Prosegue il processo per la morte del calciatore Denis Bergamini, deceduto il 18 novembre del 1989 sulla statale 106, nei pressi di Roseto Capo Spulico.

Nella mattinata di ieri, presso la Corte d’Assise di Cosenza, si è svolta la trentanovesima udienza che ha visto protagonista la sorella del calciatore Donata, che, in questi lunghissimi anni, si è battuta senza sosta per portare alla luce la verità sulla morte dell’amatissimo fratello che, all’epoca dei fatti, aveva solo 27 anni.
Come già noto, l’unica imputata risulta l’ex fidanzata del giocatore, Isabella Internò, accusata di omicidio volontario aggravato dai motivi futili e abietti.
La donna è difesa dagli avvocati Angelo Pugliese e Rossana Cribari.
Donata Bergamini, in poco più di quattro ore, ha ripercorso i momenti che hanno preceduto la tragedia fino ad arrivare ai giorni successivi alla morte del fratello.
La sera del 18 novembre 1989 la donna si trovava a cena a casa di amici quando vide arrivare il suo ex marito, Guido delle Vacche, che le disse di prepararsi per partire perchè il fratello aveva avuto un incidente.
Donata ricorda nitidamente il momento del loro arrivo in Calabria.
“Arrivati in caserma a Roseto – dichiara la sorella del giocatore – il piantone ci disse che dovevamo recarci in ospedale a Trebisacce. In noi c’era ancora la speranza di vedere Denis vivo, ma arrivati sul posto capimmo da uno sguardo che il centralinista fece a un’infermiera, che era morto. Ci dissero che ancora non era possibile vederlo e allora tornammo in caserma per parlare con il brigadiere Barbuscio.”
Al suo arrivo il brigadiere chiese di parlare solo con il padre di Denis, Domizio.
Donata ricorda che il padre uscì poco tempo dopo con in mano l’orologio di Denis e una busta gialla con all’interno il portafoglio, un biglietto per Londra, una cartolina di Budapest, il numero di telefono dell’ex calciatore del Cosenza Storgato, un assegno da 500-600mila lire, una marca da bollo e un dollaro.
“Barbuscio teneva in mano una foto del camion – ricorda Donata – e sullo sfondo un puntino nero. Era Denis. Il brIgadiere aveva detto a mio padre che mio fratello si era suicidato perché era stanco del calcio e voleva andare a Taranto per partire per la Grecia. L’orologio funzionava perfettamente e questo ci sembrò subito strano perché ci era stato detto che Denis era stato trascinato dal camion per sessanta metri».
Donata ripete più volte, durante la sua dettagliata deposizione, che, nè lei, nè la sua famiglia, erano convinti di quella ricostruzione nella quale molti punti rimanevano oscuri.
Donata ricorda il momento del riconoscimento del corpo: “Mi sentii male perché vidi il volto di mio fratello intatto, aveva soltanto una macchia tonda sulla tempia sinistra. Sembrava dormisse. Ci dissero che non potevamo toccarlo, noi di nascosto sollevammo il lenzuolo: aveva i calzini e, all’altezza delle parti intime, un sacco nero”. L’autopsia, non fu mai disposta dall’allora procuratore di Castrovillari Ottavio Abbate: quest’ultimo, nel corso dell’interrogatorio di Donata del 2 dicembre ‘89, dirà: “Sappiamo che non è stato un suicidio, ma siamo in Calabria…”.
La deposizione di Donata Bergamini proseguirà il 31 marzo.
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