“Seconda stella a destra (o a sinistra) questo è il cammino …”. In questi già “infuocati” giorni di campagna elettorale a Rende si riparla della “fantomatica” Silicon Valley nostrana. Che per i miliardi di vecchie lire spese per il CRAI e gli altri enti susseguiti e per l’eccellenza dell’UNICAL in ambito tecnologico, POTEVA ESSERCI, DOVEVA ESSERCI ma “CHE NON C’E’”, come l’isola sognata ma non reale. Intervengo sull’argomento, da neutrale in campagna elettorale locale, ma per sottolineare l’esemplificazione di atavici problemi più generali: gli amministratori del Sud hanno avuto grosse possibilità e l’Università della Calabria che eccelle nella formazione ma che è poco incisiva come ricaduta di sviluppo economico locale.

Il CRAI, nato nel 1979, rappresentò la grande modernità e speranza per la Calabria, un centro avanzato di ricerca scientifica con immediata ricaduta industriale (!?) visti i soci fondatori: il CNR, la Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania, la DNE (Digital Network Engineering) la SIPE Optimation, la Segem l’Olivetti, la Sirfin, il Comune e la Provincia di Cosenza, la Regione Calabria, il comune di Rende. E nel suo consiglio di amministrazione si sono seduti prestigiosi luminari, grandi manager con compensi adeguati alle loro competenze e rimborsi spese degni dei più grandi a livello mondiale.
Dopo il fallimento (1998) nacque il CUD, il primo esperimento di Università a Distanza, anch’esso fallito lasciando dietro di sé un baratro e poi TESI, CALPARK, CRATI, CLIC. Trasbordanti capacità tecniche, di potenza finanziaria, di potenzialità di ricerca su una più che straordinaria scommessa per creare strutture avanzate in campo scientifico con immediate potenziali ricadute industriali ma che si è riusciti a fare fallire. «Scopo principale del progetto CRAI era quello di fornire ai soci consorziati servizi di elaborazione e trasmissione dati e di sviluppare attività di ricerca scientifica e tecnologica incorporabile, in un secondo momento, all’interno di prodotti e procedure di proprietà dei singoli consorziati».
I soci pubblici hanno avuto un profondissimo serbatoio in cui impiegare tanti con una copertura di leggi per l’ottenimento dei fondi pubblici e la loro integrazione con risorse proprie se fosse stato necessario, i soci privati hanno avuto libero accesso al nascente mercato pubblico dell’informatica. Un gioco in cui tutti guadagnavano ma con i fondi pubblici: gli amministratori in pochi anni hanno avuto a disposizione una mastodontica somma di danaro e generose elargizioni pubbliche. Almeno i dipendenti sono stati sistemati negli atenei calabresi. La beffa: la causa principale della sua crisi viene individuata nella difficoltà di mantenere una dimensione locale ad una struttura scientifica che aveva ormai un respiro internazionale.
“All’interno del CRAI risultò impossibile tenere assieme per l’inadeguatezza che si verifica allorquando esigenze locali si proiettano su scenari globali. Il rischio, appunto, è quello di non riuscire a cogliere le necessarie differenze né in termini di risorse fisiche impiegate né in termini di strutturazione di base di conoscenza prodotte” si leggeva all’epoca. Mah! Troppa grazia, insomma, quando “si dà il pane (companatico e dolci) a chi non ha i denti. Insomma, male il passato, buone potenzialità per la presenza dell’UNICAL per il futuro che devo però essere bene gestito.
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