Trasferimenti e mobilità per gli insegnanti che dal meridione sono costretti a fare le valigie con destinazione Nord Italia; con loro, la “Buona Scuola” non è stata proprio così buona
Odore di pioppi e strade imbiancate.
Pensieri che oltrepassano il vetro della finestra e si infittiscono nella nebbia che avvolge le prosperose risaie, bagnate timidamente dal fiume più lungo d’Italia.
Prepotenza del vento e un inverosimile cielo cinereo; cupezza mista a un’atmosfera malata.
Una Pianura che si coglie come crocevia d’ Europa anche dallo spazio.
Un’ intima coperta di lana che ripara dal freddo e dai ricordi, nemici di questa nuova vita.
Uno strano silenzio regna dentro e fuori.
E se fuori echeggia, dentro rimbomba. E diventa malinconia.

E’ da lì, da quella malinconia che, per l’ennesima volta, è ripartita una valigia refrattaria ma previdente: i necessari piumini imbottiti e le prevedibili scarpe anti gelo, gli immancabili libri di verifica e di approfondimento, qualche appunto preso dei tempi dell’università rapito dal logorio tempo e tra essi, custodite dal gelo della lontananza, valanghe di ricordi, cose che parlano della terra materna, di famiglia, di casa.
Quanto sarà forte la nostalgia della campagna, del profumo della pineta bagnata di contro quegli odiosi pioppi e dell’olio di ulivo e dei fichi? Quanto mancheranno quelle sensazioni ancestrali di spassosa quiete dopo la chiassosa familiarità, di pallonate nei borghi antichi, di vicoletti e case di pietra, di passeggiate lungo la costa radiosa , di respiri di iodio di mare e di falò?
“Quanto mancherai tu, mio Sud?”: sarà questo, irrimediabilmente, il quesito che attanaglierà le menti dei nuovi migranti d’Italia: gente che non scappa dalla solitudine o dalla guerra perché una guerra ce l’ ha e se la porta dentro, quella con il proprio lavoro.
Sono proprio loro, i viaggiatori forzati che, grati amanti della cultura da tempo immemore, da piccoli, spesso, i primi della classe, non sono riusciti a staccarsi dai banchi di scuola, decidendo di fare solo un salto dall’altra parte, aldilà della cattedra, scegliendo di fare della trasmissione del sapere il pane quotidiano.
O almeno, di sognare di farlo.
Stiamo parlando dei nuovi, “fortunati” insegnanti del Meridione: una classe di professionisti che, dopo anni di lotta “tra le sudate carte”, studi laboriosi che abbracciano la linguistica, le lettere antiche e moderne, le scientiae sperimentali, le arti figurative e ogni forma di apprendimento specialistico, dopo un lungo, faticoso, sballottolante iter compiuto con sopportazione, nonostante la labilità dei provvedimenti per la definizione della professione (tra “sis” e “sas”, “tfa” e concorsi di vario genere e tipo a un certo punto, non si capiva più nulla), dopo immensi sacrifici compiuti in nome della cultura tra le itineranti cattedre non sempre facili (non tutte sono fatte da alunni volenterosi, educati e con sete di conoscenza), ricompensati non certamente da uno stipendio equipollente (e spesso, neanche sufficiente a coprire gli oneri di trasferimento tra affitto e spese varie), dopo almeno tutto questo, sarà costretta a consumare la propria valigia e a guardare, per parecchi anni, la propria vita scorrere da una finestra, sempre diversa.
Già, perché dietro i numeri, le graduatorie gli algoritmi ci sono le storie, le persone, i loro vissuti e i bocconi amari ingoiati, pur di portare, dopo una vita coltivata a raffinare la preparazione, uno stipendio a casa.
E’ incredibile come le storie degli insegnanti “terrun”, tutte con fattezze profondamente simili, si intreccino tra i banchi del Nord, dove gli istituti, specie i secondari, si riempiono per almeno la metà di menti provenienti dalla Calabria, dalla Sicilia e dalla Puglia.
Un Pese spaccato: quasi otto docenti del Centro Nord trovano lavoro vicino casa, mentre a sud dello stivale i fortunati sono meno della metà, neppure quattro su dieci.
Un dato che ci fa riflettere, ancora una volta, su come vadano a finire gli investimenti pubblici per la cultura e l’istruzione, quel settore i cui professionisti dovrebbero brillare di soddisfazione, per il delicato ma prioritario ruolo che occupano nella formazione delle nuove menti ma che invece, a causa di una mobilità continua che li trasforma, talvolta, in marionette, si consegna alla rassegnazione.
