Il reportage “Borghi ribelli” di Speciale Tg1 racconta l’Italia che rinasce, ma resta incompleto senza lo sguardo sulla Calabria dello spopolamento e delle rinascite possibili
Il reportage “Borghi ribelli”, andato in onda su Rai 1 all’interno di Speciale Tg1, nella seconda serata del 26 Aprile, è un lavoro televisivo importante, capace di riportare al centro del discorso pubblico un’Italia troppo spesso ignorata: quella dei piccoli borghi, delle aree interne, dei paesi che si svuotano e che, nonostante tutto, cercano nuove forme di esistenza.Insomma il racconto di borghi che si “ribellano” allo spopolamento.
Guidato dalla giornalista Valentina Bisti e attraversato dallo sguardo sensibile di Franco Arminio, il reportage costruisce una narrazione efficace e coinvolgente. I luoghi raccontati, dal Trentino Alto Adige alla Basilicata, come Civitacampomarano, Aliano, Grottole, Stornara, Craco, compongono una mappa della rinascita possibile. Qui lo spopolamento non viene negato, ma affrontato: attraverso l’arte, i festival, l’accoglienza, la riscoperta delle identità locali.
Il racconto funziona perché evita sia il pietismo sia l’idealizzazione. Mostra comunità che provano, sperimentano, falliscono e ripartono. E in questo contesto, la presenza di Arminio offre una chiave di lettura preziosa: i borghi, oltre ad essere luoghi geografici, che tessono l’architettura dell’Italia, sono spazi emotivi, depositi di memoria e possibilità.
Tuttavia, proprio quando il quadro sembra prendere forma, emerge una lacuna difficile da ignorare.

La Calabria non c’è.
Questa è un’assenza che incide sul senso complessivo del reportage. Perché se c’è una regione in cui lo spopolamento assume dimensioni strutturali e drammatiche, è proprio la Calabria. Interi paesi dell’entroterra, nelle aree dell’Aspromonte, della Locride, delle Serre, del Pollino e della Sila hanno perso negli ultimi decenni una parte consistente della popolazione. Così a svuotarsi sono anche le scuole, i servizi, le economie locali, le relazioni, la continuità tra generazioni, il senso stesso di comunità.
Molti borghi calabresi vivono oggi una condizione sospesa: non sono del tutto abbandonati, ma nemmeno pienamente vivi. Le case chiuse aumentano, le attività diminuiscono, i giovani partono. Eppure, proprio in questo contesto difficile, stanno emergendo esperienze significative che avrebbero meritato spazio in un racconto dedicato ai “borghi ribelli”, cioè a quei borghi che si ribellano allo spopolamento.
A Sant’Agata del Bianco, ad esempio, la cultura è diventata uno strumento di resistenza. Il paese ha scelto di raccontarsi attraverso la letteratura di Saverio Strati e l’arte, trasformando i propri spazi in luoghi di narrazione condivisa. È una rinascita concreta: crea identità, attira attenzione, costruisce legami.
A Badolato, il recupero del centro storico ha riportato vita dove c’era abbandono. Case ristrutturate, nuovi abitanti, forme di turismo lento: segnali di una trasformazione possibile, che però richiede continuità e politiche di sostegno.
A Bova, la valorizzazione della cultura grecanica dimostra che la tradizione può essere una risorsa attiva, ponte tra presente e passato. A Pentedattilo, eventi culturali e artistici stanno riportando attenzione su un borgo che sembrava destinato al silenzio definitivo. A Riace e Camini, i modelli di accoglienza hanno mostrato, con tutte le loro complessità, che ripopolare è possibile se si ripensano le relazioni sociali prima ancora degli spazi fisici.
Questi esempi sono segnali di una tendenza: anche in Calabria esiste una “ribellione” allo spopolamento. Una ribellione meno visibile, spesso più fragile, ma non per questo meno significativa.
Il limite di “Borghi ribelli” è dunque quello di aver raccontato bene una parte d’Italia, senza però restituire fino in fondo la complessità del fenomeno. Perché includere la Calabria avrebbe significato confrontarsi con una versione più radicale del problema: meno risolta e, forse, più vera.
Ed è proprio qui che si apre una possibile prospettiva.
Raccontare i borghi significa certamente far vedere le storie di successo, ma includere anche quelle in bilico, quelle ancora aperte. La Calabria, con le sue difficoltà e le sue esperienze di rinascita, potrebbe rappresentare il terreno ideale per una seconda tappa di questo viaggio: un racconto più coraggioso, capace di tenere insieme criticità e possibilità.
Perché la speranza, in questi territori, è un processo.
Richiede infrastrutture, servizi, politiche pubbliche, ma anche narrazioni nuove, capaci di restituire valore a ciò che oggi viene percepito come marginale.
“Borghi ribelli” accende una luce importante.
Il passo successivo dovrebbe essere quello di allargarne il raggio, includendo anche quei luoghi, come molti borghi calabresi, dove la sfida è ancora aperta, ma proprio per questo decisiva.
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