Banner Conad

Rassegna Vittorio De Seta, intervista a Gerardo Bonifati: “Custodire le tradizioni significa dare futuro alla nostra identità”

Un viaggio tra cinema, memoria e identità, sulle tracce del grande maestro del documentario. Il Presidente Nazionale FITP racconta la visione e le ambizioni di una Rassegna che intreccia tradizioni popolari, ricerca e nuove generazioni, per custodire un patrimonio culturale e proiettarlo nel futuro.

Di Elvira Sangineto

Dal 29 ottobre al 15 novembre, Castrovillari e l’Università della Calabria ospiteranno la Rassegna Internazionale di Documentari Etnografici “Vittorio De Seta”, un articolato percorso culturale dedicato al grande maestro del cinema italiano, capace di raccontare con uno sguardo unico il mondo popolare, il lavoro e le identità del Mezzogiorno.

Regista, sceneggiatore e documentarista, nato a Palermo nel 1923 e scomparso a Sellia Marina nel 2011, Vittorio De Seta ha dedicato una parte fondamentale della sua ricerca cinematografica alle comunità del Sud, raccontando la vita dei pescatori, dei minatori, dei contadini e dei pastori, i riti e le tradizioni di un mondo spesso rimasto ai margini del racconto ufficiale. Innovatore nell’uso del colore, nella rinuncia quasi totale alla voce fuori campo e nell’impiego del suono in presa diretta, in un’epoca dominata dalla post-sincronizzazione, ha restituito centralità ai gesti, alle voci e ai ritmi della vita quotidiana.

È da questa eredità che prende forma la Rassegna, attraverso proiezioni, mostre, incontri e laboratori che intrecciano cinema, antropologia e tradizioni popolari. Per approfondire le ragioni e le prospettive del progetto culturale, abbiamo intervistato Gerardo Bonifati, presidente della Federazione Italiana Tradizioni Popolari ETS, promotrice dell’iniziativa.

Perchè la Federazione ha scelto proprio Vittorio De Seta come figura di riferimento di un progetto dedicato al documentario etnografico?

«Riteniamo che De Seta sia stato un autentico genio del cinema documentario, capace di cogliere e raccontare aspetti particolari della vita e delle storie delle comunità. La sua opera rappresenta uno strumento prezioso per conoscere e comprendere più a fondo le identità territoriali, in particolare quelle della Sicilia, della Calabria e della Sardegna, alle quali ha dedicato una parte significativa della sua produzione. Dal punto di vista cinematografico, consideriamo la sua eredità un patrimonio straordinario, che non deve assolutamente essere dimenticato ma custodito, valorizzato e fatto conoscere alle nuove generazioni».

Quanto è stato rivoluzionario il suo modo di fare cinema e quale insegnamento lascia ai documentaristi contemporanei?

«È stato un modo di fare cinema certamente rivoluzionario, ma che conserva ancora oggi una straordinaria attualità. De Seta ha saputo comprendere, in un periodo in cui cominciava a maturare una nuova sensibilità verso il patrimonio delle tradizioni popolari, quanto fosse importante documentare quelle realtà e restituirle attraverso il linguaggio cinematografico. In questo senso, la sua opera ha contribuito a dare sostanza e ispirazione all’antropologia visuale, dimostrando come le immagini in movimento potessero far rivivere gesti, esperienze e momenti di vita destinati altrimenti a essere dimenticati. Per troppo tempo queste espressioni della cultura popolare sono state considerate una cultura di secondo livello, quando invece rappresentano una parte essenziale della nostra storia. Conoscere il passato, comprendere le tradizioni e le dinamiche sociali di un tempo significa acquisire strumenti importanti anche per costruire una società migliore, soprattutto alla luce delle trasformazioni e delle difficoltà che osserviamo quotidianamente».

La Rassegna si apre all’Università della Calabria con Michelangelo Frammartino e la proiezione di Le quattro volte. Quale legame artistico e culturale avete individuato fra il cinema di Frammartino e quello di De Seta? E quanto conta la collaborazione con l’Ateneo calabrese?

«Cosenza vanta una significativa tradizione di studi antropologici, legata a figure importanti come Luigi Lombardi Satriani, che hanno contribuito a dare autorevolezza a queste discipline e alla loro presenza nel mondo universitario. Oggi riteniamo particolarmente prezioso il lavoro portato avanti da Fulvio Librandi. La collaborazione con quest’ultimo e con Gianfranco Donadio, responsabile del Centro Audiovisivo dell’UniCal, assume un valore culturale fondamentale per la nostra manifestazione.

