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Fenomeno “Gomorra”, Marziale: “Fascinazione criminale pericolosa per i minori”

Dalla lotta alla mafia, quella reale, alla lotta alla mitizzazione di personaggi di telefilm o addirittura di uomini come Totò Rina, fatti passare in alcuni casi come eroi di appeal e di carisma dei giorni nostri, un pericolo per i più giovani, sempre in cerca di modelli da prendere in considerazione e di riferimenti reali.

Era il 23 maggio 1992 quando il mondo della legalità e della società civile piangeva con lacrime amare il grande uomo e giudice Giovanni Falcone. Due mesi dopo, il 19 luglio, la medesima rabbia del pianto cospargeva i visi di chi esalava l’ultimo saluto al dott. Paolo Borsellino, immancabile e fedele uomo di Stato dalla esemplare statura intellettuale.

Un pianto amaro quello consumato per la morte di due figure indimenticabili, divenute simbolo di una speranza nuova per una terra fin troppo violentata da cose indegne e modello umano di una legalità smacchiata dalla menzogna, dal compromesso, dalla paura, dall’omertà ma che è diventata al contrario, riscatto sensibile per gli oppressi e le vittime.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ritratti insieme sorridenti

L’opera dei due giudici siciliani nell’ambito della lotta alla criminalità organizzata è cosa risaputa, la loro “eroizzazione” in terra un atto quasi dovuto.

Eppure, 25 anni dopo questo sacrificio umano e fiumi di dibattiti, giornalismo e letteratura consumati contro la criminalità organizzata, sembra quasi che Borsellino e Falcone si stiano ribaltando dalla tomba. Con loro ad agitarsi tante altre vittime delle solite “stragi di innocenti”.

La morte fisica di Totò Rina si è consumata tra la polemica mediatica e qualche commento di troppo sui social, dove qualcuno, senza neanche troppi giri di parole e nascondigli, ha dichiarato il defunto “capo dei capi” un eroe di appeal e di carisma dei giorni nostri.

Dopo anni di educazione contro l’omertà e di martellanti dibattiti sul valore della legalità, la pedagogia consolidata oggi deve lottare non solo contro i criminali dichiarati ma anche contro quelli che si considerano dall’altra parte e che con la loro azione ambigua e polivalente stanno divenendo, forse inconsapevolmente, maldestri portatori di modelli di illegalità.

A scrivere su fb che Riina è un nuovo mito non è stato, infatti, solo qualche “invasato” ma un’intera collana di pensatori.
Il dramma è soprattutto che a pensare questo sono stati alcuni giovani, educati nelle nostre scuole al superamento dell’atteggiamento omertoso e tartassati sulla negatività della violenza e della corruzione; spesso neanche vagamente influenzati dall’ambito di appartenenza in quanto nati e cresciuti lontani dalle terre in cui si respira il clima malavitoso perché hanno conosciuto le mafie attraverso la televisione e in special modo attraverso le fiction.

E qui veniamo al dunque. Da uomo simbolo della criminalità organizzata, Totò Rina è divenuto un uomo ambivalente nel protagonista della fiction. Da spregiudicata assassina, Rosy Abate, personaggio fittizio dell’omonima serie, è diventata l’eroina delle madri nella mente di chi la guarda. Ci mancava solo Gomorra ad alimentare la tendenza che da libro-denuncia di Saviano si è trasformato subito in seguitissimo telefilm dai toni quantomeno discutibili.

Dalla storia alla fiction, dalla tv alla realtà il passo è breve. Brevissimo. E ci sta catapultando in una dimensione paradossale dove ad alimentarsi sono proprio i nuovi, falsi miti assieme a fuorvianti valori, costruiti ad arte grazie ad ambigue interpretazioni dei concetti di rispetto e di onore con il pericolo di emulazione da parte di chi osserva.

Rischio reale o esagerazione? Può davvero essere così pericoloso guardare “all’altra faccia” della cattiveria?

Antonio Marziale
Antonio Marziale

A dare una risposta illuminante il Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Regione Calabria, il prof. Antonio Marziale, sociologo, che dichiara a tal proposito :”Sul web veicolano petizioni a valanga perché Gomorra diventi presto videogioco. Io mi chiedo se tutto ciò sia normale o, per meglio dire, normalmente accettabile. La Calabria è un territorio – spiega – in cui la fascinazione criminale rappresenta un pericolo reale per i soggetti in età evolutiva, tanto radicata è, e dove certe produzioni finiscono per alimentare il mito anziché distruggerlo. In Calabria, ogni giorno ci sono magistrati, forze di polizia e gente impegnata a contrastare il fenomeno mafioso e preparare per i più giovani un futuro affrancato dalla violenza – afferma il Garante – pertanto ritengo, senza la minima ombra di smentita, sia giunto il momento di invertire la rotta, di responsabilizzare i poteri mediatici ad un maggiore rispetto, ad una attenzione che evidentemente manca. E nessuno osi dire che i media non hanno responsabilità, perché non siamo più all’era degli apocalittici o integrati di Umberto Eco e la scienza a più livelli conferma che i media causano effetti emotivamente rilevanti soprattutto tra i minori”.

Per Marziale “questo autentico contro-lavoro sta assumendosi delle responsabilità di non poco conto ed è importante che abbia fine. E forse Roberto Saviano, dalla cui coraggiosa denuncia tutto è partito, contribuirebbe molto alla causa se spiegasse che Gomorra è un crimine non uno show business e orientasse il dibattito verso una piega diversa. Dal canto mio – conclude – farò tutto ciò che rientra nelle mie prerogative istituzionali perchè i bambini e gli adolescenti del mio territorio abbiano ben altri stimoli sociali, non Gomorre”.

In uno Stato di cui spesso è stata messa in dubbio la capacità sanzionatoria, dopo anni di dure lotte contro la criminalità organizzata, in nome delle vittime delle stragi e dei martiri della legalità una nuova battaglia si profila ovvero quello della lotta all’ipocrisia mediatica e ai palinsesti devianti.

Perché i veri “eroi” morirono il 23 maggio e il 19 luglio 1992.

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