Di Anna Maria Ventura
C’è una frase che ricorre nel Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne 2021–2027 (PSNAI) a pagina 45, che non può passare inosservata:
un passaggio quasi tecnico, perduto tra numeri e analisi territoriali, ma che ha il peso di una sentenza: “alcune aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, ma solo essere accompagnate in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento demografico”. Una frase che suona come una condanna per migliaia di piccoli comuni italiani. Tra i primi a denunciarlo è stato l’antropologo calabrese Vito Teti, in un’intervista al Fatto Quotidiano di giugno. Parla apertamente di una “eutanasia istituzionale”, e con lucidità dolorosa dice che “accompagnare alla morte cinquemila comuni significa dichiarare fallimento come Paese. Non si tratta solo di numeri: è un suicidio culturale”. E ha aggiunto che non è più tempo di salvare i paesi con retoriche nostalgiche, ma di viverli in modo nuovo, con coraggio, contro l’abbandono programmato.
Quei borghi, infatti, molti dei quali calabresi, non sono solo aggregati di case abbandonate. Sono custodi di storie, voci, culture che hanno parlato all’Italia per secoli. La Calabria, in questa prospettiva, è uno dei fronti più esposti. Oltre 320 comuni hanno meno di cinquemila abitanti, quasi cento sono sotto i mille. Eppure in quei borghi, che le statistiche classificano come irrecuperabili, c’è il cuore profondo della regione. Non si tratta solo di geografia spopolata, ma di paesaggio umano, di memoria viva, di identità. San Luca e Sant’Agata del Bianco sono fra i borghi destinati all’abbandono, eppure sono il simbolo della Calabria della grande letteratura.
San Luca non è solo il paese più isolato dell’Aspromonte: è il paese che ha dato i natali a Corrado Alvaro, è la culla letteraria di un pensiero meridiano che ha parlato al cuore dell’Italia. Corrado Alvaro non ha mai raccontato la Calabria con rassegnazione, ma con pietas e lucidità. Scriveva che “la civiltà contadina non era arretratezza. Era misura, dignità, senso del limite. Chi distrugge i borghi, distrugge anche questo”. San Luca è il luogo dove Alvaro ha imparato a vedere la realtà degli ultimi e a darle voce: da lì guardava l’Italia e il Sud con pietas e rigore. “Scendere a piedi fino a Bianco – ricordava – era un viaggio tra due mondi, ma entrambi erano il mio Sud”. Quei due mondi oggi rischiano di sparire. Oggi il suo paese lotta contro l’abbandono, contro lo stigma, contro l’oblio.

Lo stesso vale per Sant’Agata del Bianco, paese natale di Saverio Strati, dove le case chiuse raccontano una storia che lo scrittore ha trasformato in letteratura. Lì ogni vicolo sembra citare le sue pagine sull’emigrazione, la povertà, l’identità. In una delle sue opere più intense “Il selvaggio di Santa Venere” scriveva: “la partenza era una ferita, il ritorno un sogno. Non possiamo lasciare che i sogni si chiudano a chiave nei paesi vuoti”. Anche Strati sapeva che non si racconta solo la nostalgia, ma la fatica di esistere lontano da casa. “Scrivere della mia gente – diceva – era restituire voce a chi l’aveva persa. Quei paesi non erano miseria: erano resistenza”.
Borghi così non meritano il silenzio. Meriterebbero un piano nazionale culturale, prima ancora che infrastrutturale.
Questo vale per tutta la Calabria, dove parlare di borghi non è mai una questione solo demografica. È questione di storia collettiva. Ogni paese conserva un sapere, una lingua, un gesto, un sapore. La scomparsa di un borgo non è solo un problema di numeri, ma la perdita di un archivio vivente.
Eppure, non mancano esempi di rinascita: Badolato, Civita, Belmonte Calabro. Sono comunità che hanno saputo reinventarsi, spesso da sole. Il problema è che manca un disegno strutturale, una rete di sostegno e visione.
Quella che oggi appare come una resa tecnica è in realtà una rinuncia politica. La scelta di non investire nei borghi, di considerarli irrimediabilmente perduti, è una ferita al cuore stesso del Mezzogiorno.
In un Paese che fatica a dare senso al proprio passato, è proprio nei paesi dimenticati che si può ritrovare un’idea di futuro. Non sarà facile, non sarà per tutti. Ma non fare nulla è la scelta peggiore. Chi ha dato voce al Sud, come Alvaro, Strati, Teti, continua a parlare.
Perché parlare oggi di borghi non è solo una questione urbanistica o amministrativa, ma una riflessione sul nostro futuro collettivo. Ogni casa abbandonata, ogni piazza silenziosa, ogni campanile senza campane è un tassello che si perde in quella cultura del limite e della comunità che ha tenuto in piedi intere generazioni.
Se i piccoli comuni calabresi vengono lasciati morire in silenzio, si spegne qualcosa che riguarda anche chi vive nelle città, chi è partito e forse non tornerà, chi non ha mai conosciuto quel mondo ma ne ha respirato l’eco attraverso un libro, un racconto, un gesto. Per questo l’abbandono di cui parla il PSNAI non è solo tecnico: è morale. Perdere questi luoghi significa accettare una mutilazione culturale. E in Calabria, dove ogni paese ha una storia che attraversa i secoli, non è una perdita qualunque. È la rinuncia a una parte di noi stessi.
Corrado Alvaro e Saverio Strati non ci sono più, ma le loro parole restano scolpite nella coscienza collettiva del Sud. Le loro opere ci hanno insegnato che la miseria non è mai solo materiale, e che un paese abbandonato è spesso il simbolo di un’assenza più profonda: quella di ascolto, di dignità, di riconoscimento. Hanno dato voce a chi non l’aveva, e oggi quelle voci parlano ancora, anche in mezzo al silenzio.
Accanto a loro, oggi, c’è chi continua a parlare con lucidità e senza rassegnazione. Vito Teti, studioso e testimone di questi processi da oltre trent’anni, è una delle voci più autorevoli nel denunciare le responsabilità e nel proporre visioni alternative. Non si limita a difendere la memoria: invita a ripensare il futuro, a superare la retorica del recupero con un nuovo sguardo, più umano, più reale, più giusto. Teti non scrive per chiudere i conti, ma per aprire ancora strade. È una voce viva, che merita di essere ascoltata, oggi più che mai.
Perché chi ha dato voce al Sud continua a parlare.
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