La masterclass di Michelangelo Frammartino aprirà idealmente un programma molto più articolato. Saranno giornate ricche di laboratori, incontri e proiezioni, non soltanto dedicate all’opera di Vittorio De Seta, ma anche caratterizzate dalla presenza di autorevoli esponenti del mondo accademico, che raggiungeranno Castrovillari per confrontarsi con i giovani e approfondire i temi delle tradizioni popolari. Tra Frammartino e De Seta riconosciamo soprattutto una comune tensione verso la ricerca e la scoperta, ma anche la capacità di trasmettere attraverso il cinema valori e conoscenze alle nuove generazioni. Penso al significato del lavoro quotidiano, al valore dell’amicizia, al sacrificio e all’impegno necessari per sostenere la propria famiglia. Sono valori che appartengono alla nostra storia e che il linguaggio cinematografico può contribuire a far riscoprire».

Un altro aspetto significativo della Rassegna è il coinvolgimento delle scuole e della Cineteca della Calabria.

«Oltre alla collaborazione con l’Università della Calabria, il progetto coinvolge anche il mondo della scuola al quale attribuiamo un’importanza fondamentale. Grazie alla collaborazione con la Cineteca della Calabria e con il suo Presidente, Eugenio Attanasio, che metterà a disposizione un importante patrimonio fotografico, abbiamo costruito un ricco percorso. Martedì 10 novembre il volume Vittorio De Seta, Lettere dal Sud, di e con Eugenio Attanasio, sarà presentato agli studenti dell’ITIS e dell’istituto di Ragioneria, offrendo loro un’occasione per conoscere più da vicino la figura e l’eredità del regista.
Il confronto proseguirà ancora una volta all’UniCal, dove il 12 novembre è previsto un workshop di Antonio Martino, Lenti sul margine: sguardo etnografico e sarà inoltre proiettato Niguri, dello stesso Martino. Seguirà Fuoco contro fuoco. Una pratica di guarigione in Barbagia, di Ignazio Figus. Mentre il 13 novembre Gianfranco Donadio e Ignazio Figus condurranno il workshop La macchina della verità. Il cinema di osservazione nella ricerca etnografica».

Ci sarà anche il concorso dedicato al documentario etnografico. Come si articola e quali realtà coinvolgerà?

«Il concorso si articola in due sezioni distinte. La prima accoglie film e documentari già realizzati, con l’obiettivo di dare ulteriore visibilità e riconoscimento alle eccellenze del cinema documentario etnografico. La seconda sezione, invece, è dedicata ai sodalizi affiliati alla Federazione Italiana Tradizioni Popolari, dai gruppi folklorici alle realtà impegnate nella musica etnica, che potranno partecipare presentando documenti audiovisivi delle proprie associazioni, purché attinenti ai temi del concorso.

La cerimonia di premiazione si svolgerà il 15 novembre e i riconoscimenti saranno realizzati dal maestro Michele Affidato. Un altro elemento di particolare rilievo è rappresentato dalla giuria, composta da personalità provenienti dal mondo del giornalismo, della fotografia, del cinema e della ricerca. Ne faranno parte, tra gli altri, Gabriele Cipollitti, regista di Superquark, Maria Pia Ammirati, presidente di Rai fiction, Alfonso Samengo, vicedirettore tg2, e Fulvio Librandi, docente Unical».

Quale ruolo vorrebbe che la Rassegna Vittorio De Seta assumesse nel panorama culturale dei prossimi anni?

«Desidero innanzitutto ringraziare i numerosi partner che hanno creduto in questo progetto, a partire dall’Università della Calabria e dai suoi dipartimenti, fino alla Regione Calabria, che ha accolto favorevolmente la nostra proposta.
Come Federazione Italiana Tradizioni Popolari stiamo lavorando per ampliare il nostro orizzonte culturale e conoscitivo, rafforzando i rapporti con le istituzioni e con le realtà che operano nel campo della ricerca e della valorizzazione del patrimonio. Penso al Ministero della Cultura, alle accademie e alle numerose strutture culturali presenti sul territorio. Il nostro obiettivo è far conoscere sempre di più il lavoro delle tantissime associazioni che, anche a livello amatoriale, rappresentano oggi un autentico avamposto nella tutela e nella trasmissione delle tradizioni popolari. I gruppi folklorici sono infatti veri e propri scrigni di conoscenze e saperi, capaci di custodire e riproporre, in chiave spettacolare, un patrimonio culturale di straordinaria importanza. Nella poesia popolare, nei canti, negli abiti tradizionali e nella danza ritroviamo testimonianze preziose della nostra storia e della nostra identità. È un patrimonio che rischia spesso di essere dimenticato, talvolta persino negli ambienti accademici, e che invece merita attenzione, studio e riconoscimento. È proprio in questa direzione che vogliamo continuare a lavorare».

Condividi questo contenuto