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Agricoltura calabrese alla canna del gas Pacienza: “Campi svenduti ai parchi solari”

Francesco Pacienza sulla crisi nell’Esaro-Pollino e nella Sibaritide: tra caro gasolio e speculazione energetica, le terre fertili rischiano di trasformarsi in foreste di silicio.

di Francesco Pacienza

Il caro gasolio è solo la punta dell’iceberg, l’ennesimo sintomo visibile di un sistema ormai strutturalmente compromesso. Dietro l’ennesimo rincaro del carburante si nasconde una crisi di sostenibilità economica che minaccia di spazzare via l’intero comparto primario. Il rischio reale non è solo la chiusura di centinaia di aziende agricole, ma un corto circuito che colpisce direttamente la libertà di scelta e le tasche dei consumatori: la progressiva scomparsa del prodotto locale e di qualità a favore di filiere estere incontrollate, con un conseguente e inarrestabile aumento dei prezzi al dettaglio.

Benvenuti in Calabria, e in particolare in provincia di Cosenza nell’Esaro-Pollino e Sibaritide, terra da sempre vocata all’agricoltura e oggi brillantemente riconvertita a teatro dell’assurdo. Mentre i trattori scendono in strada e gli agricoltori incrociano le braccia, la fotografia del settore è un capolavoro di controsensi che meriterebbe un premio per la gestione economica.

Partiamo dai costi di produzione: il caro carburante ha raggiunto vette talmente poetiche che ormai accendere un trattore costa quanto un weekend in Costa Smeralda. Nel frattempo, la Grande Distribuzione Organizzata continua a fare la carità al contrario, acquistando i prodotti agricoli a prezzi che definire ridicoli è un generoso eufemismo. Un chilo di ortofrutta viene pagato al produttore pochi centesimi, per poi riapparire magicamente sui banchi dei supermercati moltiplicato per cinque. Un prodigio alchemico che farebbe l’invidia di qualsiasi economista.

Di fronte a questo scenario idilliaco, i campi della provincia cosentina, nell’Esaro-Pollino e Sibaritide, stanno vivendo una metamorfosi epocale. Laddove un tempo si estendevano a perdita d’occhio dorate distese di grano e cereali, oggi sorge una maestosa foresta di pannelli fotovoltaici. Perché coltivare cibo da mangiare, dopotutto, quando si può ricoprire la terra fertile di silicio? La crisi dell’agricoltura ha spalancato le porte a una schiera di illuminati speculatori – soggetti che fino a ieri confondevano un aratro con una pala da spiaggia – prontissimi a rilevare terreni stremati per trasformarli in parchi energetici ad alta rendita. Una transizione ecologica impeccabile: zero cibo, zero fatica, massimo profitto per chi con la terra non ha mai avuto nulla a che fare.

E guai a pensare che questo sia solo un problema di chi zappa. La faccenda riguarda da vicino le tavole di tutti noi. Mentre le nostre aziende affondano tra costi alle stelle e burocrazia soffocante, i mercati vengono inondati da agrumi, grano e ortofrutta provenienti da Paesi extra-UE. Prodotti che viaggiano per migliaia di chilometri e arrivano a prezzi stracciati, spesso coltivati in totale dispregio dei rigidi protocolli e delle norme igienico-sanitarie a cui sono giustamente sottoposti i nostri agricoltori. Ma ehi, l’importante è risparmiare al discount, pazienza se il grano arriva da chissà dove e la qualità è un optional.

In tutto questo, dai palazzi delle istituzioni continua a levarsi il solito, rassicurante rumore di fondo: i proclami. “Difendiamo le tipicità!”, “Orgoglio Made in Italy!”, cantano in coro le agenzie di stampa. Peccato che l’eccellenza agroalimentare non si concimi con i comunicati stampa né si protegga con i selfie alle fiere di settore. Nel frattempo, la corsa al rialzo del gasolio agricolo non accenna a fermarsi: senza un intervento tempestivo e radicale sui meccanismi che determinano il prezzo finale, gli agricoltori andranno incontro a una stangata insostenibile, destinata a ripercuotersi inevitabilmente sui carrelli della spesa dei consumatori. Se il Governo Regionale e quello Nazionale intendono davvero preservare ciò che resta del Made in Italy nel piatto, serve un’azione coordinata e strutturale. Servono misure concrete, incisive e operative nel breve e medio termine: bloccare la concorrenza sleale, calmierare i costi dell’energia e porre un freno al Far West speculativo sui terreni agricoli.

In caso contrario, possiamo pure continuare così: fare entrare prodotti d’importazione da dubbie filiere, svendere il territorio dell’Esaro-Pollino e Sibaritide ai silenzi della speculazione energetica e dire agli agricoltori locali di cercarsi un altro lavoro. Un piano perfetto, purché ci piaccia l’idea di pasteggiare a slogan e pannelli solari.

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