Di Anna Maria Ventura
Alla fine dell’estate in Calabria resta un silenzio che pesa come un macigno. Le piazze che per settimane hanno accolto voci, risate e ritorni, si svuotano di colpo: il rumore dei trolley che rotolano via diventa il simbolo di un’epoca. Non più le valigie di cartone dei padri e dei nonni, che partivano verso le fabbriche del Nord o le miniere d’Europa o le lontane Americhe, ma valigie leggere riempite di libri, diplomi, lauree, competenze faticosamente conquistate.
È la cosiddetta fuga dei cervelli, che negli ultimi cinque anni ha visto più di 30.000 under 35 lasciare la Calabria. Partono non solo le braccia, ma le menti, le energie, il futuro stesso dei paesi. Chi parte porta con sé un vortice di sentimenti: la nostalgia dei luoghi dell’infanzia, la paura di non trovare posto altrove, il senso di colpa verso i genitori che restano, la rabbia verso una terra che sembra costringere a scegliere tra il cuore e il futuro.
Ogni partenza riecheggia nell’addio di Lucia nei Promessi Sposi: “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo…”; un addio che non è definitivo, ma che porta dentro la promessa, sempre incerta, di un ritorno. Intanto i borghi restano in silenzio, affidati alle mani pazienti degli anziani e alle voci dei genitori, che guardano le case chiudersi e i vicoli tornare muti. In loro non c’è solo malinconia, ma anche un’esigenza: che le cose cambino, che la bellezza dei luoghi non resti abbandonata alla solitudine.
Cesare Pavese lo aveva scritto con chiarezza: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Ed è proprio questo il nodo: i giovani partono con la consapevolezza che qui resta sempre qualcosa di loro, un legame che non si spezza. Ma la nostalgia da sola non basta: servono azioni concrete che trasformino l’attesa in rinascita. C’è bisogno di creare lavori dignitosi e innovazione locale, di incentivare startup, imprese agricole innovative, artigianato digitale e filiere corte. Bisogna creare poli di innovazione legati alle risorse del territorio: agroalimentare, energie rinnovabili, artigianato di qualità.
Bisogna offrire sgravi fiscali, sostegni all’imprenditoria giovanile e agevolazioni abitative a chi sceglie di rientrare.
Molti paesi hanno centinaia di case vuote che potrebbero accogliere nuove famiglie.
E ancora valorizzare i borghi come mete di turismo esperienziale, sostenibile, legato alla memoria, alle tradizioni, ai paesaggi. Case disabitate possono diventare alberghi diffusi, spazi di accoglienza, residenze artistiche.
La pandemia da covid ha reso chiaro che molti lavori possono essere svolti da remoto. Ma servono connessioni veloci, spazi di coworking, reti stabili. Rendere i borghi luoghi del lavoro digitale significherebbe riportare in Calabria tantissimi giovani, restituendoli ai loro affetti.
E inoltre creare scuole di alta formazione e centri di ricerca legati alle peculiarità locali: ambiente, archeologia, enogastronomia, gestione sostenibile del territorio. La cultura, che la Calabria tutta possiede, può diventare motore di lavoro.
C’è bisogno di tutto questo e in fretta, altrimenti i trolley continueranno a riempire le stazioni ogni settembre e i borghi resteranno soltanto cartoline malinconiche. La Calabria non merita di essere condannata a questo destino. Il mare, i monti, le colline custodiscono ancora promesse di vita: non chiedono altro che di essere abitate di nuovo. Non è solo speranza, è un’esigenza profonda. E qui la responsabilità non può ricadere solo sugli individui: è compito della politica regionale e nazionale assumersi, una volta per tutte e fino in fondo il dovere di attuare politiche concrete, lungimiranti e attrattive, capaci di restituire dignità e futuro alla nostra terra. Solo così la Calabria potrà salvarsi davvero, e con essa la sua identità più profonda.

Anna Maria Ventura
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