Il circolo Gullo-Mazzotta denuncia lo stato di abbandono di Crati, Busento e Surdo. La proposta: interventi strutturali contro il degrado e il ritorno alla balneabilità dei corsi d’acqua.
Le temperature estreme che stanno investendo l’Europa e il Mediterraneo non sono più un fenomeno occasionale. L’area urbana di Cosenza-Rende è tra i territori che maggiormente risentono di questa trasformazione. Di fronte a questa realtà colpisce una contraddizione evidente: due città attraversate da fiumi e corsi d’acqua continuano a vivere come se questi non esistessero. Crati, Busento, Campagnano, Surdo, Emoli e gli altri corsi d’acqua dell’area urbana rappresentano un patrimonio ambientale, sociale e climatico enorme. Eppure versano troppo spesso in condizioni di degrado, abbandono e scarsa manutenzione, come denunciano da anni cittadini e cittadine.
La crisi climatica non colpisce tutti allo stesso modo. Chi dispone di abitazioni ben isolate e climatizzate riesce a difendersi meglio dalle ondate di calore. Chi vive di salari bassi paga un prezzo molto più alto. Per questo la crisi climatica è anche una questione di classe.
In molte città europee si stanno sperimentando soluzioni per creare rifugi climatici accessibili a tutti. Barcellona ha sviluppato una rete pubblica di spazi destinati a proteggere la popolazione dal caldo estremo. Parigi ha investito nel recupero del rapporto tra la città e la Senna come elemento centrale delle politiche di adattamento climatico. È esattamente ciò che stanno facendo molte città europee che hanno deciso di investire sul recupero dei propri fiumi non come elementi decorativi ma come infrastrutture pubbliche per la qualità della vita, la salute e l’adattamento climatico. Anche in Italia numerose amministrazioni stanno intervenendo per contrastare l’effetto “isola di calore” attraverso la rinaturalizzazione degli spazi urbani, l’aumento delle alberature e la riduzione delle superfici asfaltate e cementificate.
Cosenza e Rende dovrebbero porsi questo obiettivo senza limitarsi alla semplice riqualificazione delle sponde dei corsi d’acqua. La vera sfida deve essere quella di restituire i fiumi alla cittadinanza. Molti cittadini ricordano quando alcuni tratti del Busento, del Surdo e dell’Emoli erano luoghi vissuti quotidianamente, frequentati e utilizzati anche per la balneazione. Esisteva un rapporto diretto tra le persone e l’acqua che oggi appare quasi scomparso.
Per questo riteniamo che entrambi i comuni debbano dotarsi di un Piano pluriennale di recupero ambientale per i corsi d’acqua finalizzato anche, dove possibile e compatibilmente con le condizioni ecologiche e sanitarie, al ritorno ad una progressiva balneabilità dei fiumi urbani. Tale piano non può tuttavia prescindere da una forte funzione di prevenzione del dissesto idrogeologico. Gli eventi dello scorso inverno hanno rappresentato in tal senso un segnale evidente della fragilità del territorio e della necessità di una gestione continuativa e strutturale dei corsi d’acqua.
Le risorse per avviare questo percorso esistono. I programmi europei dedicati alla rinaturalizzazione urbana, all’adattamento climatico, alla tutela delle risorse idriche e alla rigenerazione ambientale mettono a disposizione finanziamenti importanti. Ciò che manca è una scelta politica. A Rende, in particolare, si ha spesso la sensazione che dei fiumi ci si ricordi soltanto quando vengono concessi a soggetti privati per eventi e manifestazioni. Nulla contro tali iniziative sociali e culturali, ma è chiaro come le politiche pubbliche non possano ridursi soltanto all’organizzazione di eventi temporanei.
La crisi climatica è una realtà nelle nostre città. Continuare a consumare suolo, impermeabilizzare spazi pubblici e abbandonare i corsi d’acqua significa aggravare problemi che ogni anno colpiscono migliaia di persone. I cittadini e le cittadine vogliono meno cemento, più natura urbana, più accesso all’acqua e più giustizia climatica.

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