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Caccuri, il borgo dove la Calabria ha scelto di farsi ascoltare

Caccuri, il borgo dove la Calabria ha scelto di farsi ascoltare

La Torre d’Argento del Premio Caccuri 2026 è andata a Cecilia Sala, vincitrice della sezione Saggistica con “I figli dell’odio”.

La proclamazione, nella serata del 10 agosto, ha chiuso la quindicesima edizione di una manifestazione che, anno dopo anno, ha trasformato un piccolo borgo della Presila crotonese in uno dei luoghi più riconoscibili della cultura calabrese.

Ma il punto, a Caccuri, non è soltanto chi vince.

Il punto è che, da quindici anni, i libri hanno imparato a stare in piazza.

E una piazza di un piccolo comune dell’area interna è diventata il luogo nel quale si incontrano giornalisti, scrittori, magistrati, studiosi, lettori e cittadini in un appuntamento che nel tempo è entrato nella vita del paese.

È forse questa la vera scommessa vinta dal Premio Caccuri.

Nato nel 2012 per iniziativa dell’Accademia dei Caccuriani, con Adolfo Barone, Olimpio Talarico e Cataldo Calabretta tra i protagonisti del progetto, il Premio è cresciuto fino a conquistare una riconoscibilità nazionale. Nel suo albo d’oro compaiono nomi come Pino Aprile, Gianluigi Nuzzi, Carlo Cottarelli, Dacia Maraini, Massimo Cacciari, Sigfrido Ranucci e Gad Lerner.

Un elenco molto diverso per storie, idee e sensibilità. Ed è proprio questa diversità a raccontare la natura del Premio: intellettuali di diverso pensiero si riuniscono in  un luogo nel quale mettono a confronto letture differenti del presente.

Anche l’edizione appena conclusa lo ha confermato. Accanto alla vincitrice Cecilia Sala, in finale erano arrivati Tommaso Cerno con “Le ragioni di Giuda”, Pietro Grasso con ‘U Maxi. Dentro il processo a Cosa Nostra” e Luca Sommi con “Solo amore”. Quattro libri, quattro prospettive su politica, mafia, guerra, società e rapporto con gli animali.

A Caccuri la saggistica esce così dalla sua dimensione più specialistica. I libri vengono sottoposti al giudizio di una comunità, dentro uno spazio pubblico nel quale il lettore non è soltanto spettatore.

È una scelta importante, soprattutto in un territorio come quello calabrese.

Caccuri non è una città universitaria, non è un grande centro editoriale, non è un luogo naturalmente destinato a ospitare una manifestazione di rilievo nazionale. È un piccolo comune dell’entroterra crotonese, dentro quella Calabria interna che troppo spesso viene raccontata attraverso ciò che manca: servizi, infrastrutture, collegamenti, occasioni.

Il Premio ha scelto di raccontarla attraverso ciò che c’è. Una comunita’, una piazza, una capacità di organizzare cultura.

E soprattutto un pubblico.

È qui che la storia di Caccuri assume un significato che va oltre il premio letterario. In un’epoca nella quale i piccoli centri rischiano di essere percepiti soltanto come luoghi da cui partire, il Premio dimostra che possono essere anche luoghi verso i quali arrivare.

Arrivano gli autori, certo. Arrivano i giornalisti, gli ospiti, il pubblico. Ma arriva soprattutto un’idea diversa del territorio.

Non più periferia che aspetta di essere raggiunta dal centro, ma periferia che costruisce un proprio centro.

È una differenza enorme.

Perché la vera marginalità non è soltanto quella geografica. È anche l’assenza di luoghi nei quali incontrarsi, discutere, produrre relazioni e sentirsi parte di qualcosa. Da questo punto di vista, Caccuri ha costruito negli anni una vera infrastruttura culturale.

La sua forza non sta dunque soltanto nei nomi che riesce a portare in Calabria. Sta nel fatto che quei nomi, una volta arrivati, entrano in rapporto con un paese e con il suo pubblico.

Il giornalista e il pensionato. Il magistrato e lo studente. Il lettore abituale e quello che magari a un festival letterario non sarebbe mai andato.

La cultura, per qualche giorno, smette di essere una cosa da guardare da lontano.

Diventa una cosa da vivere insieme.

E forse è proprio questa la ragione per cui, dopo quindici anni, il Premio Caccuri continua ad avere senso.

Non perché Caccuri sia riuscita a sembrare Roma o Milano.

Ma perché non ne ha avuto bisogno.

Ha dimostrato che anche un borgo dell’area interna può diventare un luogo nel quale la cultura non arriva semplicemente da fuori, ma accade.

La vittoria di Cecilia Sala chiude l’edizione 2026. Ma il risultato più importante del Premio è un altro: aver trasformato, nel tempo, una manifestazione culturale in una parte dell’identità di un paese.

E aver ricordato, nel modo più concreto possibile, che anche nelle aree interne la cultura può essere un motore di comunità.

A Caccuri, semplicemente, hanno cominciato a metterla in piazza.

E da quindici anni funziona.E oggi la cosa più interessante non è che un premio nazionale sia arrivato in un piccolo borgo calabrese.

È il contrario.

È che un piccolo borgo calabrese sia riuscito, attraverso un premio, a ricordare al resto d’Italia che la cultura non ha bisogno di un centro per esistere.

Ha bisogno di persone che la facciano accadere.

Caccuri non ha aspettato che il centro si accorgesse della periferia. Ha fatto il contrario: ha acceso una luce nel cuore dell’area interna e ha invitato il resto del Paese a guardare da quella parte.

Dopo quindici anni, forse, è questa la vera vittoria del Premio.

Aver dimostrato che la cultura, quando trova una comunità capace di accoglierla, può nascere anche lì. In una piazza, in un borgo,

in una Calabria che troppo spesso viene raccontata per ciò che perde.

Caccuri, invece, racconta ciò che resta. E soprattutto ciò che può ancora cominciare.

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