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Agro-alimentare, Cribari: non solo di qualità, ma “buono e fa bene”

Saper comunicare al mondo intero il “Buono e Fa Bene” del nostro agro-alimentare è ormai un attività imprescindibile.

La letteratura imprenditoriale più autorevole, anche in campo agro-alimentare, ci insegna che perché un progetto abbia successo, è necessario farlo viaggiare su due binari paralleli quanto complementari: business e cultura.

Dove per cultura intendo conoscere a fondo il proprio prodotto e quello dei competitors, quindi saperlo comunicare, laddove nel mondo globalizzato ciò che non è comunicato, di fatto, per il mercato non esiste.

Ermanno Cribari - Agro-alimentare, Cribari: non solo di qualità, ma buono e fa bene
Ermanno Cribari

Detto ciò, in campo agro-alimentare la Calabria costituisce un paradosso, che può essere stigmatizzato in questo slogan: ”Tutto ciò che il mondo cerca e non sa dov’è”.

Esiste, infatti, un grande gap da colmare, sperando che l’ottimo Assessore Gianluca Gallo lo colga esaurientemente.

C’è una platea immensa di consumatori che non è più affascinata dai termini “buono”, “di qualità”, “biologico”.

Questa, al contrario, più consapevole e colta rispetto a decenni fa, è alla ricerca spasmodica di salute. Ecco in che consisterebbe il passaggio strategico del messaggio, passare, cioè, dal gustoso, green, biologico al fa bene.

Al buon osservatore, all’appassionato di macroeconomia o di comportamento sistemico, non saranno di certo sfuggiti alcuni evidenti segni che mostrano ineludibilmente quanto sia diventato centrale oggi il termine salutare nell’affare più grande della storia: il cibo.

Dal 2000 in poi, a piccoli passi, l’economia incentrata sul junk-food ha dovuto iniziare ad arretrare. Lo ha fatto evidentemente non per fini etici, piuttosto prendendo atto che il profitto derivato dal cibo yankee di fine secolo non era più così economicamente allettante.

Infatti, i costi che gli Stati, soprattutto quelli occidentali, dovettero iniziare a sopportare, per le conseguenze drammatiche causate dalla somministrazione di cibo spazzatura, cagionarono il calo complessivo dei rendimenti. Malattie croniche e invalidanti, obesità, pre-pensionamenti, periodi sempre più dilatati di allontanamento dal posto di lavoro per motivi di salute, resero necessario un brutale e gigantesco dietro front, vale a dire inaugurare l’epoca del guardare al futuro con cuore antico – come avrebbe detto Riccardo Misasi.

Cioè ritornare alle tradizioni alimentari millenarie, quelle basate sull’istinto umano che, prendendo a prestito le parole dell’inventore della dieta mediterranea Ancel Keys, suggeriva come vivere meglio e più a lungo.

Così a inizio millennio l’OMS indicò come miglior stile alimentare quello conosciuto come mediterraneo, la Food and Drug Administration raccomandò l’ingestione di 23 grammi di olio d’oliva al giorno (due cucchiai, proprio come facevano i nostri bisnonni senza averlo certo letto sui magazine americani), la first lady statunitense ai tempi di Obama lanciò il programma miliardario Let’s Move, il Governo italiano quello denominato Guadagnare Salute, sino alla proclamazione della Dieta Mediterranea da parte dell’Unesco quale patrimonio immateriale dell’Umanità.

Anche il Mc Donald è nel bel pieno di una riconversione, basti pensare all’introduzione dell’olio extra vergine di oliva o al Parmigiano Reggiano.

Per non parlare del regolamento europeo sulle etichette salutistiche, le health claims, molto semplici e intuitive, al contrario di quella sequenza di numeri e parole indecifrabili ai più che costituiscono le etichette tradizionali.

Assumere 20 grammi al giorno di olio extravergine di oliva aumenta il livello di colesterolo buono e riduce l’insorgenza di malattie cardiovascolari. Quindi non solo di qualità, non solo 100% Italia (che è una dicitura ancora apprezzata non poco dal consumatore), quanto comunicare al mondo intero Buono e Fa Bene.

La Calabria, in tal senso, ha un patrimonio salutistico derivato dalla Terra davvero ragguardevole e occorrerebbe far sapere al mercato globale che la Dieta Mediterranea, il lifestyle più celebrato in assoluto, nasce a queste latitudini e si è affinato nell’evoluzione millenaria della gens calabra.

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