Grande responsabilità per i presidi, che dovranno scegliere alcuni insegnanti tramite curricula oltre a stabilire la distribuzione delle risorse destinate ai bonus: quali gli insegnanti “prescelti”? (Ma dove siamo, ad una grande lotteria?).
Immessi in ruolo, che restano supplenti nell’illusione di evitare lo spostamento finale, chiamate al Nord dopo anni esercitati negli istituti calabresi; centinaia di lacune, dimenticanze, ritardi, errori e guai risonanti grazie a quella che non ci sembra più essere una “Buona scuola”.
E’ il caso dell’erroneo calcolo fatto dal Ministero dell’Istruzione per il numero dei posti disponibili per le cattedre sull’infanzia: il Consiglio di Stato ha inserito ventimila diplomati magistrali nelle Gae (graduatorie ad esaurimento) ritardando il posto da chi l’attende da più di vent’anni che, prontamente, ha risposto denunciando per “discriminazione assunzionale” all’ Unione Europea.
Per le Gae la possibilità di un posto è legata alla legge delega 0-6 anni, che prevede grossi finanziamenti sulle scuole dell’ infanzia e che però, al momento, a bilancio non esiste. Nel ginepraio delle dimenticanze, problematico sembra essere quello, poi, per il blocco Gm (graduatorie di merito) 2012. Regalo di Ferragosto è stata la scoperta che su 1.732 idonee ancora senza cattedra 455 non l’avranno più. Una docente su tre.
Dopo il concorso del 2016, infatti, le iscritte al precedente bando, appunto quello del 2012, “scadranno”, per cui chi tra loro non avrà una docenza entro questa data, non l’ avrà più.
Mentre nelle altre regioni i posti sono disponibili per tutte le iscritte, in Calabria, Sicilia, Campania, Puglia, Abbruzzo e Lazio ci sono ancora iscritte precarie: a queste era stato consentito il 12 maggio, grazie a un provvedimento speciale del governo e della segreteria di Davide Faraone in particolare, che potessero cercare la cattedra fuori; ma ora si è appurato che, neanche con l’interregionalità, i posti sono sufficienti: 455 Gm, quindi, fuori, ovviamente liquidate con la promessa del Miur che vaglierà la questione proprio in questi giorni.
Ma tanti altri sono i casi eclatanti del nostro Sud, come quello della docente calabrese, madre di un bambino autistico grave, beneficiaria della legge 104, spedita a Prato, per la seconda volta, senza il minimo riguardo.
A queste vicende, parte integrante di una casistica non minimale, risponde la senatrice Francesca Puglisi, responsabile scuola del PD, che afferma: “L’algoritmo su cui continua a fantasticare non è altro che il meccanismo di calcolo di punteggi e titoli decisi con accordo sindacale. Chi pensa di aver fatto errori nella compilazione della domanda può rivolgersi all’ufficio scolastico regionale”.
Quindi, insegnanti tutti, è arrivato il momento del “mea culpa”.
Unanime il grido dei docenti calabresi che si accende in manifestazioni di protesta, come quella tenutasi ieri 17 agosto a Reggio Calabria, dove presso l’Ufficio scolastico Provinciale, il Comitato Spontaneo dei Docenti della Scuola Primaria dell’area reggina, rappresentati dalla Prof.ssa D’Aguì Monica, ha esigito un incontro con il Provveditore, la Dr.ssa Mirella Nappa al fine di discutere sulla corretta applicazione della L.107/15 che identifica la “Buona Scuola” e di sollecitare gli Enti preposti alla repentina adozione di tutti gli strumenti correttivi previsti dalla norma, tra i quali quello di chiedere al MIUR un ulteriore inserimento di posti, oltre a quelli già dati in base alle assegnazioni in deroga, per coprire l’organico destinato al sostegno. Grazie a questo atto, infatti, si avrebbero centinaia di docenti in più, in modo da poter usufruire, per l’anno scolastico corrente, dell’dell’assegnazione provvisoria.
Ma intanto, molti insegnanti-migranti stanno riprendendo i loro piumini e le loro sciarpe di lana calda, rispolverando i libri e le carte, forse anche i loro appunti dell’università, in attesa della obbligata partenza che li condurrà vicini al lavoro ma lontani dalle loro famiglie, nella speranza che le loro valigie, questa volta, non siano solo angeli custodi di ricordi ma magari anche testimoni di una nuova, più confortevole vita. Una vita che, non si nasconda, per troppi anni, dietro i pioppi osservati dalla finestra.
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