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Facce Da Città 65esima Puntata con il criminologo Sergio Caruso

Sergio Caruso si racconta a “Facce Da Città”: il circo mediatico del crime e la ricerca della verità

Ospite della trasmissione, il criminologo Sergio Caruso analizza a “Facce Da Città” il confine tra spettacolarizzazione televisiva e indagini reali.

Dall’analisi della mente criminale alla deriva dei processi spettacolari in prima serata. L’ultima puntata del talk-show Facce Da Città, condotto da Mariarosaria Rizzuti e Marcello Romanelli su Cosenza Post, ha ospitato un volto noto della criminologia italiana e calabrese: il professor Sergio Caruso. Un’intervista intensa che, dietro l’ironia iniziale dei conduttori, ha affrontato il delicato e pervasivo fenomeno dell’informazione crime in Italia.

Caruso, che insegna Psicopatologia Forense e Criminologia all’Università e dirige da quattordici anni il Master Criminologia Calabria (formazione Prometes), ha analizzato senza filtri quello che definisce un vero e proprio “circo mediatico h24”. Una macchina dell’audience capace di occupare palinsesti televisivi e social a qualsiasi ora del giorno e della notte, sfruttando strategie comunicative mirate a colpire la parte più profonda del pubblico.

Dalla folgorazione cinematografica al mito di Cogne

Stimolato dalle domande dello studio, il criminologo ha ripercorso le tappe della sua passione, nata non dal classico desiderio infantile di fare il carabiniere, ma dalla visione del celebre film “Il silenzio degli innocenti”: «Lì ho capito che non volevo semplicemente arrestare i colpevoli, ma analizzarne la mente».

Parlando delle origini del processo mediatico in Italia, Caruso ha tracciato una linea netta che porta al delitto di Cogne del 2002 e all’introduzione dei famosi plastici in studio da parte di Bruno Vespa, un’epoca che ha visto tra i protagonisti anche il suo maestro, il compianto professor Francesco Bruno.

Il rischio dell’improvvisazione e le “tifoserie” da tastiera

Il punto centrale dell’intervento ha riguardato la qualità della comunicazione legata ai delitti. Se da un lato l’esposizione mediatica ha fatto aumentare l’interesse dei giovani verso lo studio della criminologia, un po’ come l’effetto Sinner per i corsi di tennis, dall’altro ha aperto le porte a un’ondata di improvvisazione. Caruso ha voluto distinguere nettamente la gloriosa storia del giornalismo d’inchiesta italiano da chi, oggi, inclusi alcuni YouTuber e influencer capaci di vendere milioni di copie, cerca solo la visibilità dei like trattando casi giudiziari complessi senza alcuna qualifica ufficiale.

«Nel processo penale italiano non esiste il concetto di “prova regina”», ha ricordato Caruso riferendosi all’infinito dibattito sul caso di Garlasco. «Si deve lavorare solo su elementi oggettivi, mentre nei salotti televisivi e sui social si confondono le evidenze con le supposizioni, creando pericolose tifoserie che si scontrano come allo stadio».

La giustizia reale resta impermeabile

Nonostante la pressione dell’opinione pubblica, il criminologo ha rassicurato l’opinione pubblica sull’autonomia della magistratura: sebbene i giudici siano esseri umani e possano avvertire la curiosità del dibattito esterno, il “salotto mediatico” resta rigorosamente fuori dalle aule dei tribunali e non influisce sul rito ordinario.

L’intervista si è chiusa con una battuta sulla stagione estiva: se la televisione potrebbe concedersi una pausa nei mesi caldi, la criminologia, e l’attività sul campo di Sergio Caruso, non va mai in vacanza.

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