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Dove la storia continua ad abitare

Roma e i borghi del Cosentino nella lunga durata della storia

di Anna Maria Ventura

Ci sono luoghi che, con il passare degli anni, smettono di essere semplici punti sulla carta geografica. Diventano un modo di guardare il mondo. Non accade soltanto perché li si abita, ma perché, tornando ad essi nel tempo, ci si accorge che ciascuno custodisce una parte della nostra memoria e, insieme, della storia collettiva.

Da un po’ di tempo il mio sguardo si muove  tra Roma e la Calabria. Questo andare e tornare non è soltanto alternanza di luoghi, ma stimolo ad una riflessione più profonda.

A poco a poco mi sono accorta che, sebbene  Roma e i borghi di Calabria rappresentino due realtà lontane: la capitale la grande storia e i piccoli borghi una regione spesso raccontata attraverso le sue fragilità, tuttavia, osservati nella prospettiva della lunga durata, rivelano di essere parte della stessa trama di civiltà. Cambia la scala del racconto, non il suo significato.

Roma mi ha insegnato a leggere la storia nelle sue grandi stratificazioni; la Calabria mi ha insegnato a riconoscerla nelle relazioni quotidiane delle comunità.  Ho compreso, così, che queste due prospettive non si contraddicono, ma si completano.

E ancora questo mio andare e tornare ha delineato anche due geografie solo in apparenza distinte. La prima è una geografia dell’anima: quella dei luoghi che hanno formato uno sguardo, custodendo relazioni, affetti e appartenenze. La seconda è una geografia della responsabilità: quella che nasce dall’impegno culturale verso comunità che scelgono di non consegnare la propria storia soltanto alla memoria.

Appartengono alla prima geografia luoghi come Cosenza, Rende, Macchia di Casali del Manco, Sangineto. Sono luoghi che raccontano un diverso modo di abitare il tempo. Cosenza, l’antica Consentia, restituisce il senso della continuità storica, dove le epoche dialogano senza annullarsi. Rende mostra come il borgo medievale possa convivere con la vitalità dell’Università della Calabria, facendo della conoscenza un ponte tra tradizione e innovazione. Macchia conserva il respiro dei Casali e il legame profondo con la Sila, dove il paesaggio continua a riflettere il lavoro paziente delle comunità. Sangineto, affacciato sul Tirreno, ricorda invece che il mare non è mai stato un confine, ma una via di incontri, di commerci e di civiltà.

Accanto a questi luoghi si è sviluppata una seconda geografia, quella della responsabilità condivisa. Essa prende forma nel progetto “Borghi Vivi: adozione di un borgo per contrastare lo spopolamento”, promosso dal Parco Saverio Strati AIParC Cosenza. Marzi ha già aderito al progetto;  è in corso un dialogo con altri comuni, per una possibile adesione. Se le amministrazioni sono coinvolte in un’iniziativa culturale, le comunità riconoscono nella partecipazione un modo per custodire il proprio patrimonio materiale e immateriale e per immaginare il futuro senza rinunciare alla propria identità.

D’altra parte, il  grande Vito Teti ha scritto che un luogo esiste davvero soltanto quando continua a essere abitato, raccontato e riconosciuto da una comunità. La sua riflessione trova in Calabria una particolare intensità, perché qui la bellezza del paesaggio convive con la vulnerabilità delle aree interne e con il fenomeno dello spopolamento. Ogni casa chiusa, ogni piazza che perde voci, non rappresenta soltanto un dato demografico: segna l’indebolimento di una memoria condivisa.

A questo punto si comprende che la storia dei luoghi si legge attraverso le stratificazioni del tempo. Le loro pietre raccontano come ogni civiltà abbia lasciato una traccia senza cancellare quella precedente. Fernand Braudel avrebbe parlato della lunga durata: quella dimensione nella quale il paesaggio, le istituzioni e le relazioni umane cambiano lentamente, attraversando le generazioni.

Con lo stesso sguardo può essere osservato il territorio cosentino. La valle del Crati, naturale cerniera tra l’interno e le coste, la Sila con le sue risorse forestali, il Savuto e il Tirreno hanno costruito, lungo i secoli, uno spazio di incontri e di scambi. Dagli Enotri ai Greci della Magna Grecia, dai Bruzi ai Romani, dai Bizantini ai Normanni e agli Svevi, ogni civiltà ha lasciato segni ancora leggibili nei paesaggi, nell’assetto dei borghi, nelle architetture e perfino nelle tradizioni che continuano a essere tramandate.

Emilio Sereni definiva il paesaggio come il risultato del lavoro delle comunità. È difficile trovare una sintesi più efficace per descrivere il Cosentino. Qui il territorio non è uno scenario immobile, ma il frutto di una lunga relazione tra l’uomo e la natura, continuamente rinnovata attraverso il lavoro, la cultura e la vita associata.

Anche Carlo Cattaneo vedeva nelle città il motore della storia italiana. Oggi quella riflessione può essere estesa ai borghi, interlocutori indispensabili delle città e custodi di quella trama diffusa di relazioni che rende unico il paesaggio culturale del nostro Paese. Ed ecco che il cerchio si chiude. Roma e i piccoli centri non appartengono a due storie diverse: sono parti della stessa vicenda nazionale.

Per questo lo spopolamento rappresenta una delle sfide più profonde del nostro tempo. Quando un borgo perde abitanti, non diminuisce soltanto la popolazione. Si interrompono relazioni, si disperdono competenze, si affievoliscono tradizioni, cambia il paesaggio stesso. La tutela dei borghi non può quindi limitarsi al recupero degli edifici storici. Deve sostenere le comunità, favorire la partecipazione, creare nuove occasioni di incontro, di ricerca e di educazione al patrimonio.

È questa la prospettiva nella quale si colloca il progetto Borghi Vivi. Adottare un borgo non significa semplicemente promuoverlo o valorizzarlo. Significa condividere la responsabilità della sua continuità storica, riconoscendo che il patrimonio più prezioso  è costituito  dalle persone che continuano a dare significato ai luoghi.

Forse è proprio questo il filo che unisce Roma ai borghi del Cosentino. La capitale racconta la grande storia attraverso i suoi monumenti; i piccoli centri la custodiscono nella quotidianità delle comunità, nelle piazze, nei paesaggi e nelle tradizioni. Sono modi diversi di tramandare la stessa civiltà.

In fondo, la vera geografia non è quella disegnata dalle carte. È quella costruita dalle relazioni. Quando la geografia dell’anima e quella della responsabilità finiscono per coincidere, anche i luoghi più lontani si scoprono parte di una medesima rete. È allora che si comprende come Roma e i borghi del Cosentino rappresentino due espressioni della stessa lunga storia italiana. E che la storia continua davvero ad abitare i luoghi ogni volta che una comunità sceglie di riconoscersi nella propria memoria e di trasmetterla al futuro.

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