che la sofferenza, la fragilità e la complessità clinica diventino un’area grigia dove tutto accade e nulla viene davvero ricostruito.
Salvatore non può essere dimenticato così. Chi lo ha conosciuto sa che era un combattente, una persona che non si è mai arresa, un indomabile che ha attraversato la sua condizione con una forza che oggi pesa ancora di più su una fine che lascia ferite e domande aperte. E proprio questa sua natura rende impossibile accettare silenzi o semplificazioni.
Nel tempo, il suo percorso è stato seguito da più livelli di cura e responsabilità, dentro un sistema in cui le decisioni terapeutiche hanno un peso enorme sulla vita delle persone. Ed è su questo sistema, sulle sue pratiche, sulle modalità di gestione della fragilità e della sofferenza, che oggi si apre una domanda che non può essere evitata: com’è possibile che chi
dovrebbe garantire protezione e cura psico-fisica si ritrovi, troppo spesso, al centro di vicende che chiedono ancora una volta verità e piena chiarezza? Come è possibile che chi avrebbe dovuto essere la cura per Salvatore, oggi si siede dalla parte degli indagati?
Salvatore merita giustizia. La comunità cosentina ha il diritto e il dovere di pretenderla.

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