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Cosenza: la piazza non "ambita" con la magia della curva Donato Bergamini

Cosenza: la piazza non “ambita” con la magia della curva Donato Bergamini

E venne il tempo in cui il Creatore dovette cimentarsi con la città di Cosenza. E viene da chiedersi ‘Chissà cosa è successo quel giorno?!’ Per fortuna ci sono alcuni mortali che riescono a vedere quello che non è dato di vedere a tutti gli altri.

Con questo incipit e senza nulla togliere alla professionalità del DS Stefano Trinchera, che finalmente e con appena 4 mesi di ritardo, ha voluto chiarire il suo modus operandi di ‘far mercato calcistico’, ricordiamo a chiunque, che i cosentini non hanno bisogno di prender coscienza di un bel nulla. Meno che meno di quanto questa nostra bellissima e maledetta città ha da offrire a chi la abita e a chi vorrebbe o non vorrebbe viverla quotidianamente. I toni non sono certamente scontrosi o irati, ma in tutti questi anni nessuno mai s’è permesso di gettarci in faccia una presunta verità come quella che alle ore 16:00 il Direttore, ha voluto assolutamente sottolineare e ribadire più di una volta.

Cosenza: la piazza non "ambita" con la magia della curva Donato Bergamini
Cosenza: la piazza non “ambita” con la magia della curva Donato Bergamini

Qui non si vuole puntar il dito su una campagna acquisti andata più o meno bene o sfacciatamente male; or si pretende soltanto di avere un moto d’orgoglio impetuoso, fatto di amore, onore, caparbietà, radici rossoblu. Ed ecco che giungiamo al momento epico del pezzo che state leggendo: vi racconterò una storia. Una fra tante che certamente dimenticherete domani. O forse ancor prima.

Circa 28 anni fa, c’era una bimba che ogni domenica andava a mangiar dalla nonna materna. Lì insieme agli zii, si strafogava letteralmente di pasta asciutta, ingoiando bocconi da camionista, perché alle 13:45 precise, il nonno s’alzava e tornava dalla camera da letto con un berretto e una sciarpa rossoblu dicendo con solerzia: ‘È ora! Andiamo allo stadio!’.

La bimba che adorava veder il nonno in tenuta ‘da lupi’ (così lo aveva soprannominato nella sua testolina innocente), prendeva la mano del suo papà e con tutta la santissima famiglia, inclusa la nonna e la mamma, si recava al San Vito. Ovviamente a piedi, perché i grandi avrebbero preso il caffè al bar Konrad dell’autostazione e raccattato i diversi amici che durante il percorso, avrebbero come di consueto incontrato.

Quanto magnifica le appariva la sua città di domenica! Piena di gente che diventava branco, almeno per un giorno a settimana.! Quando si giungeva al San Vito poi, cresceva l’adrenalina. Commenti, battute simpatiche, noccioline offerte e scambiate con semente salate fra perfetti sconosciuti che or sembravano esser fratelli.

‘Non preoccuparti bella di papà: adesso tutti canteranno forte. Ma è così che si salutano i veri lupi’ Con queste parole più simili ad un avvertimento rigoroso, il papà della bimba puntava il dito verso un punto imprecisato del campo. Eccoli! Entravano i giocatori. È il San Vito ululava. Forte. Indomito. Magnifico.

Lo spettacolo era sugli spalti. In mezzo alla gente di Cosenza e provincia.
Di questo si innamorò quella ragazzina, che magari avrebbe dovuto giocar con le bambole invece che con un pallone. Ma come avrebbe potuto preferir gli occhi vuoti delle barbie a quelli lucidi, pregnanti di emozioni e splendidamente impavidi del nonno, della nonna, degli zii..

‘Vedi Vivì, questa è Cosenza: la mia diletta città che potrebbe benissimo fare a meno di me, ma sono io che non posso fare a meno di lei. Perché essa mi scorre nelle vene ed io l’amo’ proferiva il nonno ad ogni partita, sorridendo alla nipotina ‘Lo ha detto Bernardino Telesio. E di lui mi sono sempre fidato!’

Inutile dirvi che quella bimba ero io e che mio nonno si chiamava Francesco Dionesalvi. A lui devo ciò che sono oggi ed è per tutto ciò che ho udito in questo uggioso pomeriggio settembrino, che mi sento di rispondere a chiunque anche solo lontanamente abbia mai pensato che questa città non sia una piazza con il giusto ‘appeal’, che Cosenza è il mio ritorno a casa. Lo è sempre stata e lo sarà per sempre. È la mia culla, con le sue notti rumorose, quando ho bisogno di stare sola a pensare. Il rifugio quando le cose vanno male. Quando c’è da staccare. Perché Cosenza è mio padre con i miei zii e mio nonno che mi porta allo stadio da quando avevo 5 anni. E solo a Lei devo le lacrime versate quando il nonno se n’è andato x sempre, ma per chissà quale strana magia, ritrovo seduto lì accanto a me. In curva Sud Donato Bergamini. A tifare insieme. Perché la mia è ‘una malattia che non va più via’.

Quindi scusate(ci) se di quello che potrebbero pensare alcuni giocatori di Cosenza… beh preferisco farmi una gran risata! Perché nessuno mai impedirà alla nostra città di esser come noi l’abbiamo voluta. Perché noi, gente del Sud, la felicità la raggiungiamo con più sudore. Ecco tutto. Noi siamo ‘Utta a fa juornu c’a notti è fatta’ – una notte che già contiene l’albore del giorno.

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